Arequipa: “la ciudad blanca”, Perù – giorno 23

Arequipa, Perù – 25 settembre 2019

Il bus lascia Cusco perfettamente in orario, senza nemmeno un minuto di ritardo, né uno di anticipo. Appena scattano le 21, come se il veicolo fosse programmato da un timer, le gomme iniziano a muoversi lentamente sull’asfalto. Dopo tanti viaggi notturni in bus ho capito che i posti migliori sono quelli in prima fila, un po’ come per le montagne russe, dove lo spazio per le gambe è più ampio e confortevole. Così, dopo aver controllato che la situazione me lo permettesse, mi sono spostato davanti. Dalla mia posizione, esattamente sopra all’abitacolo dell’autista, riesco a vedere la strada evolversi davanti ai miei occhi, oltre al vetro scuro del finestrino. Dietro al mio seggiolino non c’è nessuno, e anche la poltrona di fianco alla mia è vuota. Mi sdraio reclinando il sedile al massimo, scelgo una playlist di soft jazz, indosso la mascherina per proteggere gli occhi dalle luci esterne, e infine chiudo le palpebre. Viste queste condizioni, se non riuscissi ad addormentarmi dovrei preoccuparmi. Se ieri avevo la scusa dei Nirvana a salvarmi, adesso non ho più neanche quella… Ma anche ora, ascoltando qualche anonimo pianista cimentarsi un assolo tranquillo, accompagnato da qualche tenue sax, non riesco in nessun modo ad appisolarmi. Niente da fare. Inizio a preoccuparmi sul serio, e questa cosa non fa altro che innervosirmi ulteriormente. Non dormo decentemente su un bus da quando abbiamo lasciato Uyuni (se ti sei perso l’articolo clicca qui), e mi sembra passata una vita. Trascorro le ore successive in uno strano stato di confusione, né completamente sveglio, né completamente addormentato. Le mie orecchie percepiscono la musica come un suono ovattato, come se tra loro e l’auricolare ci fosse un pannello fonoassorbente. Non ho idea di che ore siano, tantomeno di dove siamo. L’unica cosa che so è che mi trovo in dormiveglia all’interno di un enorme scatola buia, che viaggia silenziosamente a 100 chilometri orari verso Arequipa. Quando mi addormento, non me ne rendo nemmeno conto.

Apro gli occhi quando il sole inizia a sorgere a oriente, rischiarando il panorama desertico che mi si figura davanti. Sono le 6 del mattino. Il mio telefono continua a riprodurre, ininterrottamente, la stessa playlist della notte.  Il resto dell’equipaggio dorme ancora profondamente. Al di fuori delle mie cuffie e dello scorrere degli pneumatici sull’asfalto non sento nessun altro rumore. Tutti stanno ancora dormendo ed io sono l’unico sveglio, come sempre. È la solita storia che si ripete, noiosa come la musica che sto ascoltando. Arriviamo a destinazione mezz’ora dopo, esattamente alle 6.30 del mattino, con una convinzione ben salda: i viaggi notturni mi hanno rotto il cazzo. Scendiamo dal veicolo e cerchiamo un taxi che ci possa portare in centro. L’autostazione è un luogo molto trafficato, specialmente da gente nella nostra stessa situazione, quindi trovare un veicolo qui è facile come trovare una birra in Piazza Verdi a Bologna il venerdì sera. Infatti, dopo nemmeno cinque minuti, siamo già su una macchina in direzione dell’ostello.

Arriviamo in ostello verso le 7, lasciamo gli zaini e ci lanciamo a fare colazione. Sono sopravvissuto alla notte, ma nella mia mente risuona ancora un motivetto jazz, che non saprei attribuire a nessuna canzone in particolare, ma che odio come se fosse un tormentone estivo. Mentre mangio qualche biscotto vengo colpito dal sonno, e l’impatto è fortissimo. La mia testa penzola fissa sul legno del tavolino come se fosse quella di un cadavere, dandomi come l’impressione di volersi liberare dal peso del collo e staccarsi dal resto del corpo. Socchiudo gli occhi teatralmente per sopportarne il dolore alle palpebre. Li socchiudo talmente tanto da farli assomigliare a due semplici righe (di norma ho già gli occhi piuttosto a mandorla). Per la prima volta nel corso di questo viaggio non vorrei fare altro che stendermi su un letto e dormire, indefinitamente, per recuperare le energie lasciate lungo la strada. Non mi interessa di dove sono, di cosa c’è intorno a me, o di quanto sia bella Arequipa. Voglio solo dormire. Ma questo non è possibile, perché il check-in è previsto per le 15. Quindi, oltre che a rimproverarmi il fatto di non aver conservato qualche foglia di coca (ad Arequipa sono più rare), non posso fare altro che sperare nella caffeina. Bevo avidamente un paio di caffè, mi lavo la faccia diverse volte con l’acqua gelida e poi mi preparo per uscire. Anche se un manichino di Zara è più animato di me in questo momento, usciamo tutti insieme e andiamo a visitare la città. Senza mappa e senza meta, vaghiamo per le vie del centro come cani randagi.

Foto in ostello con il grande Liam, conosciuto a Cusco e incontrato nuovamente qui appena arrivati

Arequipa è soprannominata “la ciudad blanca”, la città bianca, per via del colore degli edifici che compongono le vie centrali, costruiti con una pietra vulcanica locale. Si trova nel sud del Perù, nella zona della costa, ed è uno dei principali centri urbani del paese (città natale del premio Nobel per la letteratura Mario Vargas LLosa, tra le altre cose). Per via della sua posizione geografica, vicino al mare e lontana dalla cordigliera andina, il meteo è mite e soleggiato tutto l’anno, cosa che la contraddistingue molto da Cusco, dove invece è più fresco e piovoso. Sorge a 2300 metri sul mare, in mezzo ad una zona piatta e arida, e si sviluppa ai piedi di un enorme e imponente vulcano, la cui vetta, innevata e perfettamente conica, supera i 5000 metri. Fine della lezione di geografia, torniamo a noi.

Come dicevo, è vero che giriamo per la città senza nessuna destinazione in particolare, ma è vero anche che riusciamo a farlo senza nessuna difficoltà. Questo grazie alla sua pianta intuitiva. A differenza di Cusco, dove il centro storico si sviluppa arrampicandosi confusamente sui rilievi circostanti (se ti sei perso l’articolo clicca qui), qui le strade si intrecciano alle loro estremità, formando dei blocchi perfettamente geometrici, come se fossero i riquadri di una scacchiera. Ovviamente, al centro di questo schema lineare che rispecchia esattamente il modello coloniale, sorge la piazza principale, che non differisce dalle altre né per il nome, né per la sua forma. Si chiama “Plaza de Armas, tanto per cambiare, ed è esattamente un quadrato perfetto, tanto per cambiare. Però, oltre a questo, non ha nulla a che vedere con quelle che abbiamo visto fino ad ora. La cattedrale, immensa, si erge sontuosamente lungo uno dei quattro lati. È un edificio alto e maestoso, piatto all’estremità superiore, ed interamente bianco per via della pietra con la quale è stato costruito. Alle estremità laterali si alzano due alte torri, sempre bianche, che svettano sulla città come il vulcano alle loro spalle, dominandone il paesaggio. Lungo gli altri tre lati la piazza è delimitata da un lungo porticato, sempre bianco, composto da una doppia linea di arcate regolari, che si interrompe solo nei 4 angoli dove nascono le quattro vie principali. Lo spiazzo centrale è abbellito con una fontana, circondata da una fila concentrica di palme. In sud America trovare una città che si possa definire bella è raro come trovare una banconota da 50 euro per strada, ma Arequipa può benissimo entrare in questa lista. Oltre alla “Plaza de Armas”, anche le vie del centro sono tutte, più o meno, caratterizzate da questo bianco marmoreo. Non ci sono edifici che si possano contraddistinguere dagli altri per le loro caratteristiche architettoniche, tutti si assomigliano molto tra loro, sia per la forma che per il colore. Sono tutti bassi e bianchi, al massimo grigiastri. Ma non è un panorama monotono, anzi! È molto caratteristico e unico, a tratti irreale per via della luce candida del sole che si rispecchia, brillando intensamente, sulle facciate delle case. Ad aumentare questo senso di piacevolezza è sicuramente il clima primaverile, caldo ma non troppo, quindi l’ideale per visitare una città. Girando qua e là, ci imbattiamo un paio di volte in una serie di cortili interni, in stile Andaluso, dove risuona una musica andina e si avverte un intenso profumo di fiori. I portici sono abbelliti con dei motivi floreali perfettamente simmetrici, intagliati meticolosamente all’interno dell’antica pietra bianca. Davanti a questa meraviglia inattesa e improvvisa il mio sonno si affievolisce piano piano, scomparendo del tutto verso metà giornata, quando ci prendiamo un po’ di tempo per gustarci un buon caffè, seduti ai tavolini esterni di un piccolo bar sulla strada principale.

Dopo pranzo mi avventuro in solitaria, Checco e Ballo hanno preferito rimanere a riposare in ostello (perché io non l’abbia fatto, non ne ho idea), all’intero del Convento di Santa Catalina (ex convento, ora solo museo), un altro gioiello di questa città piena di sorprese. È l’attrazione principale di Arequipa, e il perché si capisce appena si mette piede al suo interno e ci si incammina tra il dedalo di stretti vicoli colorati. Se vi aspettate che vi narri la sua storia, avete sbagliato blog (anche perché, avendo pochi soldi, ho fatto il tour senza guida, quindi non so niente nemmeno io). È difficile parlarne, quindi allego delle foto per sintetizzare il discorso e rendere meglio l’idea del posto. In questo luogo ho come l’impressione di essere stato catapultato in un’altra dimensione spirituale.

Terminata la mia gita il sonno torna a bussare alla porta, più insistente di prima. “Non potrai ingannarmi per sempre, io sono sempre al tuo fianco”, sembra volermi comunicare questo messaggio angosciante. Torno nuovamente in ostello e guardando un po’ di Netflix per ingannare il tempo, aspetto insieme agli altri che ci diano il permesso di andare in camera. Aspetto con ansia, più o meno come quando si è in fila ai cancelli per un concerto, rischiando di addormentarmi più volte sul divanetto dove siamo seduti. Alle 15 la ragazza alla receptionist, una bellissima ragazza formosa e dai lineamenti tipicamente latini, praticamente una di quelle modelle che si vedono nei video reggaetton, ci consegna le chiavi della stanza. Finalmente. Senza nemmeno togliermi i vestiti di dosso mi butto sul letto (letteralmente). Mi sdraio e cerco di apprezzare ogni singolo centimetro-quadrato del materasso, sondando il lenzuolo come se fosse il corpo di una donna. Non mi sembra vero. Dopo 2 notti passate su un seggiolino di un bus, la sensazione di essere sdraiato sul letto è indicibile. È come bere una birra fresca in una calda serata estiva, guardando il proprio film preferito con la ragazza dei sogni (che in questo momento per me è la tipa della reception). Ma forse questa stima non è sufficiente per spiegarvelo. Forse dovrei sostituire “guardare un film” con un’altra attività, ma credo che non ce ne sia bisogno a questo punto. Ovviamente mi addormento. Dormo fino alle 17. Mi sveglio ancora più stanco di prima, come spesso succede in questi casi, e senza nessuna concezione reale del tempo. Mi ci vogliono diversi minuti e diversi caffè per riprendermi. Dopo essermi accertato di essere nelle condizioni giuste per sostenere un dialogo in spagnolo, mi vesto decentemente e mi lavo la faccia. Vado alla reception con la scusa di prendere informazioni sui tour al Canyon del Colca (il canyon più profondo del mondo), ma in realtà lo faccio solo per incontrare la misteriosa ragazza di prima. Lei non c’è, noto che è stata sostituita da un ragazzo. Sono tentato di tornare indietro, ma poi mi ricordo della mia missione originaria, e mi faccio lasciare qualche volantino a riguardo, senza spiaccicare nemmeno una parola che non sia “Canyon del Colca”. Ne apro uno insieme a Checco e a Ballo, ovviamente quello tradotto in italiano. “Tour di un giorno al Canyon del Colca. Partenza ore 3 di notte. Costo 70 soles (30 euro più o meno)”. Si, il posto è giusto. Anche il prezzo tutto sommato è notevole. Ma l’orario? È uno scherzo? 3 di notte? Checco e Ballo mi guardano con un’espressione interrogativa. “Hai di meglio da fare?Beh, io in realtà avevo dei piani con una ragazz…Ah, no quello era solo un sogno effimero di qualche ora fa. No, però sapete, per una volta che possiamo rilassarci e dormire fino al mattino, non vedo perché dovremmo svegliarci nel cuore della notte… Ovviamente non dico niente di tutto ciò. Del resto, il Canyon del Colca è il canyon più profondo del mondo e dalla via che siamo qui non possiamo perdercelo. Va bene, acconsento con un’aria non troppo convinta. Confermiamo il tour in agenzia e paghiamo.

Ceniamo con una serie di spiedini di carne per strada, sborsando un’ingente somma di 2 euro e cinquanta. Alle 19, come quando eravamo a Cusco e ci preparavamo per i trekking (sembra passata una vita, clicca qui se ti sei perso gli articoli), andiamo a dormire. A differenza di quando sono in bus, che non dormirei nemmeno se mi somministrassero del cloroformio, ora prendo sonno in un attimo, appena la mia guancia si appoggia al morbido cuscino. È stata una giornata impegnativa, ma il brutto è che ho l’impressione che domani sarà ancora peggio. Buonanotte…

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