Il principio della fine, Santiago de Chile – giorno 27 (3)

Questa è la terza parte del nostro ultimo giorno a Santiago. Se ti sei perso l’articolo precedente, prima di proseguire su questa pagina, fai clic qui.

Sono nella stazione della metropolitana di Plaza de Armas, solo senza Checco e Ballo, in fila per fare il biglietto. Il primo è rimasto a giocare a scacchi nella piazza, il secondo è in ostello, a fare cosa non ne ho idea. Attorno a me la folla del pomeriggio inizia ad animarsi, riversandosi su e giù dalle scale mobili, scomparendo in superficie tra gli spiragli di luce che affiorano dall’alto, o in profondità verso i binari, oltre ai tornelli. Arrivo alla macchinetta e seleziono la corsa singola. Viaggio solo andata, per adesso non mi pongo il problema del ritorno. L’importante è raggiungere Agathe e Anais al più presto, al resto ci penserò più tardi. Come se fossi un boyscout e stessi studiando meticolosamente il percorso da intraprendere in montagna, scorro il dito sul pannello di plastica che protegge la mappa della metropolitana, seguendo con l’indice la traiettoria delle varie linee, intrecciate tra loro come radici sotterranee. Linea verde, sette fermate senza cambi. Più facile di così. Scendo e scale e raggiungo il binario, quasi deserto, attendendo l’arrivo del treno seduto su una panchina. Arriva puntuale, dopo pochi minuti, arrestandosi bruscamente con un suono stridulo. Salgo a bordo e prendo posto su un seggiolino di plastica, l’aria condizionata esce gelida dai bocchettoni in alto alla mia testa, congelandomi i capelli sudati; il raffreddore è incluso nel prezzo del biglietto. La sirena irrompe nel silenzio del vagone, praticamente vuoto, e le porte si chiudono. La metropolitana accelera con uno scatto brusco, sbalzandomi verso il posto vuoto a fianco al mio; le pubblicità affisse alle pareti della stazione iniziano a scorrere fuori dal finestrino, fino a scomparire una volta imboccata la galleria. Solo sette fermate mi separano dalle due ragazze francesi. Agathe, Anais… J’arrive!

Trascorro l’intero viaggio controllando il nome delle stazioni sulla mappa, stampata di fronte a me, come per assicurarmi che stia andando nella direzione giusta. Ogni volta che il treno si ferma ho il timore di essermi perso la fermata, e così le conto nella mia mente, come se fossero i secondi che separano un anno da un altro. Meno 6, meno 5, meno 4… Più il treno avanza, più la mia euforia aumenta. Ogni stazione è un passo verso Anais e Agathe. Meno 2… Meno 1… Ci siamo, la prossima è la mia! Dopo pochi minuti, il treno si arresta. Eccomi! Scendo velocemente, con una rapidità da borseggiatore, e mi lancio sulle scale mobili verso l’uscita. Una volta in strada proseguo a piedi in direzione del parco, seguendo le indicazioni di Google Maps. “Tra duecento metri gira a destra, poi raggiungerai la tua destinazione”. Cammino per duecento metri e giro a destra, poi la voce del telefono si leva dalla tasca. “Hai raggiunto la tua destinazione”. Mi addentro all’interno del parco, un normale parco di un quartiere residenziale di una grande città, con qualche aiuola ben curata e un paio di fontane decorative, tutte senz’acqua al loro interno. Una fontana senz’acqua trasmette la stessa tristezza di uno stadio completamente vuoto, durante una partita di Serie A. Non è certo il tipo di posto da finire su una guida turistica, nella sezione “cose da vedere a Santiago de Chile”, ma non importa. Se Agathe e Anais avessero deciso di darmi appuntamento nello scantinato di uno squallido bar di periferia, ci sarei andato comunque. Cerco di individuarle scrutando la folla che anima il parco, aguzzando la vista come se stessi giocando a “Dov’è Wally”. Nonostante l’aiuto degli occhiali ho difficoltà a riconoscere i volti da lontano. Mi sento come quando, da piccolo, dovevo scovare i cerchietti colorati sul fondo della piscina, senza indossare un paio di occhialini. Potrebbe essercene uno bianco lì… Quella ragazza là in fondo potrebbe essere Anais… E invece no: quello non era un cerchietto ma un disco di un bocchettone, e quella, ovviamente, NON è Anais. La mia miopia non mi è mai pesata così tanto come in questo momento.

Poi, quando ormai ho percorso invano tutto il viale principale, noto una ragazza venirmi incontro agitando il braccio, in segno di saluto. È lei, penso. Mi avvicino allungando il passo. Quando sono a pochi metri da lei, al sicuro dalle mie diottrie mancanti, la riconosco. È proprio Anais! Mi sorride e vado in tilt. È ancora più bella di quanto mi ricordassi. Ricambio il sorriso cercando di rimanere composto; non voglio lasciare trasparire troppo la mia emozione. Dialoghiamo un po’ in inglese, lingua che già non parlo molto bene normalmente, figuratevi ora, che sono completamente ammaliato dalla sua presenza. Sbiascico faticosamente qualche parola, con una pronuncia che, a confronto, quella di Renzi sarebbe la pronuncia di un professore di Oxford. Provo a seguire ciò che mi sta dicendo, mettendo in ordine le parole come se stessi giocando a scarabeo, ma invano: il mio cervello è in tilt, il mio sguardo non riesce a staccarsi dai suoi occhi azzurri. Occhi che potrebbero essere inseriti tra le Meraviglie del mondo moderno. Sono immobile e muto come una statua di cera di Madame Tussauds. Potrebbero benissimo usarmi come manichino, anche se, per come sono conciato, con i pantaloni da trekking, un pile della “quechua”, i capelli incolti e i baffi da sparviero, forse sarei più appropriato come spaventapasseri. O spaventapassere. Ritorno in me dopo un periodo indefinito che a me sembra eterno. Camminiamo fianco a fianco per qualche metro conversando del più e del meno verso Agathe, seduta insieme ad un’altra ragazza nel prato, poco più avanti. Mi vede, si alza e mi saluta amichevolmente, poi mi presenta all’amica cilena accanto a lei. Passiamo dall’inglese allo spagnolo, quindi io all’italiano, tanto per capirci ci capiamo comunque. Con l’aria di un uomo vissuto che ne ha passate molte, per non dire di spocchiosa spavalderia, manco fossi Henrie Charriere di “Papillon”, racconto loro delle nostre avventure di queste settimane, accompagnando le storie con qualche birra. Agathe, Anais e Claudia, la loro amica cilena, ascoltano con grande interesse e commentano ammirate le foto. È fatta: le ho tutte in pugno. Checco, Ballo… Non sapete cosa vi state perdendo. Per un paio d’ore conversiamo e beviamo, due cose che mi vengono piuttosto bene. Più bevo più converso e più converso più bevo. Logorroico e alcolista. La differenza tra la birra e le parole è che, in questo caso, la quantità della prima è limitata, mentre quella delle altre non lo è. Infatti le birre finiscono prima delle mie storie, che seguito a raccontare ininterrottamente con una passione crescente. Siamo tutti un po’ brilli e forse è per questo che riesco a mantenere a lungo l’attenzione delle ragazze.

Verso la fine del pomeriggio, quando il sole inizia a calare dietro alle chiome rigogliose degli alberi del parco, proiettandone le ombre scure sul prato, a una mezz’ora dalla chiusura del giardino, arriva Checco. Non lo noto finché non mi passa dietro alle spalle. Alla fine ci hai pensato, eh? Tanto lo sapevo che saresti venuto. E Ballo? È rimasto in ostello. Ok. Lo accogliamo felicemente nel gruppo e lo presentiamo a Claudia, poi torniamo a parlare delle nostre avventure, questa volta raccontate da un narratore diverso. L’atmosfera che si crea tra noi con l’ingresso di Checco è molto piacevole; il nostro rapporto è quello che si instaura tra persone estroverse che, nonostante si siano conosciute da poco, hanno tanto da dirsi e sentono di poterlo fare liberamente. Le ragazze ridono alle nostre battute, noi ridiamo alle loro (spontaneamente, cosa non scontata). C’è una bella sintonia, e il tempo scorre senza che ce ne accorgiamo. Quando scende la sera, verso le 19, siamo costretti a uscire dal parco. Visto che da cosa nasce cosa e ormai il processo si è messo in moto e non si può arrestare, le vicende seguono il loro percorso naturale: Agathe ci invita a casa sua, che è poi casa di Claudia, per cena. Tutto va come dovrebbe andare, liscio come l’olio. Ovviamente accettiamo l’invito con aria trionfante di chi sapeva, o pensava di sapere, o meglio SPERAVA, che saremmo arrivati a questo punto. Raggiungiamo l’appartamento in bus, situato in una zona tranquilla di Santiago. Si, è un ossimoro: non esistono zone “tranquille” in una metropoli sudamericana, è un po’ come il “Regionale Veloce” di Trenitalia. Ma vabbè, a noi importa poi poco, non siamo agenti immobiliari. Mando un messaggio a Ballo per aggiornarlo, allegando la posizione: se cambi idea, e ti consiglio di farlo, ci trovi qui. Poi, dopo aver lasciato le nostre cose nella casa, usciamo per fare la spesa nel supermercato vicino.

Essere italiani all’estero è sempre un vantaggio, ma spesso comporta anche delle responsabilità inderogabili.  Tra queste c’è, in primis, quella della cucina. Siccome è risaputo che in Italia si mangia bene molti stranieri credono che gli italiani siano, automaticamente, anche degli ottimi cuochi; come se il fatto che siamo delle buone forchette faccia di noi, tutti, dei grandi chef stellati, tipo Bottura o Cracco. Così alla richiesta delle ragazze di cucinare per loro non possiamo certo rinunciare, consapevoli del rischio che ci stiamo assumendo. Per mascherare la nostra reale preoccupazione, sfoggiamo una certa sicurezza altezzosa sulle nostre capacità in cucina, promettendo loro una cena indimenticabile. Anais e Agathe sono entusiaste: la loro aspettativa è alta. Mi accorgo di aver fatto una cazzata. Io sto ai fornelli come Cassano sta a un libro di grammatica, o Greta Thunberg all’Ilva di Taranto, ma ormai è tardi per tirarmi indietro. Per rispettare lo schema degli stereotipi adottato dalle ragazze francesi le incarichiamo della scelta del vino (le baguette non ci servono), mentre noi cerchiamo gli ingredienti per il menù della cena. Uova, pancetta (il guanciale in Cile è difficile da trovare), formaggio, pepe e spaghetti; non c’è bisogno che vi dica cosa abbiamo intenzione di cucinare. Ci ricongiungiamo al termine delle nostre ricerche, in fila alla cassa del supermercato. Agathe guarda il nostro carrello, un’espressione delusa si profila sul suo volto. “Ah, Carbonara… la mangio spesso”. Dobbiamo ancora iniziare a cucinare e già abbiamo commesso un errore. Andiamo bene. Comunque anche il vino che hanno in mano loro non sembra dei migliori. Infatti, quando la cassiera passa la bottiglia sotto al lettore e io ne osservo il prezzo sul display della cassa, i mie i sospetti trovano la loro conferma. 3000 pesos: poco più di 3 euro. Non dico nulla, ma un po’ sono deluso anch’io. Il vino ha sempre una certa importanza in queste situazioni, e la vita è troppo breve per bere quello di bassa qualità, specialmente quando si è in compagnia di qualche ragazza. Prima di uscire prendiamo anche una bottiglia di Pisco da bere dopo cena, poi paghiamo e ritorniamo nell’appartamento di Agathe.

Come andrà a finire la serata? Lo scoprirete nel prossimo articolo…

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