Titoli di coda, Santiago de Chile – giorno 28

Santiago de Chile, 30 settembre 2019

Apro gli occhi lentamente e con tanta fatica, come se ci fosse una forza invisibile a esercitare una pressione contraria sulle mie palpebre, ad ostacolare il mio risveglio. Se esiste una mano invisibile, caro Adam Smith, questa è l’unica che conosco. Apro gli occhi, ma non riesco a mettere a fuoco niente di familiare nell’ambiente che mi circonda. Dove sono? L’ultimo ricordo che ho è quello di me che litigo con un taxista, ma non riesco a rammentare il finale della storia (clic qui se ti sei perso l’articolo). Dove mi ha portato? Passa qualche minuto prima che l’immagine del letto a castello si profili nitidamente, oltre le lenti degli occhiali. Sono al sicuro, forse… Sbircio l’orologio un po’ per leggere l’orario, un po’ per capire se si tratta di un sogno, o peggio, di un incubo. Dieci e trenta del mattino. Il tempo scorre come sempre. Tutto bene. No, tutto bene è esagerato… diciamo che sono vivo, ma non mi lamento: dopo tutto il pisco di ieri sera questo non era affatto scontato. La testa mi duole e le tempie pulsano intensamente, vibrando ritmicamente come i bassi dalle casse di un stereo. A giudicare dai suoni gutturali della mia pancia, il fegato sta lavorando sodo per eliminare le ultime tracce di alcool dal mio organismo. Buona fortuna, caro fegato, mi sa che ne avrai ancora per un po’. Oggi ti tocca lo straordinario, lo siento. Mi alzo dal letto compiendo una delle azioni più sfiancanti di questo viaggio; cosa che a confronto la scalata alla montagna arcobaleno, a 5000 metri, è stata una tranquilla passeggiata in collina. (fai clic qui per leggere l’articolo sulla montagna arcobaleno) La bile si fa strada nel mio corpo come una palla all’interno di un flipper, incalzata dalla molla che origina la partita. Su veloce lungo la trachea, la gola, ed infine, capolinea, la bocca. Ci siamo, ecco il vomito, ciliegina sulla torta per coronare questo hangover con l’acca maiuscola. Reprimo i conati e ingoio il liquido vischioso, riversandolo giù lungo la stessa traiettoria di prima. Niente da fare, non mi piegherò a tanto, caro pisco. Vado in bagno per lavarmi i denti, sperando, così facendo, di togliermi almeno un po’ il sapore amaro che avvolge interamente la mia bocca. Si, la speranza è l’ultima a morire, ma sono consapevole che non otterrò nessun risultato: per eliminare questo schifo avrei bisogno di un pulivapor, non di un semplice spazzolino da denti. Infatti non cambia niente, anzi, la menta del dentifricio non fa altro che peggiorare le cose. Guardo la mia immagine riflessa nello specchio, immagine che potrebbe benissimo coincidere con la descrizione di un pazzo omicida. Ripeto, osservando i miei occhi oltre il vetro, come se stessi facendo un giuramento con me stesso, che non toccherò mai più alcool per un bel pezzo. L’altro me, quello riflesso, se la ride di gusto a questa affermazione: dev’essere almeno la decima volta che la sente. Questa volta sono serio, eh! Si, certo come no… Ballo e Checco continuano a dormire imperterriti e a me non resta altro da fare che rimanere sul letto a meditare su quanto faccia schifo il pisco (come se ci fosse bisogno di un hangover di questa portata per capire che il pisco è una merda). Per un attimo penso che dovrei alzarmi e andare a fare colazione, ma poi mi ricordo delle condizioni in cui verso e decido che no, forse non è il caso di uscire per l’ostello e rischiare di spaventare gli altri ospiti, come se fossi il Belfagor cileno.

Checco e Ballo si svegliano, o dovrei dire risorgono, verso le 11.30. Le loro condizioni sono simili alla mia: il Pisco ha mietuto le sue vittime. 3 su 3. Non male. Risistemiamo gli zaini e, vista la mancanza di spazio al loro interno, lascio in omaggio all’ostello un paio di mutande, insieme a una buona quantità di bile nel lavandino. Grazie e arrivederci. Abbandoniamo la stanza per l’ultima volta, facciamo il checkout in reception e usciamo in strada per prendere una boccata d’aria e cercare un posto in cui mangiare. Aria e cibo: tutto ciò di cui abbiamo bisogno adesso. Per concludere il viaggio come lo avevamo iniziato optiamo per il ristorante “fuente alemana”, esattamente il primo locale nel quale pranzammo appena arrivati a Santiago, il nostro primo giorno in Sudamerica (qui trovate l’articolo). Ripensando a quel 3 di settembre, quasi un mese fa, ho due impressioni che non solo sono diverse tra loro, ma anche contrastanti. La prima è che mi sembra esattamente ieri, come se fossimo atterrati in Cile da sole poche ore; la seconda, che prevale sull’altra via a via che ripercorro con la mente le esperienze affrontate, è che si stratta ormai di una vita passata, come se l’argomento in questione fosse la mia gita di terza media. Ah, il paradosso del tempo e della sua percezione rimarrà sempre un bel mistero.

Arriviamo al ristorante e prendiamo posto sugli sgabelli che si affacciano direttamente sul bancone e sulla cucina. Rispetto alla prima volta non abbiamo bisogno di Andrés che ci spieghi il menu e sappiamo già da subito cosa ordinare… Almeno questo l’abbiamo imparato. Per sondare la saggezza degli inglesi, un popolo con una certa passione verso l’alcool e le sbornie, tipo i tedeschi con le guerre (si fa per scherzare), provo la loro teoria del ‘capello del cane’, meglio conosciuta come ‘hair of the dog’. Una teoria scientifica sviluppata grazie a millenni di esperienza e paragonabile, per importanza storica, a quella della relatività di Einstein, almeno per me. In cosa consiste? Facile: smaltire l’hangover bevendo alcool. Tipo gli americani che per eliminare il problema delle sparatorie nelle scuole propongono di armare gli insegnanti.  Geniale, no? No, non nel caso degli americani, questo sicuramente, ma per quanto riguarda i britannici, invece? Lo scoprirò presto. Ordino una birra media da 7 gradi, con immenso piacere da parte del mio fegato, che ancora emana qualche sussurro lamentoso di tanto in tanto. Io sono il bambino indisciplinato e viziato che sporca la stanza e la mette a soqquadro per puro divertimento ai danni della governante, ovvero il mio fegato, che deve pulire tutto continuamente e sommessamente. Beccati questo, mezzo litro di luppolo e malto d’orzo fermentato in sette gradi di alcool: buon divertimento. Nonostante la sofferenza iniziale, dopo mezz’ora l’hangover si assopisce. Gli inglesi non sbagliano un colpo quando si tratta di queste cose. Thank’s guys.

Finito il pranzo torniamo in ostello. Ora non ci resta altro da fare che aspettare il taxi per l’aeroporto. Seduti sui divanetti della reception, con le gambe appoggiate lungo le tasche superiori dei nostri zaini e le braccia incrociate sul petto, una posa simile a quella di Terence Hill in ‘lo chiamavano trinità’, attendiamo l’arrivo del veicolo. Un veicolo che vorrei non arrivasse mai. Si, perché la verità è che dopo un mese di avventure continue, di imprevisti, di incontri inaspettati, di esperienze uniche e indimenticabili, non voglio tornare a casa, alla solita routine di sempre. Alzarmi scazzato la mattina alle 6, fare colazione velocemente quando fuori è ancora buio, guidare distrattamente fino alla stazione di Castelfranco Emilia, per poi, una volta lì, sentire la voce registrata recitare, accompagnata dalle imprecazioni dei passeggeri in attesa: “annuncio ritardo, Il regionale veloce delle ore 7.05 proveniente da Piacenza e diretto a Rimini, arriverà con un ritardo previsto di 10 minuti”.  Allontanarmi dalla linea gialla, salire sul treno sbracciando contro gli altri pendolari innervositi per farmi spazio tra la folla ammassata, arrivare a Bologna verso le 8, camminare lungo una Via Indipendenza deserta, animata solo dai Punkabbestia e dai loro cani, attraversare Piazza VIII Agosto e svoltare a sinistra in via Irnerio, tra la puzza dell’urina accumulatasi nelle buche della strada, altra grande caratteristica unica di Bologna insieme ai portici, e ai sopracitati punkabbestia, ovviamente. Procedere dritto fino a Piazza Scaravilli e arrivare in facoltà alle 8.30, 5 ore di lezione, a volte 6, a volte 4, a volte interessanti, a volte, purtroppo sempre più spesso, solo un insieme di formule senza senso tracciate col gesso sulla lavagna e ricopiate, male e confusamente, sui miei quaderni. Quaderni che a confronto la stele di Rosetta è un capolavoro dell’ortografia. Il professore esce dall’aula e questa si svuota progressivamente, e allora via di nuovo a piedi fino alla stazione, in treno a Castelfranco e, infine, verso le 14.30, in macchina a Spilamberto. Un pranzo veloce, magari una pasta al volo o una piadina, un paio d’ore di studio, una partita alla Play, un’oretta in saletta a suonare la batteria e la giornata finisce. Le stesse cose, le stesse rotture di coglioni, gli stessi incontri, le stesse facce. Questo per cinque giorni su sette, il sabato l’aperitivo delle 18 e la domenica, almeno due volte al mese, lo stadio: curva Andrea Costa, posto 28, fila 24, settore C, a cantare forza Bologna e a imprecare contro Destro. Copia e incolla: sempre così, per circa 8 mesi all’anno. No, non potete immaginare quanto vorrei che quel taxi non arrivasse. Quanto vorrei poter rimanere qui un altro mese, lontano dall’idea di questo angosciante e banale tran tran quotidiano, lontano da “il parziale di matematica finanziaria è impestato, su 100 la prof ne promuove solo 30”, o dal “sì sì, non ti preoccupare, Statistica è molto più facile del previsto”; lontano dalle formule incomprensibili, dai bonds, dai mutual funds, dalla covarianza, dalla distribuzione normale, dalla campana Gaussiana, dalla curva di Leffer, dall’indice di Gini. Tutta roba di cui non mi frega veramente un cazzo. No, no, no. Per favore, caro taxista, ingrana la retromarcia e ritorna da dove sei venuto. No, lo siento, tengo que llegar… tu tienes que regresar. No puedes parar el tiempo: il tempo non si può fermare. E così arriva, insolitamente puntuale in un posto in cui la puntualità non sanno nemmeno cosa sia, come se fosse una sorta di strano scherzo da parte del destino.

Saliamo in macchina. Sempre per la serie di scherzi che il destino si sta divertendo a mettere in atto contro di noi, il traffico di Santiago, che normalmente a quest’ora del giorno è fitto e pieno di ingorghi ad ogni incrocio, oggi è stranamente scorrevole. Le ultime immagini della metropoli scorrono velocemente fuori dal finestrino del veicolo per una mezz’oretta, poi arriviamo in aeroporto. Entriamo nel terminal internazionale, posto al piano superiore dell’edificio. La mia attenzione è tutta per lo schermo con le partenze, che analizzo ipnotizzato come un alcolista analizza le bottiglie splendenti di whiskey nella bottigliera di un cocktail bar (e daje, ancora con queste metafore sugli alcolisti…). Rio de Janeiro, Bogotà, Ciudad de Mexico, Buenos Aires, Quito, Ciudad de Guatemala, San José… Sto sognando ad occhi aperti, dopotutto ho ancora quasi 2000 euro sul conto corrente, un salto in Costa Rica… perché no. O magari a Cancùn, nel golfo del messico, o a Cartagena de Indias, sulla costa caraibica colombiana, non sarebbe male. Scorro gli occhi sul tabellone: Medellin, Colombia… Havana, Cuba (magari)… Caracas, Venezuela (magari no)… Paris Charles de Gaulle. Paris Charles de Gaulle. Ah sì, eccoci… ora mi ricordo perché sono qua. Temo che dovrò rimandare il mio viaggio ai caraibi a un’altra volta. Con il pensiero ancora fisso sulle palme e le ragazze in bikini che mi ero immaginato, quasi trascinato da Checco e Ballo come un bambino al catechismo, avanzo lungo il terminal internazionale dell’aeroporto, fino al banco dell’Aifrance. Terminate le procedure del check-in passiamo i controlli e camminiamo fino al gate dell’imbarco, io con l’aria di un soldato che sta sfilando alla volta della trincea. Ora ci siamo, tra due ore decolleremo per Parigi, poi nuovamente verso Bologna, domattina. E mercoledì sarò già seduto ad un banco dell’università a chiedermi che cazzo significano quelle formule alla lavagna, e perché non sono rimasto in Cile. Il gate si affolla, poi piano piano comincia l’imbarco. Quanto vorrei che il mio biglietto fosse falso, che oggi non fosse il 30 settembre, che la hostess mi respingesse, che ci fosse un errore nel passaporto. E invece no, niente di tutto ciò. La ragazza al banco dell’accettazione mi sorride e mi fa passare. Esito, poi non posso fare altro che inoltrarmi nel tunnel sospeso, anche se dentro di me so per certo che non vorrei. Vedo la porta dell’aereo spalancata; ora non posso più tornare indietro. Salgo a bordo e prendo posto tra Checco e Ballo. Dieci minuti di manfrina sulle misure da adottare in caso di emergenza, poi il decollo. Vedo le Ande scomparire all’orizzonte, tra le nuvole che albergano nel cielo cileno, e solo ora realizzo che il nostro viaggio è finito. Adios. Non è stato un viaggio facile, e se avete letto le pagine precedenti lo avrete capito, ma è stato sicuramente il più bel viaggio che io abbia mai fatto, e lo porterò sempre nel cuore.

Ho provato, in queste 98 pagine di diario, a trasmettervi le mie emozioni e a raccontarvi delle mie avventure, cercando di rendervi partecipi della mia esperienza come se fosse stati voi stessi i miei compagni di viaggio. Spero di esserci riuscito e di non avervi annoiato, per me è stato un modo per ripercorrere con la mente alcuni degli eventi più belli e significativi della mia vita. Scriverne mi ha aiutato ad evadere dalla realtà insolita della quarantena e a rivivere, giorno per giorno, ogni frammento del mio viaggio in Sudamerica. Quando ho iniziato a scrivere questo diario, i primi giorni di marzo, non sapevo bene cosa ne sarebbe saltato fuori, ma mi ero promesso che avrei sempre seguito la mia ispirazione, qualunque essa fosse. Non scrivevo seriamente dalla prima prova dell’esame di maturità e devo ammettere che non è stato un lavoro facile, ma sentivo che dovevo farlo. Ho dedicato interi pomeriggi, a volte intere giornate, alla scrittura e al blog; rileggendo, cancellando e aggiungendo parole su parole, fino ad arrivare alla quota attuale di 65mila. Bene, direi che possano bastare.

 Il lockdown è finito e la stagione estiva, fortunatamente per me, è partita alla grande. Questo significa che non avrò più il tempo che avevo prima per scrivere, ma vi posso assicurare che non smetterò ora. Come dice Guccini: ho ancora molte cose da raccontare, per chi vuole ascoltare, e a culo tutto il resto. È stato bello, ci sentiamo presto.

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Leo, Il backpacker con gli occhiali

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