In quad tra le Ande peruviane – giorno 22 (2)

Questa è la seconda parte dell’articolo di due giorni fa. Se te lo sei perso, prima di proseguire su questa pagina, fai clic qui

Dopo un’ora e mezza di strada arriviamo al parcheggio dove sono posteggiati i quad che utilizzeremo per il tour. Scendiamo nel piazzale protetto da un cancello arrugginito, chiuso da un vecchio lucchetto, anch’esso arrugginito. La guida ci saluta e si allontana a bordo della macchina vuota, scomparendo all’orizzonte tra la polvere della strada sterrata. A prendersi cura di noi ora è un uomo sulla quarantina, interamente vestito con una tuta da meccanico piuttosto logora e ricoperta da grosse macchie nere, che spiccano inconfondibili sul tessuto sbiadito, simile ad il manto di un dalmata. Ci saluta calorosamente e ci tende la mano, protetta da un pesante guanto da muratore.  “Mario, mucho gusto”. Con aria affabile, assumendosi il ruolo di istruttore di scuola guida, ci spiega i comandi dei suoi veicoli, verso i quali nutre una riverenza fuori dal comune, come se fossero degli oggetti sacri. Ascolto la sua spiegazione distrattamente. Non ho mai guidato un quad prima d’ora, ma da piccolo ero un campione di Mario Kart, quindi la cosa non dovrebbe mettermi troppo in difficoltà, penso. Inoltre la guida sembra piuttosto intuitiva. Esiste un solo pulsante per accelerare, per cambiare marcia c’è un’unica leva sotto al manubrio, e i freni sono gli stessi di quelli di una bicicletta. Non ci vuole certo Vettel per pilotarlo. Per prendere confidenza coi veicoli ci mettiamo su un tracciato di prova, delimitato da birilli e da colonne di vecchi pneumatici impilati l’uno sull’altro.

I nostri quad

Salgo su uno dei tanti quad parcheggiati, incastro le gambe negli spazi appositi, indosso il casco (ah, ma allora esistono anche qui!), e provo a dare gas. Il veicolo schizza per qualche metro come un toro imbizzarrito, sbilanciando il mio corpo in avanti, poi si spegne all’improvviso, come se avessi estratto la chiave d’accensione. A quanto pare non è poi così simile a Mario Kart. Ritento, facendo più attenzione ai passaggi, ma non c’è nulla da fare, succede esattamente la stessa cosa di prima. Mentre io sono ancora fermo sulla linea di partenza, come uno di quei cavalli che, dopo lo sparo iniziale, proprio non ne vogliono sapere di partire, Checco e Ballo percorrono il tracciato senza nessuna difficoltà. Mario note la mia difficoltà e viene ad aiutarmi. Guarda il quad, poi sposta lo sguardo su di me, poi ripete la stessa sequenza un paio di volte, come se stesse cercando di capire quale, o chi dei due, sia il problema. Poi mi osserva divertito, con un bel sorriso stampato sul viso, e mi fa notare di non avere inserito la marcia. Lo ringrazio imbarazzato e metto in moto nuovamente, facendo attenzione a ingranare la prima nel modo corretto. Il quad parte lentamente. Evidentemente il problema ero io, dovevo immaginarlo.  

Dopo qualche giro di prova ci mettiamo sulla strada principale e abbandoniamo il ragazzo neozelandese, che farà un percorso diverso dal nostro con un’altra guida. Prima di partire, Mario ci tiene a ribadire le uniche due regole da seguire. Vietato gareggiare, uscire dalla pista principale e sorpassare gli altri. Questi non sono gli autoscontri. “Ma allora che divertimento c’è?!” Mi guarda severo, come se mi avesse letto nel pensiero. Interpretando quell’occhiata gelida come un rimprovero, gli rispondo di aver capito tutto e gli rivolgo un sorriso rassicurante. Bene, allora vamos. Ci disponiamo in fila indiana alle spalle di Mario e iniziamo a seguirlo, dando gas lentamente. Il ronzio assordante dei nostri motori spezza il silenzio della campagna. La terra e la polvere si alzano in cielo al passaggio delle nostre gomme, creando un manto quasi uniforme di basse nubi grigiastre, che ci obbligano a mantenere la distanza l’uno dall’altro. Davanti a me, Checco e Ballo sfrecciano impetuosi verso l’orizzonte, cercando di seminarmi. Per ridurre la distanza che mi separa da loro, accelero e irrompo nello strato di nebbia che si è creato alle loro spalle. Le lenti dei miei occhiali si riempiono di terriccio, offuscando la mia vista, e sono obbligato a tenere la bocca serrata, se non voglio che anche la mia gola si riempia di terra. Non vedo quasi più niente, quando mi ricordo che il mio casco è dotato di una visiera di plastica. Non c’è una risposta precisa al perché io non l’abbia abbassata prima, così come non ce n’è una al perché io non sia riuscito a inserire la marcia giusta poco fa. Due azioni banali, intuitive… Se ci penso mi viene in mente un’unica risposta per entrambe. Perché sono un “Pendejo, citando l’autista di oggi. P E N D E J O. Ripulisco le lenti dalla terra, abbasso la visiera, e finalmente tutto torna alla normalità. In lontananza scorgo le cime delle Ande, che si ergono sontuose oltre ai campi che costeggiano la strada, proiettando le loro ombre sui lori manti gialli. Poi, dopo qualche chilometro, ci fermiamo ad ammirare uno splendido lago dall’acqua scura e profonda. Terminata questa pausa, rimontiamo in sella ai quad e ripartiamo.

Dopo aver abbandonato la strada principale, sbuchiamo in un unico e infinito drittone, che si apre in mezzo alla campagna, fino a perdersi tra le colline all’orizzonte. Finora è stato solo il giro per scaldare le gomme, ora inizia la vera gara. Gran premio del Perù, circuito andino di Cuzco. I piloti sono pronti sulla griglia di partenza. Ci scambiamo occhiate di sfida in attesa che Mario ci dia il via (manterrà lui il primo posto). Poi ci guarda e ci fa segno di andare, ricordandoci che non dobbiamo gareggiare tra di noi. “Mucho quidado”. Si si, tranquillo… Vamonos!

Ingrano la prima, poi cambio in seconda, in terza, ed infine inserisco la quarta. Il ronzio del motore si fa sempre più intenso mano a mano che aumento la velocità. Il terreno è pieno di buche profonde e rocce pericolose, che cerco di schivare come se fossero mine antiuomo. Il manubrio è sempre più duro e pesante da controllare, come se le ruote si fossero impantanate nel fango, e fatico molto per mantenere il quad in carreggiata. Direziono il veicolo spostandomi col busto dalla parte opposta, per controbilanciare il peso ed evitare di ribaltarmi, cosa che rischio di fare più volte. Procediamo controvento. L’aria gelida penetra nella fessura del casco facendomi fischiare le orecchie con il suo suono tagliente, la mia giacca si gonfia come un pallone aerostatico. Se non fosse blu, in questo momento sarei uguale all’omino Michelin. Accelero e, dopo un intenso duello simile a quello tra Rossi e Stoner del 2008, sorpasso Checco alla mia sinistra, portandomi in seconda posizione. Terminata la manovra pericolosa, inserisco la quinta, con gli occhi costantemente fissi sulla strada. Tra me e Mario ora c’è solo Ballo, ma la distanza che ci separa si riduce sempre di più. Sto arrivando a prendere la Pole. Lui avverte la mia presenza incombente e cerca in tutti i modi di non farmi passare, avanzando a zigzag per chiudermi gli spazi, come se stesse correndo una “Gimkana”.  A furia di spostarsi da destra a sinistra, perde il controllo e sbanda, finendo in un campo ai lati del tracciato. Lo guardo mentre cerca di domare il quad tra la terra dissestata, poi passo in prima posizione, urlando esclamazioni di gioia tipo Guido Meda. Bandiera a scacchi, sto arrivando! Mario, quando si accorge che la situazione ha preso una piega pericolosa, ci ferma e ci rimprovera, come un genitore con dei figli indisponenti. “Lo siento, lo siento”. Mi dispiace, mi dispiace. Ovviamente non è vero.

Arriviamo nuovamente al parcheggio dopo un’ora e mezza, e aspettiamo che il ragazzo neozelandese termini il suo giro. Arriva con un’ora di ritardo, scusandosi ripetutamente con noi. Salutiamo Mario e veniamo caricati nuovamente sulla macchina di prima, dove ci attende la guida. Sono ormai le 17.30 e siamo solo a metà del nostro tour. Il problema è che alle 21 ci aspetta il bus per Arequipa. Aspetta per modo di dire, al conducente, che noi ci saremo o meno, non importa. Quindi è meglio sbrigarsi. Lo comunico all’autista, mi risponde dicendomi che ce la faremo. Non è sicuramente la persona più affidabile quando si parla di orari, come poi non lo è nessuno da queste parti, ma cerco di tranquillizzarmi. La prossima tappa sono le saline di Maras, altra attrazione molto fotografata e tappa obbligatoria di un viaggio a Cusco. Le raggiungiamo dopo un’oretta di macchina, quando il sole sta iniziando a tramontare.

Le saline mi colpiscono per la loro struttura illogica. Sono composte da centinaia di vasche bianche, grandi più o meno un metro quadrato, incastrate tra loro come pezzi di un enorme puzzle, che si arrampicano compostamente lungo la parete rocciosa circostante, discendendo verso valle come una lunga lingua bianca. Viste dall’alto, mentre riflettono gli ultimi raggi solari, sembrano i tasselli di un mosaico. Mi piacerebbe scoprire meglio questo posto, capirne la storia e le origini, avventurarmi tra le piscine e percorrere i sentieri che le sovrastano, lungo le montagne, ma non posso. Il tempo non me lo permette. “Vabbè, cercherò su Wikipedia”. Per via della fretta non riesco ad ammirare questo panorama stupefacente come vorrei, e non posso fare altro che osservarlo in modo superficiale, accontentandomi di scattare qualche foto dal punto panoramico.

I minuti passano, il buio si avvicina. Sono le 19 quando partiamo per tornare a Cusco. Un’ora e mezza di strada ci separa dalla città… Ce la faremo? Provo a chiederlo all’autista. “No sé amigo”. Si? Se? Cosa? Ma è un sì o un no? “La radio dice que hay trafico en la carretera”, c’è traffico in autostrada. Ci mancava solo questa. Osservando costantemente l’orario, proiettato nel display di fronte a me, nella mia mente scorre nitida l’immagine del bus che parte, mentre noi siamo bloccati in questo veicolo tra il traffico di Cusco. Ma mi sono dimenticato dell’uomo che c’è al volante di questa macchina. Sfreccia sulla strada asfaltata come una monoposto della formula 1, sorpassando ogni veicolo che incrociamo, gridando a tutta voce “PENDEJO!”. Procede ad una velocità ben più alta rispetto a quella consentita dal limite, ma questa cosa ovviamente non gli interessa minimamente. A lui no, ma a me sì. Considerato che gli incidenti stradali qui sono all’ordine del giorno, le probabilità di uscire vivi da questo veicolo, guidato da uno che ha tamponato una macchina parcheggiata solo poche ore fa, sono pari a 0. Ho come la sensazione di essere su una barca che si dirige, inarrestabile e furiosa, verso una cascata mortale. Superiamo qualche piccolo paese deserto, poi imbocchiamo la carretera. La radio non si sbagliava: il traffico è fitto. Abbiamo guadagnato dei minuti preziosi prima, ma ora il nostro vantaggio è destinato a dissiparsi. A meno che… A meno che il nostro autista non decida di tentare dei sorpassi spericolati tra le autobotti in coda. Ed è proprio quello che fa. Invadendo, ogni volta che ne ha l’opportunità, la corsia opposta (l’autostrada è a corsia singola per senso di marcia), oltrepassa la lunga coda di mezzi pesanti. I vetri della macchina, percossi dal suono roboante dei loro motori, vibrano incessantemente. Non so come ne usciamo vivi, e pure in tempo per prendere il bus.

Ritirati gli zaini in ostello ci facciamo portare all’autostazione, salendo sul primo taxi che troviamo per la strada. Arriviamo nel momento in cui stanno imbarcando in stiva i bagagli, con i nostri biglietti già in mano. Depositiamo le nostre cose nel baule e saliamo sul bus. Stanotte, un altro viaggio ci aspetta. Domattina dovremmo arrivare ad Arequipa verso le 6. Sarà un viaggio lungo, ma almeno questa volta ho scaricato altre playlist, più adatte per dormire. Buenasnoches, spero…

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