Rafting sul “Rio Chili”, Arequipa, Perù – giorno 25

Arequipa – 27 settembre 2019

Appena chiudo gli occhi, steso su un fianco con la guancia appoggiata dolcemente sul cuscino, cado in un sonno profondo. Dormo come se non lo facessi da tempo, per recuperare tutte le ore perse tra i vari viaggi dei giorni precedenti e la sveglia di ieri notte. Verso le 3 sono disturbato dal rumore degli altri ospiti del dormitorio, che impacciatamente si preparano per il tour al Canyon del Colca. Vorrei avvertirli che è una grande fregatura, quel tour, e che conviene loro rimanere a letto, tra il caldo tepore delle coperte (clicca qui se ti sei perso l’articolo sul Canyon del Colca). Ovviamente sto zitto e non pronuncio una singola parola, anche perché non saprei nemmeno come formulare una frase in queste condizioni, e aspetto che escano dalla stanza il più presto possibile. Oltre a questa interruzione, la notte passa velocemente.

Ci svegliamo tutti più o meno nello stesso momento. Guardo l’orologio. Sono le 10 del mattino, il sole ormai è già alto nel cielo e una luce abbagliante penetra dalle finestre della stanza, inondandone gli angoli più bui con un bagliore irreale. Oggi abbiamo gli stessi impegni di un disoccupato in quarantena. Se escludiamo il rafting sul fiume della città, un’attività che non ci prenderà più di tre ore, non abbiamo nulla da fare. Facciamo colazione in ostello, sia perché non abbiamo nessuna voglia di cercare un bar in strada, sia perché è inclusa nel prezzo. Il buffet è molto povero, talmente povero da sembrare più un tavolino sul quale qualcuno ha dimenticato la merenda. Un paio di fette di pane, due confezioni di marmellate e due banane. Mangiamo quel poco che troviamo, poi ci prepariamo per il rafting. “Prepararsi per il rafting”, dal momento che tutta l’attrezzatura ci verrà fornita in seguito, significa semplicemente aspettare, sui divani dell’ostello, che qualcuno venga a prenderci.

Guardiamo un po’ di Netflix, poi il ragazzo dell’agenzia ci chiama dalla reception e ci fa cenno di seguirlo sulla macchina, parcheggiata in doppia fila. Esempio perfetto del classico parcheggio peruviano. Saliamo a bordo e ci presentiamo agli altri ragazzi, due francesi e due tedeschi. Bene, ma non benissimo. Le loro espressioni, inizialmente amichevoli e curiose, si fanno più schernite quando riveliamo loro la nostra provenienza. “We’re from Italy”. I francesi accompagnano la nostra affermazione con una risata maliziosa, rivolgendosi sguardi di subdola intesa, come a confermare le loro supposizioni. “Te lo avevo detto che erano italiani”, come se portassimo un’etichetta stampata sulla fronte a carattere cubitali. I tedeschi iniziano una conversazione tra loro, parlando con un tono di voce teatrale e canzonando la parola “Italia” più volte. Ovviamente di tedesco non capisco una singola parola che non sia “Bier”, ma posso immaginare benissimo cosa si stanno dicendo. “Ora inizieranno a parlare di pizza!” “Ahah, a me piace di più la carbonara” “Si è vero, io la mangiavo sempre al Lago di Garda” “Mandolino, Berlusconi!”. Per loro noi tre non siamo altro che l’incarnazione vivente, e divertente, di un triste e noioso stereotipo, e ci studiano con sguardo attento, come se fossero di fronte ad una specie rara allo zoo. Stiamo zitti per tutta la durata del viaggio, osservando il paesaggio mutare lentamente fuori dal finestrino. Dopo aver lasciato il centro ci addentriamo nelle tortuose vie periferiche di Arequipa. Il traffico si infittisce, le macchine e i motorini si uniscono fino a formare un’unica massa di veicoli, tanto confusa quanto rumorosa. La colonna sonora del nostro viaggio è costituita dalle voci diffuse dalle radio gracchianti, dalla musica degli stereo, dagli insulti gridati dagli autisti e dagli impropri lanciati dai passanti. Il ché è sicuramente più melodioso e piacevole di un discorso in tedesco. Procediamo lentamente con i finestrini abbassati per rinfrescare l’aria stagnante all’interno del veicolo. Nessuno rispetta la precedenza, o meglio, non ci sono segnali utili a questo scopo, il codice della strada, sempre ammesso che esista, è a libera interpretazione di ogni autista. I semafori, molti non funzionanti, sembrano più essere messi lì per bellezza, come per completare un paesaggio urbano. Per uscire dagli ingorghi ci mettiamo un’ora, poi arriviamo in agenzia.

Nel parcheggio, un ampio spazio asfaltato e coperto da una tettoia di ferro, ci viene fornita l’attrezzatura per il rafting. L’abbigliamento consiste in un’unica e pesante muta protettiva, attillatissima e simile a quella per fare snorkeling. È rivestita, nella parte del busto e del torace, da un grosso giubbotto di salvataggio, piuttosto stretto sul petto. I piedi sono protetti da dei semplici stivaletti, dello stesso materiale della muta, e la testa da un caschetto giallo, simile a quello per ciclisti. Gli unici arti lasciati liberi da questa morsa soffocante sono le braccia. La mia camminata, con tutta questa corazza opprimente indosso, è simile a quella di un pinguino barcollante. Checco è a disagio, non riesce a trovare la taglia più adatta a lui. La guida, un ragazzo giovane e simpatico, scherzoso come tutti da queste parti, gli si avvicina e nota il suo disappunto.  “Demasiado Chicharron, amigo”, gli dice osservando il suo corpo. Troppi Chicharron. Checco, che non apprezza i complimenti sui suoi addominali scolpiti, lo fulmina con un’occhiata gelante, mormorando qualche parolaccia tra sé e sé. Prova un’altra muta passando alla doppia xl, e finalmente riesce ad allacciare completamente la zip. Ce l’ha fatta, ma ha l’aria di uno che potrebbe implodere da un momento all’altro. La sola attività di respirare sembra costargli una fatica indicibile, come se avesse addosso una camicia di forza. I francesi e i tedeschi lo guardano divertiti. Si trovano di fronte, forse per la prima volta nella loro vita, ad un esempio unico del “bello made in Italy”. Checco in questo momento rappresenta esattamente l’immagine del ragazzo italiano: attraente, elegante, sorridente e, soprattutto, affascinante in modo irresistibile. No, ovviamente sono ironico. Carichiamo i canotti e i rispettivi remi sul furgone.

Nel traffico di Arequipa, composto principalmente da taxi e macchine fatiscenti, noi che siamo conciati in questo modo, con un’appariscente muta da sub in una città senza mare, spicchiamo come due tifosi della Roma in curva della Lazio, il giorno del derby della Capitale. Tutte le persone all’interno dei veicoli che ci affiancano, e sono tanti, ci guardano stralunati e confusi, come se stessero cercando di dare un senso al nostro abbigliamento bizzarro. E per quanto riguarda il caschetto, poi. Qui la gente il casco non lo porta quando va in moto, figuratevi che effetto possa fare, a loro, vedere qualcuno indossarne uno all’interno di un furgone. È pura follia. È nosense allo stato puro.

Dopo mezz’ora arriviamo al fiume, il famosissimo “Rio Chili (famoso solo ad Arequipa), che serpeggia zigzagando tra le rocce frastagliate dei rilievi circostanti. La corrente dell’acqua sembra tranquilla, non stagnante, certo, ma nemmeno così violenta come me la immaginavo. Un ottimo luogo per prendere confidenza col canotto. È il momento di separarci, uno di noi dovrà unirsi al gruppo di tedeschi e francesi. La guida lo sa, che non siamo entusiasti, e mi sussurra che lui capisce questo genere di cose. Da fiero patriota peruviano non sopporta i cileni. Mi rivela anche di non provare simpatia per la Germania, dice che sono troppo “severi” e “rigidi”, e che tra la Francia e l’Italia preferisce di gran lunga il Belpaese, perché si mangia meglio. Ovviamente non è mai stato in Europa, anche lui parla per stereotipi (anche se sono idee condivisibili, dopotutto). Provo a spiegargli che io non ho nulla contro i francesi, né contro i tedeschi, ma la mia affermazione suona un po’ stonata, come un “Non sono razzista ma…” poco convincente. Mi sorride, come per rassicurarmi del fatto che non mi devo giustificare. Cerco di assumere l’aria più affabile possibile e prendo posto sul canotto, sedendo davanti sul cornicione sporgente e incastrando i piedi nei lacci appositi. Uno dei ragazzi, un bavarese di Monaco, mi dice che è stato in Italia, ha visitato Firenze, Roma e Venezia, e mangiato un’ottima pizza. Non capisco perché, ogni volta che incontrano un ragazzo italiano, i tedeschi debbano per forza parlare delle loro vacanze nel nostro paese (che poi sono sempre quelle). Io non è che appena incontro un tedesco gli racconto delle mie avventure all’Oktoberfest. Gli racconto quelle che ho avuto con le sue compatriote in Romagna. 

La guida ci spiega i comandi in inglese. Fondamentalmente non dobbiamo fare altro che remare quando ci dice di remare, remare al contrario quando ci dice di remare al contrario, e smettere di remare quando ci dice di smettere di remare. In pratica lui dice le cose e noi eseguiamo, obbedienti, senza fare domande. Cosa che ai tedeschi, disciplinati, viene sicuramente meglio che a me. “Quando saremo in prossimità delle rapide dovrete sedervi all’interno del gommone a gambe incrociate, questo è tutto. VAMONOSS”. Scivoliamo dolcemente sulla corrente del fiume, tranquilla per via dell’assenza quasi totale di dislivello. I primi minuti passano facilmente senza particolari sforzi, poi la situazione cambia. Incontriamo i primi ostacoli del rio, specialmente qualche roccia che spunta dalla superfice agitata come un iceberg, e per evitarli siamo costretti a remare più vigorosamente. Ogni volta che ne urtiamo uno il canotto viene spinto energicamente verso la direzione opposta. Noi sbalziamo in aria rischiando di perdere l’equilibrio, saltando per qualche centimetro per poi atterrare nuovamente sulla gomma scivolosa del canotto, tra gli schizzi schiumosi e pizzicanti dell’acqua, gelida, del fiume. Rischio di precipitare più volte, ma facendomi forza con le gambe, sollecitando i miei quadricipiti in modo estenuante, riesco a rimanere a bordo. Le rapide si susseguono una dopo l’altra in una serie di cascate travolgenti. Senza occhiali e con le gocce che mi si formano davanti agli occhi, non sono in grado di vedere più nulla. La corrente mi trasporta verso il basso quando precipitiamo nel vuoto, poi mi innalza verso il cielo quando lo scafo del gommone infrange, con veemenza, la cresta dell’onda, catapultandomi in un turbine d’adrenalina incontrollabile. Alcune volte, dove il livello è più basso, la punta del canotto si immerge completamente nell’acqua per alcuni secondi, inondandone lo scafo e congelandomi i piedi, per poi riapparire in superficie come un delfino giocherellone. In questi momenti non vedo niente per via delle gocce che mi si parano davanti agli occhi, e non posso fare altro che lasciarmi andare, seguendo il movimento burrascoso della corrente con il mio corpo. Quando riapro le palpebre e le ripulisco dall’acqua, mi capita di ritrovarmi, più volte, a pochi centimetri da una roccia sporgente e pericolosamente appuntita. Non ho paura, l’adrenalina che ho in corpo, protagonista assoluta delle mie emozioni, non permette alla paura di insinuarsi nel mio cervello, non le lascia nessuna possibilità. Sento che la guida mi impartisce gli ordini dalla sua posizione, ma la sua voce mi giunge incomprensibile, insensata. Non so quanto duri questo stato elettrizzante, tutto si svolge in una dimensione senza tempo. Forse si tratta di secondi, forse di minuti. Di quanti non ne ho la minima idea, ma così come le rapide sono apparse, dopo un tratto più leggero, le rapide scompaiono. “This is the end, guys”, è la fine. Per riprendermi impiego un paio di minuti, l’adrenalina è svanita poco fa con l’appiattirsi delle onde, ma il mio corpo è ancora intorpidito, i miei piedi gelidi e le mie gambe esauste. Riportiamo il canotto sul bordo del rio e lo trasportiamo, caricandocelo sulle teste, nel parcheggio.

Nella giornata di oggi succederanno altri episodi memorabili, per cui, per non allungarmi troppo, chiudo qui l’articolo.

Hasta pronto, a presto!

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