Amore e altre cose strane ad Arequipa, Perù – giorno 25 (2)

Questa è la seconda parte di un articolo precedente. Se te lo sei perso, prima di continuare su questa pagina, fai clic qui.

Dopo aver issato i canotti sul furgone e riposto i remi al suo interno, ci asciughiamo dall’acqua gelida del fiume. Spogliandoci nel parcheggio deserto ci togliamo le mute protettive e il giubbotto di salvataggio, liberandoci di un peso asfissiante, e ci rimettiamo gli stessi indumenti che avevamo portato con noi. Prima di partire non avevamo considerato la possibilità di infradiciarci completamente le mutande, così non abbiamo pensato al cambio di biancheria. Intuizione veramente geniale, se consideriamo che il Rafting è uno sport acquatico. Un po’ come andare a sciare senza guanti, o a pescare senza amo. Appresso abbiamo solamente un paio di mutande a testa e ovviamente sono bagnate. Mettendocele macchieremmo i pantaloni, all’altezza dell’inguine, di una chiazza vistosa e facilmente equivocabile. Girare per Arequipa conciati come bambini che hanno problemi di incontinenza non rientra nei piani del viaggio. I folti capelli di Checco danno già abbastanza nell’occhio. Indossiamo i jeans senza mutande e le riponiamo nello zaino, avvolgendole in un cartoccio. Passeggiare in queste condizioni, con i genitali che sfregano contro il tessuto duro e attillato del cavallo dei pantaloni come se fossero unghie contro un velo di cartavetrata, è una tortura che non augurerei nemmeno al mio peggiore nemico (scusate quest’immagine forte). Tipo essere costretti ad ascoltare l’intera discografia dei Sonohra mentre si mangia una pizza all’ananas (scusatemi ancora, questa era più forte di quella di prima). Prendiamo posto sul veicolo e ripartiamo in direzione dell’ostello.

Arriviamo dopo un’ora di viaggio. Come quando si torna a casa dopo un lungo viaggio si corre ad abbracciare i propri cari (gli altri), o il proprio gabinetto (io), noi ci lanciamo in camera e indossiamo le prime mutande che troviamo pescando negli zaini. Mettiamo a stendere quelle usate e ci dirigiamo verso il centro, per cercare un posto in cui mangiare qualcosa. Dopo quasi due settimane in Perù sappiamo già dove andare a questo proposito, come una guida alpina sa quale sentiero percorrere. “Mercado Central de Arequipa”, non possiamo sbagliarci.

 Il mercato è molto grande e caotico, anche se meno rispetto a quello di Cusco (clicca qui se ti sei perso l’articolo). Si sviluppa all’interno di una grande piazza rettangolare, delimitata da bassi edifici e ricoperta interamente da un’alta tettoia metallica. Le zone al suo interno sono divise in base alla tipologia di prodotti venduti. C’è quella della carne, quella del pesce, quella della frutta e della verdura, quella dei formaggi, e infine quella dei ristoranti e dei negozi di souvenir, che comprende anche alcune botteghe di cianfrusaglie e alcuni bar. Vaghiamo tra un banco e l’altro osservando i prodotti in mostra senza sapere bene di cosa abbiamo veramente voglia. Questa confusione, sommata alla varietà infinita dell’offerta gastronomica, non fa altro che aumentare la nostra indecisione. Alla fine prendiamo delle empanada, tanto per cambiare. Ci siamo comportati esattamente come quando si va in pizzeria. Il cameriere arriva, porge il menù, si passano diversi minuti studiandolo attentamente, poi alla fine si ordina la solita margherita e la solita birra media. No, forse non la margherita (esiste veramente gente che mangia la margherita?), e magari siete astemi e preferite l’acqua alla birra (in questo caso, sappiate che non potremmo andare d’accordo), ma avete capito cosa intendo. Gira e rigira si finisce sempre per prendere la stessa cosa. Siamo tutti degli abitudinari, anche se ci mascheriamo osservando il menu per diversi minuti. Comunque, tornando a noi, le empanadas sono ottime. Promosse a pieni voti. Dopo pranzo ci prendiamo un po’ di tempo per visitare meglio il mercato, percorrendone i passaggi stretti facendoci largo tra la folla rumorosa. I profumi dolci e delicati dei frutti tropicali si alternano alla puzza nauseabonda e vomitevole del sangue della carne. Contrasto bizzarro, come ascoltare la primavera di Vivaldi e poi passare agli Slipknot. Nelle macellerie le carcasse delle povere bestie, appese esangui a ganci che penzolano dal soffitto, sono esibite in bella mostra come se fossero dei vestiti in vetrina; le rispettive teste mozzate, grottesche, riposano ordinatamente sul bancone, in vendita. Provo a immaginare un ipotetico dialogo tra il commerciante e l’acquirente. “Prego quale vuole oggi?” “Ah, mi dia la più grande. Sa, è un regalo per mio figlio, oggi compie 10 anni, adora le teste mozzate.”. Oppure, “Mi dia i denti, devo rifarmi la dentiera…” “Prendo quella più terrificante, devo intimidire qualcuno mettendogliela nella cassetta della posta”. Lasciamo stare, è meglio non pensarci. Usciamo dal mercato. 

Il pomeriggio lo passiamo a comprare souvenir in qualche negozio del centro, contrattando su ogni minimo centesimo, come se fossimo ad “Affari di famiglia. Ormai siamo al termine del nostro viaggio e le nostre finanze si stanno prosciugando, se possiamo risparmiare qualcosa siamo lieti di poterlo fare. E poi qui i prezzi sono solo indicativi, con un po’ di volontà e una buona capacità di persuasione si posso ottenere ottimi risultati. Buona notizia per i genovesi, eh? Compriamo magliette, cappelli, calamite e tutto ciò che ancora non avevamo preso, togliendoci questo pensiero definitivamente. Checco si esibisce in un concerto lungo una delle vie principali suonando la zampogna (flauto andino, tipo quello di Peter Pan per intenderci), che ha appena comprato in un negozio. Dire che Checco “suona” la zampogna è come dire che un dj “suona” una consolle, quindi non solo è sbagliato, ma è anche un’offesa a tutti i musicisti seri. Inala una grossa quantità d’aria fino ad arrossirsi in viso, gonfiando le guance come un pesce palla sulla difensiva, e poi esala come un bambino che soffia sulle candeline della torta, sputando energicamente all’interno dei tubetti di lunghezza diversa. Il suono che ottiene è piacevole come il rumore dell’unghia che scorre sfregando sulla lavagna. Le occhiate dei passanti infastiditi sono irose. Se al posto di Checco ci fosse un uomo nudo che suonasse l’arpa cospargendosi la pancia di miele, la gente ne rimarrebbe meno turbata di quanto lo sia ora, davanti alla zampogna di Checco. Forse è un’immagine un po’ esagerata, ma volevo rendervi l’idea della scena. Se non l’hanno linciato è solo perché ha smesso presto.

Checco e la sua Zampogna

Ritorniamo in ostello dopo un paio d’ore. Ci sdraiamo sul divano della hall e iniziamo una partita a “call of duty”, bevendo una birra fredda al caldo tepore del sole pomeridiano. Non potrei stare meglio, penso. Invece mi sbaglio. Dopo qualche partita appare la ragazza della reception. Spunta dal nulla, semplicemente si materializza davanti ai miei occhi. Dopotutto è così che si manifestano gli angeli, no? Ovviamente non si tratta di angeli, la spiegazione è che ero troppo impegnato ad ammazzare degli zombie che non mi ero nemmeno accorto della sua presenza. Probabilmente erano minuti che girava nella hall. Realizzo penosamente che Call of Duty ha prevalso su una ragazza bellissima. Mi sento vuoto, perso, insignificante. È una cosa imperdonabile, come se ordinassi una birra piccola al bar, o interrompessi l’assolo di Knopfler in “Sultans of swing”. “Come è possibile? Cosa mi succede?”. Sono sul punto di cadere in una crisi d’identità. Call of Duty? Crisi d’identità? Mi sembra di essere tornato un adolescente… La ragazza mi sorride, scacciando i miei pensieri con la dolcezza del suo volto angelico. Impacciatamente la saluto. Interrompo la partita alla Play e ne comincio una più importante con lei.

Parliamo nella reception, lei seduta alla scrivania dalla parte del computer, io seduto dalla parte opposta. È strano, essendo un barista sono abituato al contrario, io dietro al bancone, la ragazza davanti, ma non fa niente. Non è il momento di perdersi in queste elucubrazioni, questo poi non è un bar. Mi dice come si chiama, ma il suo nome si perde nel silenzio della reception vuota. È veramente paradossale quanto sia attratto da lei ma non riesca in nessun modo a ricordarne il nome, mentre ricordo perfettamente tutte le armi e le mappe di Call of Duty a distanza di anni. Ma che problemi ho oggi? Parliamo in spagnolo per tutta la durata della conversazione. Lo spagnolo, la lingua più romantica di questo mondo. Sentirla parlare è incantevole. Non so esattamente cosa stia dicendo in questo momento, ma potrebbe anche leggermi il manuale d’istruzioni di una falciatrice che ne rimarrei ammagliato. Quando le dico di chiamarmi Leonardo (come Dicaprio, baby), lei mi soprannomina “Leonardino”. È veramente un soprannome di merda. Normalmente non permetterei a nessuno di chiamarmi così, con questo nomignolo da Chihuahua, ma pazienza. Con lei non importa, mi chiami pure come vuole. Conversiamo del più o del meno. Mi confessa di amare l’Italia e gli italiani, ma non aveva mai sentito parlare di Bologna (questa è difficile da mandare giù, ma gliela perdono). Più passano i minuti con lei più mi sembra di stare sognando. Perdo la cognizione del tempo. Le ore passano, fuori tramonta il sole e si fa buio. Sto per invitarla a cena, quando mi dice che deve andare. “Ci vediamo domani”. Crolla il mondo. Prendete la sensazione che si ha quando si perde una partita importante al 90esimo, e moltiplicatela per 3, e non sono sicuro che possa andare vicino a ciò che provo io ora. Domani saremo in Cile, tra 3 giorni saremo in Italia. Non la vedrò mai più. Fine della storia. In realtà, so bene che la storia non è mai iniziata veramente, ma in quel momento mi ero illuso che lo fosse.

Quando la ragazza scompare dalla mia vista, oltre l’orizzonte urbano formato dalle bianche case della città, controllo l’orologio per la prima volta da quando ho iniziato la conversazione con lei. Sono le 20, ormai è ora di cena. Triste e rassegnato, raggiungo Checco e Ballo. Da bravi amici d’infanzia facevano il tifo per me e non erano per niente invidiosi della mia posizione con la ragazza. Così, quando mi vedono, mi sostengono emotivamente. “Godo!” “Lo sapevo che non ce l’avresti fatta”. Forse era meglio se avessi continuato a giocare a Call of Duty.

Ceniamo in un ristorante molto elegante. Anzi, visti gli standard peruviani ai quali siamo stati abituati finora (quindi mercati e street food), potrei definirlo lussuoso, ma forse “Gourmet” è il termine più corretto. Affreschi alle pareti, camerieri vestiti in abiti tradizionali, musica di sottofondo suonata live da un gruppo locale. Ai tavoli la gente si serve addirittura delle posate. Questo è proprio il posto in cui avrei portato la ragazza della reception se mi fosse capitata l’occasione… Il menù è fisso e prevede una decina di assaggi in totale. Meglio così, almeno non dobbiamo scervellarci per scegliere un piatto in particolare. Come ogni ristorante gourmet che si rispetti, l’offerta è basata su rivisitazioni moderne di piatti della tradizione culinaria locale. Anche i cocktail sono preparati seguendo lo stesso concetto. O forse dovrei dire “concept”, fa più gourmet. Ogni portata è una gioia per il palato, ma credo che ci siano certe cose che non si riescano a spiegare a parole, tra queste c’è il cibo, specialmente quando è veramente delizioso. Quindi è inutile che provi a farlo, allego delle foto a questo proposito.

Usciamo dal ristorante brilli e torniamo in ostello a prendere le nostre cose. Stanotte viaggeremo verso Tacna, ultima città in territorio Peruviano, spostandoci a sud in bus. Poi da lì passeremo la frontiera col Cile e arriveremo ad Arica domattina, dove nel pomeriggio ci aspetta l’aereo per tornare a Santiago. Parlerò di questo nel prossimo articolo.

Adios!

Buenasnoches!

8 pensieri riguardo “Amore e altre cose strane ad Arequipa, Perù – giorno 25 (2)

  1. La foto d’apertura, specie vista di questi tempi, è spettacolare 🙂
    P.S.: io sono una di quelle che mangiano spesso la margherita… la prima volta che vado in una pizzeria quasi sempre: trovo che più semplice è il cibo, meglio si riesca a capire se un ristorante è buono 😉

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