Canyon del Colca, Perù – giorno 24

Canyon del Colca, Perù – 26 settembre 2019

Sono seduto al tavolo elegante di un ristorante di Arequipa e sto bevendo un calice di ottimo vino locale. Di fronte a me è seduta, sorridente, la ragazza della reception (clicca qui se ti sei perso l’articolo precedente). Indossa un vestito sfarzoso, rosso, che mette in risalto le curve del suo corpo perfetto. A separarci c’è un vaso di fiori profumati, messi lì come per marcare un confine, tanto immaginario quanto labile, tra lei e me. Oltre a questo, sul ripiano legnoso del tavolino c’è un altro vaso, il mio preferito tra i due, dove riposa ormai vuota la bottiglia di vino. L’atmosfera è intima, ed è resa ancora più romantica dalla musica in sottofondo, opera di un gruppo di musicisti locali. Finiamo di bere e usciamo per una passeggiata. Le vie del centro sono illuminate da una pallida luce tiepida, la luna piena splende alta nel cielo. Lei prende la mia mano, io stringo la sua, ed insieme, come se ci trovassimo all’interno di un film, ci guardiamo. Lei è troppo bella. Tutto questo è troppo bello per essere vero. Avviciniamo i nostri due volti, lei cerca le mie labbra, io cerco le sue…

 “Bibibipi” “bibibipi” “bibibipi” Il suono della sveglia irrompe nella stanza. Mi sveglio di soprassalto, agitato, e mi guardo intorno. Era tutto un sogno. Le lancette fosforescenti dell’orologio spiccano sul quadrante come stelle nella volta celeste. Istintivamente rivolgo lo sguardo verso il mio polso sinistro: 2.45. Non capisco, dev’esserci uno sbaglio, perché mai avrei dovuto puntare la sveglia a quest’ora? Anche se sono consapevole che stavo solo sognando, vorrei riuscire a ripescare dalla mia fantasia notturna quel sogno fugace, tanto breve quanto realistico, e conoscerne il finale. Mi rimetto a letto e spengo il cellulare, poi vedendo scendere Checco e Ballo dai loro letti a castello, che si materializzano davanti ai miei occhi come due ombre nella notte, ricordo tutto. Non c’è stato nessuno sbaglio, tra un quarto d’ora partiremo per il Canyon del Colca. Meglio che mi sbrighi e lasci perdere la ragazza della reception…

Alle 3 usciamo sulla strada principale. Il solito minivan (se ti sei perso l’articolo fai clic qui), che ero sicuro che non avrei mai più rivisto, è parcheggiato a pochi metri dall’ostello. Nel vederlo mi sento come quando ci si trova, per condizioni superiori alla propria volontà, a dover passare una serata con una/o vecchia/o ex di un rapporto fallimentare. Il modello è quello, ma è pure più vetusto rispetto alla corrispondente versione cilena. Il che è tutto un dire. Saliamo e ci disponiamo sui seggiolini stretti e rigidi, ricoperti da un sottile strato di pelle sgualcita, in molte zone, e sudicia, praticamente ovunque. Appoggio la testa al finestrino e provo a dormire, ma per via delle vibrazioni del vetro non riesco a chiudere occhio, rimpiangendo (addirittura) i moderni bus turistici sui quali abbiamo viaggiato durante le ultime notti. Se appisolarmi lì era una sorta di miracolo, so che qui non ce la farò mai, e mi metto l’anima in pace. Facciamo un paio di tappe per caricare il resto del gruppo poi imbocchiamo l’autostrada. Il buio della notte avvolge l’intero paesaggio di un nero impenetrabile, rendendo il tragitto ancora più noioso. Le ore passano lentamente, all’interno del van regna un silenzio spettrale, nella mia mente ripercorro le immagini, talmente nitide da sembrare un trailer di un film d’amore, del sogno di qualche ora fa. Più mi concentro sui miei pensieri e sulla misteriosa ragazza della reception, più aggiungo dettagli alle scene immaginarie, come se fossi il regista delle mie stesse fantasie. Poi, quando sono le 7 ed il sole inizia a sorgere lentamente all’orizzonte, illuminando timidamente l’interno del veicolo con una luce fioca, torno alla realtà.

Dopo mezz’ora ci fermiamo in un piccolo paese, talmente piccolo e insignificante da non avere neppure un nome vero e proprio. Il locale dove facciamo colazione, una sorta di ristorante fatiscente dove ci siamo solo noi, rispecchia esattamente le stesse caratteristiche del paese. “Querria palta”, chiedo gentilmente alla cameriera, sbiascicando le parole faticosamente. “Hay que pagar” replica lei, freddamente. “Entonces querria queso” (formaggio). “Hay que pagar”, devi pagare, mi dice con aria infastidita. Provo a spiegarle che sul volantino c’è scritto che la colazione è inclusa nel prezzo del tour. Lei mi risponde che si, in effetti è così, e mi indica un tavolino con una sorta di buffet. “Todo lo que esta alli es gratuito”, tutto quello che c’è lì è gratis. Devono essere gli avanzi della sera prima, penso. Oltre che a qualche marmellata vischiosa, di un frutto non meglio identificato, ad una serie di fette di pane duro e a una confezione di foglie di coca, non c’è niente. A questo punto se mi avessero proposto gli avanzi della sera prima, sarei stato più entusiasta. Non posso fare altro che pagare i soles per l’avocado e il formaggio, che divoro in poco tempo. Metto una manciata di foglie di coca nell’acqua bollente e bevo due tazze colme di mate, con la speranza di destarmi dalla condizione di dormiveglia che mi perseguita da quando ho aperto gli occhi stamattina. Lasciamo il posto dopo mezz’ora, ripartendo in direzione di Chivay, un piccolo villaggio incastonato tra le montagne della valle. La strada si evolve serpeggiando bruscamente tra i rilievi. Ogni curva è una condanna per il mio povero intestino, l’avocado ingerito in precedenza si muove su e giù per la mia trachea come un ascensore di un grattacielo, seguendo le manovre dell’autista. Potrei vomitare da un momento all’altro, ogni minuto che passa la nausea si fa sempre più forte, e trattenere lo stimolo del vomito sempre più faticoso. Quando penso di essere sul punto di non farcela più, arriviamo al paese.  

La via principale non è altro che un accumulo di botteghe per turisti e negozi di souvenir, e la chiesa, principale attrazione, è piccola e banale, niente di memorabile. L’unica cosa che attira la mia attenzione sono le donne vestite in abiti tipici e gli alpaca che le affiancano, formando coppie bizzarre ma inseparabili, tipo “il grande lebowski” e il suo white russian. In realtà, così come il paese stesso si sorregge sulle spalle dei viaggiatori che capitano da queste parti, anche queste donne sono in attesa dei turisti diretti al Canyon del Colca, per racimolare qualche soles concedendo loro una foto ricordo. Se le agenzie smettessero di aggiungere questo luogo tra le tappe del canyon, di punto in bianco i negozi di souvenir chiuderebbero, le coppie di signore locali e alpaca si sposterebbero verso altre città, e questo paese cadrebbe nel dimenticatoio, perché nessuno effettivamente avrebbe interesse a visitarlo. Dopo una breve sosta, saliamo nuovamente sul van.

Il panorama, che ammiriamo attraverso i finestrini impolverati del veicolo, cambia più proseguiamo lungo la strada in salita. Alla nostra destra, oltre alla parete rocciosa che precipita in un lungo burrone, scorgiamo il fiume stagliarsi tra gli spogli rilievi della valle, per poi scomparire dal nostro campo visivo. Il Canyon inizia a delinearsi nitidamente. Ci fermiamo per goderci il paesaggio da uno spiazzo panoramico, dove scattiamo qualche foto, per poi ripartire velocemente dopo pochi minuti, senza nemmeno aver il tempo di apprezzare veramente l’immagine che si manifesta davanti ai nostri occhi. Inizio a essere stanco, ormai sono le 10 e sono quasi 7 ore che siamo a bordo di questo van sconquassato.

Raggiungiamo la destinazione finale verso le 11, la “Cruz del Condor”, luogo famoso sia per essere il punto più alto della valle, sia per i condor che vi abitano, dal quale prende il nome. La guida ci dice che avvistarne uno è questione di fortuna, può capitare di vederne tanti, come di non vederne nessuno. Ora come ora nel cielo non vola nemmeno una mosca, e sembra più probabile la seconda delle ipotesi. Ci facciamo largo tra la folla di tedeschi, tutti armati di macchine fotografiche dagli obiettivi enormi, simili a quelle dei fotografi del National Georgraphic, e, a giudicare dalle loro facce contemplative, amanti del bird watching. Rispetto a loro noi siamo degli estranei, e ci osservano come se fossimo una strana specie di volatili rari, studiando perplessi i nostri volti, altrettanto perplessi. Nonostante questo, arriviamo sani e salvi sulla piattaforma che si affaccia sul vuoto del Canyon. Rimaniamo fermi immobili a osservare il cielo con la speranza che accada qualcosa, ma non succede assolutamente niente. Passiamo così un numero indefinito, ma alto, di minuti. Poi, dopo aver riportato lo sguardo sul terreno, sentiamo un coro di voci stupite e ammaliate. “OOOOOH”. Rivolgiamo gli occhi verso la posizione precedente, e finalmente avvistiamo un condor volare a pochi metri dalle nostre teste. È enorme, molto più di quanto pensassi e molto di più rispetto a quanto appare dalle foto. Con un’apertura alare di più di tre metri sovrasta il paesaggio e proietta su di noi un’ombra minacciosa, ma solenne. Provo a fare una foto col telefono, ma non faccio in tempo ad aprire la fotocamera che è già sparito, planando chissà dove in cerca della sua preda. Sul viso dei tedeschi, ipnotizzati dall’uccello, si dipinge un’espressione incredula, stupita. Quasi quanto la mia di fronte ai goal di Mattia Destro. Comunque, quasi 8 ore di macchina (macchina, poi) per vedere un uccello, penso. Un uccello figo, questo si, ma non sono poi così sicuro che ne sia valsa la pena… Dopo aver visto le meraviglie dell’amazzonia e delle Ande, il Canyon mi lascia parecchio deluso. Tipo quando aspetti la pizza al venerdì sera e dopo 2 ore di attesa arriva fredda e strinata. Comunque posso dire di aver visto il Canyon più profondo del mondo, e il rapace più temuto e leggendario del sud america. Due piccioni con una fava, no?

Mangiamo in uno squallido ristorante a buffet lungo la strada, più simile a una mensa che a un vero e proprio ristorante. Il significato della parola buffet, se lo cercate sul dizionario, è: “Tavola per un rinfresco o una colazione da consumarsi in piedi”. Vero, ma per me è semplicemente: “mangia come un maiale tutto quello che trovi, fino a scoppiare e/o fino a perdere la dignità.”. Cosa che ci viene bene. Il pranzo è forse la parte migliore del tour, nonostante lo squallore del locale il cibo è ottimo e vario. Promosso, forse (soprattutto), per via del buffet illimitato.

Cibo random, non ho idea di cosa sia

La strada per tornare ad Arequipa è infinita e monotona. Il paesaggio è costituito da distese erbose, piatte e noiose, tipo una brutta versione di quelle spettacolari dell’altopiano cileno e boliviano, dove non c’è assolutamente nulla da vedere. Inoltre, il seggiolino si fa via via più angusto e ostile, l’aria all’interno del van sempre più opprimente e irrespirabile (forse per via del cibo ingurgitato a pranzo). Provo a combattere la stanchezza e la noia, che messe insieme formano una combinazione letale per l’umore, pensando alla ragazza dell’ostello. Ma la mia capacità di concentrazione in questo momento è pari a zero, e la mia mente si rifiuta in tutti i modi di formulare dei pensieri.  

Dopo un viaggio interminabile, verso le 18, poco prima del tramonto, arriviamo ad Arequipa. In ostello cerco disperatamente la ragazza della reception, ma non la trovo. Viste le mie condizioni dopotutto è meglio così. Dopo questa rivelazione, per me tanto deludente quanto il canyon, ogni forza che ero riuscito a conservare si dissolve. Vado in stanza e precipito in un sonno pesante appena la mia schiena entra in contatto con il letto. Mi sveglio verso le 20, ceniamo per strada e poi crolliamo nuovamente a letto. È stata una giornata inutilmente impegnativa, sfiancante, estenuante, al limite dell’immaginabile. Credo che stanotte non avrò nemmeno le energie per sognare… Adios.

4 pensieri riguardo “Canyon del Colca, Perù – giorno 24

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...