Adios, Perù – Frontiera Perù/Cile – Giorno 26

Tacna, Perù / Arica, Cile – 28 settembre 2019

La notte passa in fretta. Le immagini dei peruviani attorno a me e dei logori seggiolini gialli sbiaditi dal tempo, insieme ai ricordi di poche ore prima, sfumano nella mia mente fino a dissiparsi nel buio e nel silenzio del bus. Mi lascio cullare dal rumore delle ruote che procedono armoniosamente sull’asfalto. Dormo come non lo facevo da tempo. Mi sveglio poco prima di arrivare a Tacna, mentre la luce pallida del sole, un sole invisibile per via del basso strato di nubi minacciose che ricopre il cielo, rischiara il paesaggio oltre il finestrino. I pochi raggi che riescono a filtrare dall’alto illuminano lievemente la sabbia grigiastra del deserto che fiancheggia la strada. L’immensa distesa desertica, piatta come una tavola da surf e monotona come un brano di Ligabue, appare, sotto questa luce tetra e cupa, più noiosa che mai. Osservo il panorama con il naso attaccato al vetro freddo del finestrino, sperando di scorgere qua e là qualche elemento che si differisca dalla sabbia e dalla polvere del terreno circostante, ma è come cercare un torinese nella curva della Juventus. Oltre a qualche cartello segnaletico e a qualche camion provenire dalla direzione opposta alla nostra non vedo niente. Procediamo a sud rincorrendo l’orizzonte, un’unica e immutabile linea retta davanti ai nostri occhi, simile a quello segnato dal mare quando lo si osserva dalla spiaggia. Sono sul punto di addormentarmi nuovamente quando giungiamo in prossimità della città. Alcune strutture in muratura, spoglie e fatiscenti al punto da sembrare solo lo scheletro di un edificio in costruzione, spuntano dalla polvere grigiastra come margherite in un giardino ad aprile, spezzando la monotonia del deserto. Mano a mano che ci addentriamo nella periferia le costruzioni si infittiscono, la distanza tra una e l’altra si riduce gradualmente fino a scomparire; le strade si ramificano creando un dedalo confuso di vie e vicoli, che percorriamo lentamente per via del traffico che le anima. Pensavo che un paesaggio peggiore di quello offertomi dal deserto poco fa non potesse esistere, ma non avevo ancora visto Tacna…

Quando sono le 6 arriviamo nel parcheggio della stazione. Io e Ballo scendiamo dal bus e recuperiamo gli zaini nel bagagliaio laterale, poi aspettiamo Checco. Cosa alla quale ormai siamo abituati. Gli altri passeggeri caricano i loro pesanti fardelli sulle spalle, per lo più sacche bianche e voluminose dal contenuto misterioso, poi si allontanano verso l’uscita, non senza prima averci rivolto un’ultima occhiata inquisitrice. Passano i minuti, ma di Checco nemmeno l’ombra. Il bus sembra essersi svuotato completamente, la maggior parte di coloro che poco fa erano al suo interno ora sono nel parcheggio a risistemare le proprie cose, gli altri se ne sono già andati da un pezzo. Controllo nel posto accanto a quello dell’autista, il posto assegnato ieri sera a Checco poco prima di partire. Vuoto. I pochi peruviani rimasti ci guardano perplessi, poi mi fanno un segno con le mani che non riesco a capire. “Esta arriba”, mi dicono. È di sopra. Salgo nuovamente sul bus per controllare. Sdraiato su un seggiolino in ultima fila, inconfondibile per via dell’enorme massa di capelli che li ricopre il viso e anche perché è l’unico passeggero ancora a bordo, Checco sta dormendo beatamente. Come sia arrivato fin lì non ne ho la più pallida idea. Lo sveglio cautamente, mantenendo una distanza di sicurezza adeguata nel caso si agitasse bruscamente, perché se svegliare il can che dorme è pericoloso, svegliare Checco lo è ancora di più. Con la stessa sicurezza con la quale accarezzerei una tigre se me la trovassi di fronte, gli batto sulla spalla un paio di volte. Stranamente, aprendo lentamente gli occhi per mettere a fuoco la realtà, non si scompone. “Buenosdias”, gli dico, osservandolo sorridente. Risponde mugugnando mentre si stira sul seggiolino, come per testare che i suoi arti siano ancora parte del suo corpo. “Siamo a Tacna, scendi”, lo sollecito. Passano cinque minuti, poi scendiamo insieme nel parcheggio.

Siamo a Tacna, ma il nostro viaggio non è ancora finito. Ora dobbiamo trovare un modo per varcare la frontiera ed arrivare ad Arica, in Cile. Come fare? In questo posto, in cui gli unici turisti siamo noi, non mi aspetto certo di trovare un ufficio del turismo, così come non mi aspetterei di trovare un negozio di attrezzatura da sci su una spiaggia caraibica. Non possiamo fare altro che chiedere agli impiegati delle compagnie di bus, all’interno dell’autostazione. Entriamo e iniziamo a fare domande in giro. O dovrei dire inizio, visto che sono l’unico a “parlare” spagnolo. La gente è molto disponibile e loquace, dopo pochi minuti abbiamo già raccolto abbastanza informazioni da poter scrivere un’intera guida turistica su Tacna e Arica. Usciamo e attraversiamo la strada, raggiungendo un piccolo piazzale nel quale sono parcheggiati dei piccoli bus. Ai lati dei veicoli giacciono, ammassate una sopra l’altra come sacchi dell’immondizia, le borse colme di carta igienica dei peruviani in coda. Montagne di rotoli bianchi, avvolti da pacchetti di plastica trasparente, spuntano instabili dalle borse delle donne (ci sono pochissimi uomini in giro). A osservare la scena da questa prospettiva, si ha quasi l’impressione che il prodotto più esportato in Cile dal Perù sia proprio la carta igienica. Non il Pisco, non le patate, ma la carta igienica. Il perché di questa cosa rimarrà un mistero per noi.

Prendiamo posto sul bus. Anche ora siamo gli unici turisti, ma questo non mi sorprende affatto. Di fianco a me siede un ragazzo giovane dall’aspetto gioviale. A giudicare dai lineamenti, lievi e poco marcati, e dal colore della pelle, di uno scuro più pallido rispetto a quello dei peruviani, dev’essere cileno. Sbircio il suo passaporto, che estrae dalla tasca per compilare il modulo di immigrazione, per confermare il mio sospetto. Controllo il luogo di nascita: Santiago de Chile. Si, è cileno. Dopo quasi un mese in sud America, constato soddisfatto, queste caratteristiche si distinguono al volo. Il viaggio dura meno del previsto. Verso le 8, dopo meno di un’ora, arriviamo alla frontiera. Scendiamo e compiliamo tutti i moduli necessari per essere ammessi nel paese, dichiarando ciò che abbiamo da dichiarare, ovvero niente. Non avrei motivi per essere preoccupato, ma mi sento agitato. Forse ho guardato troppo “l’Eldorado della droga” ma le frontiere sudamericane mi mettono sempre una sorta di nervosismo ingiustificato. Per questo motivo ho il timore, completamente infondato, che i “carabineros” trovino della cocaina ispezionando il mio zaino, come se fossi il protagonista sfortunato di una serie sul narcotraffico. Trattengo il respiro mentre le mie cose passano sotto ai raggi X, come se la loro scoperta sia ormai una cosa imminente. Ovviamente così non è. Non trovano nulla e mi fanno procedere. Tiro un sospiro di sollievo, e mi prometto che non guarderò più certi programmi. Prima di uscire dall’ufficio, dei militari ci timbrano i passaporti e infine ci consegnano un biglietto, necessario per uscire nuovamente, da conservare. Al termine di questo procedimento ci lasciano passare. Siamo nuovamente in Cile. Rimontiamo sullo stesso bus e ripartiamo in direzione di Arica, che raggiungiamo dopo un’ora di autostrada.

La città sorge sull’Oceano Pacifico, nella zona desertica dell’estremo nord cileno. Località di villeggiatura per i cileni attratti dalle sue spiagge e dal clima soleggiato, si è sviluppata negli ultimi anni grazie al turismo nazionale, ma è da sempre un importante porto del paese. Ora che siamo a settembre, che corrisponde all’ultimo mese invernale nell’emisfero australe, è ancora bassa stagione. Troppo freddo per le spiagge e per il mare, nessuno verrebbe ad Arica da Santiago, o da Concepcion, o da qualsiasi altra città per motivi di turismo. Molti locali sono chiusi, il lungomare è inaccessibile, il centro non è altro che un isolato composto da vie commerciali e supermercati. In pratica, non c’è niente da vedere, ma del resto noi non siamo qui per la città in sé, ma per il suo aeroporto. Da qui voleremo nuovamente a Santiago, stasera.

Dopo essere scesi dal bus camminiamo lungo la strada principale in direzione del centro, mantenendoci alla sinistra del mare increspato, unico punto di riferimento che abbiamo. Il cielo non accenna ad aprirsi, il sole è ancora nascosto chissà dove tra le nubi, una piacevole brezza marina spira dall’alto dell’acqua scompigliandoci i capelli. Sono le 10 quando prendiamo posto in un bar nel centro della città, dove rimaniamo ben 7 ore. Le 7 ore più noiose del nostro viaggio in sud America. Passiamo il tempo navigando su Internet e osservando i passanti sulla strada, sempre più trafficata con lo scorrere delle ore, alternando i caffè alle birre, le storie di Facebook a quelle di Instagram, e, per darvi un’idea di quanto ci stiamo annoiando, gli stati di Whatsapp. Quando sono le 17, dopo un’attesa infinita, chiamiamo un taxi per l’aeroporto, dove arriviamo poco dopo. Tra il nostro arrivo in aeroporto e il decollo trascorrono tre ore. Tre ore di un’ulteriore attesa, tanto interminabile quanto sfiancante.

Buenasnoches Checco

Partiamo alle 20, perfettamente puntuali, e alle 22 siamo a Santiago. Raggiungiamo l’ostello prima di mezzanotte, dopo aver cenato con un paio di spiedini di carne sulla strada.

Tramonto sul deserto di Atacama dall’aereo

Domani sarà il nostro ultimo giorno in Sudamerica, ma ora non ci voglio nemmeno pensare. Ora voglio solo dormire…

Buonanotte

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