La noche peligrosa, Santiago de Chile – giorno 27 (4)

Questa è la quarta ed ultima parte del nostro ultimo giorno a Santiago de Chile. Se ti sei perso l’articolo precedente, fai clic qui.

Una volta a casa iniziamo a preparare la cena. Siccome in cucina la divisione dei compiti è fondamentale formiamo subito le brigate, ognuno impiegato nell’attività che gli viene meglio: Checco in cucina con Agathe a cucinare; io, Anais e Claudia in sala a bere il vino. Il mio apporto alla riuscita della carbonara sarà simile a quello di Zaccardo alla vittoria del mondiale del 2006, ma forse è meglio così: l’unica partita in cui Zaccardo giocò, contro gli Usa, fece autogoal. Per questo preferisco stare in panchina. E che panchina, con due ragazze al mio fianco. Dopo pochi minuti suona il telefono: è Ballo. Rispondo perplesso. “Sono qui sotto, mi apri?E così ci riuniamo tutti. Lo accogliamo calorosamente offrendogli un bicchiere di vino, poi iniziamo a parlare del più e del meno, in un’atmosfera goliardica e festosa. In cucina le cose procedono bene: l’acqua bolle, la pancetta rosola nel suo grasso scoppiettante, Checco conversa con Agathe mentre osserva distrattamente le pentole sui fornelli. 15 minuti, e la cena è pronta. Ci sistemiamo in terrazza, apparecchiando alla bell’e meglio un tavolino traballante, talmente piccolo e precario da non riuscire a sorreggere tutto il peso delle stoviglie. Per fare spazio alla pentola con la pasta e ai bicchieri sono costretto ad appoggiare il piatto tra le ginocchia, unendo le gambe e stringendo le anche come se fossi su un seggiolino di un aereo Ryanair. Nonostante la scomodità della mia postura, la vista che si gode dal balcone del quinto piano è pazzesca: le luci dei grattacieli di Santiago splendono come centinaia di stelle, la luna piena domina il cielo. La vista migliore però rimane quella su Anais, di fronte a me. La carbonara è venuta male e la pasta è scotta, ma non mi sento di rimproverare Checco: capisco la sua distrazione in cucina, anche io avrei fatto fatica a concentrarmi con Agathe di fianco. Alle francesi comunque sembra non importare molto. Il vino, come immaginavo, è scadente, ma è comunque vino ed è sempre meglio dell’acqua; la bottiglia sopravvive per poco, come una briciola di pane lasciata tra i piccioni di piazza San Marco a Venezia.

Finiamo di mangiare, nessuno vuole il bis, come prevedibile. Passiamo al Pisco. Arriva la cavalleria pesante. Ora si fa sul serio. Lo mischiamo alla coca cola per renderlo più dolce e bevibile, poi iniziamo a bere a turno, uno dopo l’altro. La ruota gira. Nessuno ha intenzione di arrestare il corso delle cose. È come una partita a scacchi. Il pedone avanza sulla scacchiera lentamente, mangiando i pezzi avversari con costanza e determinazione. Ancora, ancora, altro Pisco. Riempimi il bicchiere, grazie. Tu, agathe, ne vuoi? Si, grazie. Buono. Guarda che bel panorama, guarda la luna. Che bello. Che serata fantastica! C’est magnifique! Metti un po’ di musica, vuoi? Si, vai. Il pedone avanza. C3, D4, E5. Altro pisco. Anais, ancora? Si, si. E la ruota gira, gira sempre più veloce, inarrestabile. Pisco e coca. Ragazze francesi. La primavera cilena. Quanto è bella la vita? Vive la France! Allons enfants de la Patrie… Le jour de gloire est arrivé Il giorno glorioso è arrivato! Che begli occhi, Anais. Sei bellissima. F6… Scacco al re, ci siamo quasi. Cin Cin, salud, salute, santé! Quien no apoya no folla. Altro pisco. Giù alla goccia. Le ragazze si sono sciolte come il ghiaccio nei bicchieri, ormai acqua. Ancora altro pisco. Ho praticamente perso la cognizione del tempo e dello spazio, come se fossi il protagonista di un romanzo di Murakami. Ma tutto ciò sta succedendo davvero? Allungo il braccio sul fianco di Anais, come per assicurarmi che lei sia li veramente (si certo proprio per questo). Si, sento il suo vestito. Non sto sognando, è tutto vero. Con l’altra mano provo a servirle altro Pisco. Ma è finito. La bottiglia è vuota. La ruota rallenta un attimo, vacilla. E ora? Il pedone è fermo sulla scacchiera, incerto. Stallo. Ordiniamo su Uber Eats altro distillato, la festa non può finire. Il corso delle cose non si può arginare. Aspettiamo frementi, ansiosi, smaniosi, l’arrivo del fattorino. 10 minuti. 5 minuti. Ma dov’è finito? Eccolo lì sul pianerottolo. Quando arriva, nessuno ha quasi più voglia di bere. Tutta la magia di prima si è dissolta. Non è più la ruota a girare come un frisbee, ma la testa. Tutto l’alcool ingerito si abbatte su di noi con la sua forza distruttrice, come una palla demolitrice su una costruzione Lego. Ballo è sdraiato sul divano di casa, forse addormentato. Checco cerca di comunicare in inglese con Agathe, ma la sua bocca impastata non riesce ad emettere una parola che abbia un senso. Comunque l’inglese di Checco non ha senso nemmeno in condizioni normali. A peggiorare le cose sono i suoi gesti animaleschi. Che tipo di gesti, preferisco non specificarlo, ma non sono certo quelli che trovereste nel manuale “come conquistare una ragazza, se questo manuale esistesse. Se esistesse a scriverlo non sarebbe di certo Checco, comunque. E io? Io ho solo un gran mal di testa, è da un po’ che non ci capisco più niente. Tutto gira come se fossi prigioniero in una lavatrice. Mi guardo intorno alla ricerca di Anais, ma lei non c’è più. Non mi sono nemmeno accorto che era andata via. Peggio di così… Scacco matto, e tanti saluti. E ora? Ora voglio solo dormire. Qui? No, qui non puoi, mi dice Agathe, infastidita. Andate via! Dovete andare via! Sono le 3 di notte, come facciamo? Scrivere che Agathe ci butta fuori di casa sarebbe forse esagerato, ma… Dopo aver subito per un po’ le avances di Checco, all’ennesimo suo gesto, teatrale e accompagnato da una sonora risata, non riesce più a trattenersi e sbotta. Basta, via di qui! Ci urla. Si, ci ha sbattuto fuori di casa, ed è inutile che provi a convincervi del contrario. Ritirata ragazzi. Scappiamo, scappiamo, scappiamo in salvo da questa pazza francese. Corriamo nel pianerottolo fuori dalla porta, giù dalle scale fino al pianoterra, poi fuori dal palazzo. Missione fallita. Avviliti, abbattuti, delusi e stanchi, maledettamente stanchi, dannatamente depressi per via dell’alcool e dalla piega finale che ha preso la serata, rimaniamo in strada per un tempo indefinito, in attesa di una soluzione.

Ballo, unico con il telefono ancora carico, chiama un Uber dal marciapiede sul quale siamo seduti. Io faccio fatica a reggermi in piedi, il mal di testa non mi dà nessuna tregua e non vedo l’ora di raggiungere l’ostello. Il veicolo arriva dopo qualche minuto, arrestandosi a pochi centimetri dai nostri piedi per farci salire. Il taxista ci guarda con un’espressione seria, preoccupata, a tratti comprensiva, ma mai amichevole. La macchina si mette in moto e avanza lentamente lungo la strada, deserta, nel buio della notte che avvolge, tenebrosa, Santiago de Chile. Mi rilasso sul seggiolino posteriore, le luci fuori dal finestrino si allungano, poi si restringono, svaniscono per qualche secondo per poi ricomparire sfumando dopo poco; danzano in cerchi e fluttuano nell’aria come nuvole colorate. Ho l’impressione che ogni cosa all’esterno stia mutando, come se stessi osservando queste immagini da un caleidoscopio. Tutto gira e non ho idea di dove siamo. Procediamo sempre dritto, senza mai svoltare nemmeno una volta, né a destra né a sinistra; sempre dritto per almeno un quarto d’ora. Il taxista non pronuncia nemmeno una parola, ma le sue occhiate, che intravedo osservando lo specchietto retrovisore, si fanno sempre più ostili col passare dei minuti. Capisco che vuole liberarsi di noi. Dopo Agathe e Anais anche questo taxista cileno non vede l’ora di lasciarci. Abbandonati come i cani randagi che popolano numerosi le strade della città. All’improvviso il silenzio che regna all’interno del veicolo viene spezzato dal cigolio degli pneumatici sull’asfalto. La macchina si arresta bruscamente e l’autista ci fa segno di scendere. Siete arrivati. Apro la portiera e mi guardo intorno. Percepisco che c’è qualcosa che non va, la strada non mi sembra quella sulla quale si affaccia il nostro ostello e, soprattutto, non c’è nessun edificio ai suoi lati. Ma dove siamo? Non ne ho la più pallida idea, ma su una cosa sono sicuro: questa non è la nostra destinazione. Provo a dirlo al taxista, ma lui mi risponde che invece si, lo è eccome. Il tono della sua voce tradisce un certo nervosismo. Insisto, non può essere qui, noi non dobbiamo fermarci qui, dobbiamo andare avanti. No, la vostra corsa finisce qui, questa è la vostra destinazione. È sempre più infastidito dalla nostra presenza. Scendete o no? Allora? No, non ci penso nemmeno di scendere, non qui. Mi spiace, ma dovete. Adesso il tono della voce è alto, iroso. Cosa fare?

 Ora, vorrei che vi metteste nei nostri panni e provaste a immaginarvi la scena. Forse non vi siete mai trovati in una situazione del genere prima d’ora, ma se siete arrivati fino a questo punto della storia, penso che possiate farcela. Riassumendo:

  1. Siamo ubriachi, è inutile negarlo
  2. Sono le 3 di notte passate
  3. Siamo a bordo di un uber sperduto chissà dove nella periferia di Santiago, lontano dalla nostra destinazione vera e propria
  4. Santiago è una metropoli sudamericana, quindi non il posto migliore per perdersi la notte
  5. Stiamo discutendo con il taxista, ora piuttosto adirato, che ci sta intimando di scendere
  6. Nessuno di noi ha una connessione a Internet, e i nostri telefoni sono scarichi, ad eccezione di quello di Ballo, che comunque ha vita breve

Non male, vero? Ah dimenticavo; considerate anche il fatto che né Ballo né Checco parlano lo spagnolo, quindi tocca fare tutto a me. Che fare, quindi? Mentre l’autista ci osserva spazientito, l’unica cosa che mi viene in mente è tentare il tutto per tutto. Dopotutto siamo in Sudamerica, no? Qualcosa penso di averlo imparato in queste settimane. Infilo la mano nella tasca dei pantaloni e pesco il portafoglio. Guardo al suo interno, trovo 10000 pesos in banconote stropicciate, più qualche moneta da 500. Gli sventolo in faccia il denaro e gli porgo tutto quello che ho, più o meno 15 euro. Come se fosse una vecchia poesia che recitavo da bambino, mi ricordo, non so come ma con tanto sollievo, il VERO indirizzo della nostra VERA destinazione. Devo ripeterglielo diverse volte prima che lui decida di allungare il braccio e afferrare le banconote. Poi sorride accondiscendente, annuisce con la faccia rivolta verso il sedile posteriore, ingrana la marcia e avvia il veicolo. Ah ah, i soldi… La lingua che mette d’accordo tutti.

Ci lasciamo la periferia e i suoi pericoli alle spalle e procediamo verso il centro. Dopo una mezz’oretta siamo in ostello. Prima di addormentarmi controllo l’orario: le 4. Tra poco più di 10 ore ci aspetta l’aereo per tornare in Italia. Questa è stata la nostra ultima notte in Cile; una notte che, anche se suona un po’ strano per via di tutto l’alcool ingerito, credo che mi ricorderò per tanto tempo. Buonanotte.

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