Perché aprire un blog mi ha cambiato la vita

Aprire un blog mi ha cambiato la vita. So che detta così sembra un po’ esagerato – come può un blog cambiare la vita di una persona? – ma vi prometto che se avrete pazienza e leggerete questo articolo per intero, scoprirete che non sto dicendo bugie.

TEMPO DI LETTURA: 8 MINUTI

INIZIA IL LOCKDOWN, NASCE IL BACKPACKER CON GLI OCCHIALI

Ho rimandato a lungo la scrittura di questo articolo e ho pensato tanto all’impostazione che volevo dare al blog, progetto che era nato un po’ per caso con lo scopo di intrattenere le mie lunghe e noiose giornate di quarantena. Subito avevo provato con il pane e la cucina, ma trovare il lievito era praticamente impossibile, quindi ho lasciato perdere. Poi ho provato con lo sport, il che è tutto un dire, dopo 2 giorni di scale mi ero già rotto il cazzo, per non parlare dei vicini. Insomma, qualcosa da fare dovevo pure trovarlo. Urlare dai balconi non mi sembrava una buona idea; uscire col cane, dal momento che non ho un cane, era impossibile. Avrei potuto provare col gatto, ma abito di fronte alla caserma dei Carabinieri e temevo che non sarei passato inosservato. E a quel punto nessuna autocertificazione mi avrebbe aiutato. Prendere d’assalto i supermercati? No grazie, mi basta leggere Saramago. Palleggiare con la carta igienica? Bah. Non mi restava molto da fare, quindi perché non scrivere? Okay, ci sta, ma di cosa posso scrivere? Magari qualche nuovo modello di autocertificazione, potrebbe tornare utile in futuro. No, magari no in realtà. Perché non scrivere della mia passione più grande, quella dei viaggi? Si, raccontare i miei viaggi, figo. Soprattutto innovativo, è una cosa che non ha mai fatto nessuno sul web. Nono, valà. Vabbè non importa, voglio farlo lo stesso. E allora vado su google, mi iscrivo a Worpress, creo il mio sito e inizio a scrivere. Ed è così che nasce l’ennesimo travel blogger italiano: il backpacker con gli occhiali. Un inglesismo nel nome perché fa sempre figo, ma soprattutto perché “Il viaggiatore con lo zaino in spalla con gli occhiali” mi sembrava un po’ troppo lungo, e un po’ da personaggio alla Dov’è Wallie. “Cerca Wallie, cerca Waldo, cerca il viaggiatore con lo zaino in spalla e gli occhiali”. Il backpacker con gli occhiali suona decisamente meglio. Quindi vada per quello. Ad essere sinceri, l’idea di aprire un blog di viaggi mi balenava nella testa da un po’, ma continuavo a procrastinare per via di diverse cose. E con “diverse cose” intendo futili motivi, per non dire cazzate. Non si procrastina mai perché si ha davvero la necessità di farlo. Poi è arrivato il lockdown e ho finalmente trovato il tempo e la determinazione necessaria per farlo davvero. Anche perché ormai non avevo più scuse.

Ho scritto tutti i giorni, almeno 3 ore al giorno, dall’inizio di marzo all’inizio di maggio. Con circa 60 mila parole racchiuse in 37 articoli vi ho raccontato, o perlomeno ci ho provato, delle mie esperienze in sud America. Se non le avete lette, le trovate tutte qua. Ancora oggi mi chiedo come abbia fatto a riempire un centinaio di fogli di Word, quando, prima di marzo, l’ultima cosa che avevo scritto era il tema di italiano della prova di maturità, nel 2018. Comunque dopo aver visto astemi convertirsi al vino per sopravvivere alla quarantena ho constatato che tutto può succedere. E quindi, non so bene come, è successo.

UNA SCELTA AVVENTATA

Quando ero alle superiori mi sono sentito ripetere più volte che molti dei miei temi erano scritti bene e in modo originale, non ci ho mai dato troppo peso e scrivevo solo quando ero obbligato a farlo. Vedevo la scrittura come un compito, piuttosto che come un passatempo. Comunque la professoressa di italiano forse era l’unica che non recitava ai miei genitori che “in fondo sono un ragazzo intelligente, ma non mi applico abbastanza”. Perché a me italiano è sempre piaciuta molto come materia, e l’ho sempre studiata volentieri. Sono sempre stato più portato per le materie umanistiche, e in genere le ho sempre preferite. Quindi, esattamente in linea con ciò che ho appena detto, una volta uscito da ragioneria, ho preferito optare per la facoltà di economia, dove la letteratura italiana e la scrittura creativa non sono certo le materie caratterizzanti. E così ho smesso di scrivere, perché non ero più obbligato a farlo. Macroeconomia, microeconomia, algebra lineare: ormai questo era il mio pane quotidiano. Economics and Finance, baby. Studiavo abbastanza, non ero sicuramente un genio ma riuscivo a saltarci fuori senza strapparmi i capelli dalla testa. Algebra a parte: il numero di capelli sulla scrivania era proporzionale al numero di fogli strappati. Ed era un numero alto. Alla domanda se mi piacesse ciò che stavo facendo rispondevo con un sì convinto. Addirittura a volte, quando la domanda veniva da una ragazza, aggiungevo che non solo mi piaceva, ma era pure una FIGATA, neanche stessi parlando di un concerto o di un viaggio. “Beh allora come va il primo anno di università?” “Ah sì, benissimo! È proprio una figata”. Una figata. Il primo anno di economia. Seriamente? Ovviamente no, in realtà tutta questa convinzione era solo un modo per mascherare la mia insicurezza, anche se questo però l’ho scoperto solo dopo. Però penso che si notasse, perché non ho mai concluso niente con nessuna delle ragazze a cui ero solito dare questa risposta. All’epoca tutto ciò che sapevo era che ogni tanto insorgevano forti dubbi su quello che stavo facendo, ma pensavo fosse normale. Comunque continuavo a farlo. Perché fermarsi quando le cose vanno bene? Se vado così bene, pensavo, deve per forza essere la mia strada. Anche altri lo pensavano e questo non faceva altro che rinsaldare in me questo pensiero. Sono portato per l’economia, non c’è altra spiegazione. Diventerò un economista, fine della questione.

DECLINO

Poi, come prevedibile, il secondo anno le cose iniziano a girare male: i corsi cambiano, il numero dei capelli sulla scrivania aumenta e non è più tutto una figata come prima. Fallisco i primi esami, le mie certezze iniziano a vacillare e comincio a rendermi conto della realtà. Così non andrò da nessuna parte. Per la prima volta inizio ad ascoltare me stesso, ad interrogarmi su aspetti che prima avevo dato per scontato, inizio a capire che forse, forse, sono diverso dalla persona che pensavo di essere. Di tutte quelle formule scritte confusamente e in modo insignificante alla lavagna, assimilate in maniera altrettanto confusa e insignificante dal mio cervello, io non ci capisco assolutamente niente. Perdo ogni interesse nei confronti delle materie –  materie che oltre ad essere interessanti quanto il foglietto illustrativo di un farmaco, si erano fatte anche inutilmente difficili – e smetto di frequentare. Smetto di frequentare e poco dopo decido di lasciare.

Forse non ci provavo abbastanza, forse semplicemente io coi numeri non ci vado d’accordo. Preferisco pensare che sia la seconda, come ho detto ho sempre preferito le materie umanistiche. Non sono mai andato d’accordo coi numeri, ma studiavo economia. Forse non sono mai andato d’accordo nemmeno con la logica, a pensarci bene. Però la scelta dell’università non la feci tanto per fare, la feci sicuro che quella fosse la mia strada, fin da subito. Non ero andato per esclusione, mi ero buttato su quella senza valutare nessun’altra ipotesi: doveva essere quella, per forza. Per questo non fu facile lasciarla. Statistica? Econometria? Matematica Finanziaria? Ma si dai, in qualche modo ce la farò. Lo pensavo veramente. In statistica ho preso 10, Econometria non l’ho nemmeno provata e credo che il libro di matematica finanziaria sia ancora incellofanato da qualche parte. E se non è incellofanato è solo perché l’ho preso usato. Non faceva per me. Ci ho messo due anni a capirlo, o meglio, ci ho messo due anni a trovare il coraggio per ammetterlo a me stesso. Ma alla fine l’ho trovato.

STALLO

Okay, avevo lasciato economia, ma ancora non sapevo bene cosa sarei andato a fare. Vivevo le mie giornate interrogandomi su quale percorso era meglio per me. Il lunedì volevo fare Scienze Politiche, tanto per non abbandonare del tutto le materie socioeconomiche. Un po’ come quando molli la ragazza ma vi continuate a vedere per scopare ogni tanto. Il martedi cambiavo idea e decidevo che mi sarei preso un anno sabatico, magari in giro per il mondo. Per fortuna non l’ho fatto: non sarei andato molto lontano. Poi il mercoledì pensavo che forse sarei andato a lavorare, per mettere da parte qualche soldo. Poi realizzavo che era meglio la carriera da studente che quella da precario, che preferivo l’Erasmus ad un’agenzia interinale, tornavo a pensare a scienze politiche, e il ciclo ricominciava. Insomma, non avevo proprio le idee chiare. La situazione era in stallo.

APRO IL BLOG ED INIZIO A SCRIVERE, LE COSE INIZIANO A SISTEMARSI

A marzo nasce il Backpacker con gli occhiali, entrano in gioco il blog e la scrittura più in generale. Inizio a capire che con le parole riesco a cavarmela decisamente meglio che coi numeri, che raccontare certe cose mi riesce piuttosto bene e che riesco a farlo anche quando non mi viene imposto. La scrittura diventa molto di più che un semplice modo per impegnare il tempo in eccesso: diventa qualcosa a cui non riesco a rinunciare, come la musica, o la letteratura. O l’abbonamento gratis a Pornhub premium, giusto per darvi un’idea. Scrivendo riesco a penetrare nel mio passato, a creare un filo che leghi insieme ciò che ero, ciò che sono e ciò che voglio essere. Riscopro quella parte, quella grossa parte fondamentale di me stesso, da cui avevo cercato di fuggire durante i miei anni ad economia, perché il ruolo che volevo interpretare non l’ammetteva. Era una figata! Economia è una figata! Come potevo pensare che sarei riuscito a mentire a me stesso ancora a lungo? La scrittura funge da nuova chiave di lettura, improvvisamente riesco a vedere le cose da una prospettiva diversa. Non mi sarei mai aspettato che il blog potesse avere un’impronta così forte e determinante sulla mia vita, quando decisi di aprirlo. In realtà non mi aspettavo proprio niente. Finalmente inizio a capire. Come una partita di biliardo: quando vediamo le bocce sistemate in un certo modo sul tappeto e pensiamo che la situazione sia in stallo, non dobbiamo fare altro che spostarci lungo il tavolo e guardare le cose da un’altra prospettiva, per avere nuove possibilità. Ecco, la scrittura ha fatto in modo che io queste possibilità le notassi. Niente era perduto, mi stavo semplicemente focalizzando sugli aspetti sbagliati. Potevo continuare a giocare. Inizio a riempire pagine e pagine di word, a muovere le dita sempre più velocemente sulla tastiera, ad allargare il pubblico di lettori, a ricevere commenti positivi. Se all’inizio di marzo fatico a battere 1500 caratteri, a maggio faccio fatica a batterne meno. Inizio a recuperare fiducia in me stesso, finalmente dopo mesi e mesi di grande insoddisfazione, delusioni e fallimenti, riesco a trovare qualcosa che possa dare un senso alle mie giornate.

Passano i mesi e lentamente mi avvicino al mondo della comunicazione, un mondo che prima sembrava lontanissimo da me. Altro che lontanissimo, quel mondo non era nemmeno nella mia stessa cazzo di galassia. La galassia degli economisti e dei finanzieri, dove se non ci sono numeri da studiare, allora quella materia non vale la pena di essere studiata. Finalmente vedo una risposta alla domanda sul futuro. E se provassi con scienze della comunicazione? Vado sul sito dell’Unibo e cerco il piano didattico del corso. Non è male, penso, non è male per niente. È ora che io prenda una decisione e che metta fine a questo periodo di incertezze. Ma sono convinto di quello che sto per fare? Dopotutto Scienze della comunicazione è inutile, lo sanno tutti. Non troverai mai un lavoro! Perché non vai direttamente a lavorare al Mac? Guarda che lì non c’è bisogno di una laurea. Mi fermo un attimo a pensare, poi mi ricordo che questo, e molto altro, è tutto ciò che mi sarei sentito dire da una persona come il me dell’anno prima. E allora fanculo al me di un anno prima, fanculo a tutti quelli che ragionano così. Io stesso so che è una grandissima cazzata. L’errore più grande che possa fare ora è farmi condizionare. Quindi mi iscrivo.

UN NUOVO INIZIO

 Probabilmente se non avessi aperto il blog e non avessi iniziato a scrivere tutto questo non sarebbe successo, forse sarei ancora qui a interrogarmi sul da farsi, più insicuro e demoralizzato che mai. Se non avessi cominciato a scrivere, probabilmente non mi sarei mai interessato di Copywriting, di Seo, di WordPresso di Storytelling. Chiaramente non posso dire con certezza di aver fatto la scelta giusta, questo solo il tempo potrà dirlo, ma dentro di me penso che sia stata la cosa migliore che potessi fare. Ora ho di nuovo trovato quella motivazione che avevo perso durante il secondo anno di economia, quando tutto ciò in cui credevo mi sembrava crollato in modo irreparabile, quando mi alzavo al mattino senza la voglia di fare niente, con l’impressione costante che stessi sprecando il mio tempo. Ecco, tutto questo lo devo alla scrittura e al blog; quindi si: il blog ha veramente cambiato la mia vita. Ho tanti nuovi obiettivi da perseguire e una nuova strada da percorrere: seppur non so bene dove mi porterà, l’idea di esplorarla mi esalta. Dopotutto l’idea di un cammino inedito e la possibilità di addentrarsi in orizzonti sconosciuti è ciò che amiamo noi Backpackers.

Ci sentiamo presto,

Leo

2 pensieri riguardo “Perché aprire un blog mi ha cambiato la vita

  1. Leo… sono commossa. Hai trovato la tua strada. Mi fa piacere sapere che quello che ho visto in te si sia rivelato giusto, soprattutto giusto per progettare (o riprogettare) il tuo futuro. Le scelte non sono avventate quando ti fanno sentire meglio, quando risvegliano interessi e ti fanno finalmente capire chi sei. Il mondo della comunicazione è grande: vedrai che non mancheranno le possibilità per uno come te.

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  2. Curiosamente anche il mio blog è nato quest’anno. A febbraio subito dopo la mini-vacanza a Vipiteno. Subito prima che iniziasse il lockdown. Avevo un sacco di materiale su cui lavorare e il blog mi ha aiutata a trascorrere le giornate in modo costruttivo. Insieme alla cucina e alla ginnastica. Ho gettato le basi per un progetto che avevo in mente da tempo e che, anche nel mio caso, mi ha cambiato la vita. Tutte le foto che scatto quando vado in giro ora le posso usare per costruire qualcosa che sarà utile a chi percorrerà i miei stessi itinerari.

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