Santiago de Chile, ¡estamos aquí! (de nuevo) – giorno 27

Santiago de Chile, 29 settembre 2019

Uno splendente sole primaverile si alza nel cielo terso di Santiago de Chile, oltre alle maestose vette delle Ande, ad oriente. Lentamente spunta delle cime frastagliate e prosegue il suo percorso a ovest, innalzandosi sopra i quartieri periferici della città, rischiarandone i bassi edifici arroccati ai piedi dei monti. Le lamiere che compongono i loro tetti risplendono come piccoli coriandoli di cartapesta. Piano piano i raggi lucenti raggiungono ogni via, vicolo e strada di Santiago, avvolgendo completamente la capitale nel loro calore e profilando nitidamente, con il passare dei minuti, il paesaggio urbano. Nelle vie del centro il traffico inizia ad animarsi, i taxi raccolgono i primi clienti, le serrande dei negozi si alzano, accompagnate dal classico e immancabile rumore stridente delle saracinesche arrugginite, un rumore che per gli abitanti di una metropoli equivale al gallo dei contadini e dei campagnoli. Buenosdias, Santiago. Le case si svuotano, gli uffici si riempiono. Una massa eterogenea di persone addormentate, composta per la maggior parte da studenti in uniforme e lavoratori in giacca e cravatta, si riversa scompostamente nei treni della metropolitana, inondandone i vagoni come uno tsunami umano. I bar servono trepidamente la colazione ai primi clienti, l’odore dei cortados e dei cappuccini, insieme a quello del fumo delle sigarette e dei gas di scarico delle macchine, aleggia pesantemente nell’aria. Lungo le arterie principali, gli autisti in coda nel traffico sfogano la loro frustrazione suonando insistentemente i clacson. Insomma, per Santiago è un risveglio qualsiasi di una giornata qualsiasi, il tipico risveglio di una metropoli. Per noi non è così. Oggi è il nostro ultimo giorno in Cile. Ma a Santiago questo non importa.

Mentre il tempo scorre e la città compie il suo rito quotidiano, noi dormiamo beatamente in ostello. Ci svegliamo tardi, verso le 10 del mattino, quando ormai ogni cosa ha già assunto la posizione che doveva assumere. Compreso il buffet della colazione, che è stato già interamente divorato dagli ospiti più mattinieri, e, visto l’orario, non è stato rifornito. È rimasto solo un po’ di caffè, che non disdegniamo. Ne beviamo avidamente due tazze, avventandoci sulla caffettiera bollente come se fossimo tre alcolisti in astinenza davanti a una bottiglia di Jack Daniel’s. Chissà perché ogni volta che parlo di alcolisti, i paragoni mi vengono così spontanei. Si, chissà perché… Sistemiamo le nostre cose negli zaini, rifacciamo i letti (o meglio, ci limitiamo semplicemente a tirare la coperta verso il cuscino), e usciamo in strada. L’unico programma per oggi (e che programma!), è il pranzo nel ristorante in cui abbiamo mangiato la prima sera del nostro viaggio (se ti sei perso l’articolo fai clic qui), quindi abbiamo ancora tempo per passeggiare tranquillamente in città e goderci questa splendida giornata. Nonostante oggi sia il nostro ultimo giorno in Cile, il caldo tepore primaverile ci mette tutti di buon umore e allontana da noi i tristi pensieri del rientro di domani. “Avete ancora una giornata prima di tornare in Italia, godetevela” sembra suggerirci, saggiamente, il sole. Noi lo ascoltiamo e accogliamo il suo suggerimento. Ce la godremo. A questo proposito, senza perdere tempo, scriviamo subito ad Agathe e Anais, le due ragazze francesi che avevamo conosciuto del deserto di Atacama (fai clic qui se ti sei perso l’articolo), e le chiediamo se hanno impegni per la giornata. Devo essere sincero, Santiago è una bella città (se confrontata con La Paz, Arica, Tacna, Puerto Maldonado e Uyuni), ma nessuno di noi tre era felice di tornare qui solo per poterla visitarla nuovamente. No, assolutamente. Ciò che ci allegrava tanto, e ci allegra tutt’ora, nell’essere qui un’altra volta, è la possibilità di rivedere le due ragazze. Sono loro la vera attrazione della giornata di oggi. Aspettiamo una loro risposta, ansiosi come i naufraghi che, su un’isola deserta, attendono la risposta ai segnali lanciati alla barca avvistata all’orizzonte, quella che potrebbe portarli in salvo. Agathe, Anais, salvateci. Scorro ossessivamente l’indice sul touchscreen del telefono per aggiornare la pagina del direct di Instagram. Una pagina che, però, non cambia. Sulla chat con Agathe e Anais compare solo la scritta “Consegnato. Comunque, penso per farmi coraggio, è meglio di niente.

Passeggiamo per le vie del Barrio Bellavista”, la notte uno dei quartieri più giovani e vibranti di Santiago, pieno di locali, bar e discoteche. Durante il giorno, quando la “movida” di festaioli si placa, il quartiere si trasforma in una tranquilla zona commerciale, animata principalmente da studenti, la cui università si trova a pochi passi dalla strada principale. Compriamo gli ultimi souvenir all’interno di un complesso di negozi per turisti, un luogo creato a posta per gente come noi, dove si può trovare un po’ di tutto, dai gioielli eleganti ai preservativi con la bandiera cilena. Da queste parti, penso guardando questi ultimi accessori, l’alzabandiera non è solo un modo di dire. Alla loro vista mi tornano in mente Agathe e Anais, che avevo dimenticato osservando le vetrine sfilare davanti ai miei occhi curiosi. Sono tentato di comprare un paio di preservativi (un paio perché sono venduti singolarmente, ed è sempre meglio averne uno di scorta, come con le gomme della macchina). Se le cose non dovessero andare bene stasera, avrò comunque un ricordo originale del Cile da tenere nel portafoglio. Poi mi rendo conto che sono tutte cazzate, e lascio perdere. Non è nemmeno sicuro che, con le due ragazze, ci sia una sera, stasera. E l’idea della bandiera cilena avviluppata al… Come dicevo, tutte cazzate. Controllo il telefono. Ancora nessuna risposta dalle francesi. Siamo ancora alla fase “Consegnato”, e sono passate ormai due ore dal nostro primo messaggio…

Dopo aver passato l’intera mattinata tra le vie del quartiere e aver acquistato gli ultimi souvenir, andiamo a mangiare, finalmente. Raggiungiamo il ristorante della nostra prima cena, una piccola steak house, tradizionale e moderna allo stesso tempo.  Sono le 13, e il locale è, stranamente e inspiegabilmente, vuoto. Vuoto come una piscina estiva in un giorno di pioggia torrenziale. Non mi ci vuole molto per capire, guardandomi intorno, che siamo gli unici clienti in sala, come se l’intero locale fosse stato riservato a noi. Il silenzio tombale, che regnava fino a pochi minuti prima che prendessimo posto, viene interrotto dalle nostre voci altisonanti, che riecheggiano nella stanza come i lamenti dei bambini in Chiesa. I camerieri ci servono con un’attenzione fuori dal comune, come se fossimo ospiti ragguardevoli, suggerendoci gli ordini, traducendoci il menù in inglese e illustrandoci le birre a disposizione. E cosa sarà mai, non è poi così strana come cosa, penserete voi. Si è vero, ma dopo due settimane di street food e mercati in Perù (a parte l’unica eccezione dell’ultima serata ad Arequipa), non mi ricordavo più cosa significasse mangiare in un ristorante vero e proprio (fai clic qui se ti sei perso l’articolo su Arequipa). Le posate e la tovaglia sono accessori da stella Michelin, per i miei standard attuali. Mangiamo tutti un “Churrasco Italiano”, ovvero un panino con carne di manzo, avocado, pomodoro e maionese. Come già detto nel mio primo articolo, una combinazione che potrebbe essere dichiarata benissimo “Patrimonio dell’Umanità. Davanti alla birra, artigianale, ci comportiamo come se fossimo degli esperti intenditori, cosa che facciamo solo per fare un po’ di scena (la sala si è affollata), e per mascherare la realtà. E la realtà è che noi, di birra artigianale, non ne capiamo un cazzo. Come se mi chiedessero qual è il fantino più importante al mondo, o a che distanza, precisamente, si trova il Sole dalla Terra. Non è ho la più pallida idea, così come non so distinguere la differenza tra una birra “Ipa” e una “Pale Ale”. La tratteniamo nella bocca per secondi per assaporarla meglio, come se fosse una medicina troppo acida per essere ingerita. Ma, oltre all’amaro dominante, non avvertiamo altri sapori. Ne annusiamo il profumo, inclinando il bicchiere per avvicinarla all’orlo, rischiando di rovesciarne più di una goccia sul tavolino, e macchiandoci con la schiuma la punta del naso. Ma l’odore che emana è anonimo, quasi sgradevole. La osserviamo ondeggiare soavemente nel calice, incantati come davanti a una fiammella di una candela, per cercare una sfumatura interessante. Ma il colore, il classico colore omogeneo di una birra chiara, non cambia. Insomma, la birra, tutto sommato, non è niente di speciale. O meglio, magari lo è, ma noi non siamo i giudici più preparati. Come se una persona che non sa cosa sia il fuorigioco provasse a commentare un gol annullato per posizione irregolare. Cosa vol? Cosa volete che ne sappiamo noi, di birre artigianali, quando in frigo teniamo solo Peroni e Moretti? Finiamo il pranzo e chiediamo il conto: 20 euro. 20 euro per un panino e una birra (vi ricordo che siamo comunque in un ristorante di medio livello). Mi ero dimenticato di quanto fosse caro il Cile.

Usciti dal locale, ci separiamo. Io e Checco rimaniamo per strada, Ballo torna in ostello. Delle francesi non sappiamo ancora nulla, ma questo perché non abbiamo internet da quasi due ore, da quando abbiamo lasciato il “Barrio Bellavista” in direzione del ristorante. Magari ci hanno risposto, magari no. Non possiamo saperlo. Questo dubbio mi attanaglia. Poi, siccome per natura sono una persona che tende a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno, mi immagino che lo abbiano fatto. Nella mia mente, il loro messaggio appare chiaro tra le chat di Instagram. È lì, sono sicuro che ci sia. Dobbiamo trovare un Wi-fi al più presto. Stiamo per incamminarci verso l’ostello, poi mi ricordo che c’è stato un blackout, stamattina, ed è saltata la luce. Sarebbe inutile. L’unico posto che conosco dove potersi collegare a internet gratuitamente è la Plaza de Armas, che per fortuna è raggiungibile facilmente anche a piedi. Io e Checco arriviamo dopo mezz’ora di camminata. Nemmeno quando eravamo in Perù, sotto l’effetto delle foglie di coca, abbiamo mai camminato con una foga e un ardore simile (fai clic qui se non hai letto l’articolo). Apro l’elenco dei Wi-fi e lo scorro, agitato, in cerca di un’icona senza l’immagine del lucchetto, come se stessi cercando un numero di emergenza sulla lista del telefono. Ce ne sono tre, due di questi non funzionano, l’ultimo in realtà richiede l’autentificazione. Compilo il modulo d’iscrizione, accettando un’infinità di termini e condizioni che non leggo nemmeno, inserendo i miei dati dove richiesto. Nome, cognome, data e luogo di nascita…insomma le solite cose. Accetto. Accetto. Accetto. Potrebbe esserci scritto qualsiasi cosa, su quel modulo, ma non mi interessa. Per avere internet in questo momento sono disposto a tutto, anche a dare i miei dati a chissà chi. Il touchscreen si tinge di nero, poi spunta l’icona del caricamento. Dopo qualche secondo di attesa, teso e impaziente come se stessi aspettando i risultati di un esame, riesco a collegarmi. Le notifiche iniziano ad apparire confusamente, accavallandosi caoticamente. Senza prestare troppa attenzione al resto apro Instagram. Controllo il direct. A parte qualche messaggio nuovo, nulla è cambiato. Controllo meglio.  In realtà, mi correggo, qualcosa è cambiato. Invece di “consegnato”, ora, appare la scritta “Aperto”. L’hanno visto, e non hanno risposto. Mi sento tradito. Tornando al paragone precedente, la barca che doveva salvare i naufraghi, nonostante abbia visto il loro segnale, li ha ignorati. E ora moriranno. Non poteva andare peggio. Il liquido del bicchiere, che lo riempiva a metà secondo il mio punto di vista, è stato completamente prosciugato, come un Mojito ghiacciato a ferragosto. Mezzo pieno o mezzo vuoto, ora, non significa nulla. La questione è chiusa, ed è chiaro che non ci sarà nessun incontro con le due ragazze.

Vecchia foto di noi 3 nella Plaza de Armas

Invece non sarà così, ma vorrei evitare di essere troppo prolisso. Di questo ne parlerò nell’articolo successivo. Stay tuned…

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