Paura e delirio a Cusco – giorno 22 (1)

Cusco – 24 settembre 2019

Abbiamo da poco lasciato Puerto Maldonado, ormai è mezzanotte ma, come sempre, non riesco a prendere sonno in nessun modo. All’interno del veicolo nessuno parla, perciò l’aria è invasa da un silenzio surreale, spettrale, simile a quello che cala sulle chiese durante la comunione. Ho quasi l’impressione di essere l’unica persona ancora sveglia, oltre ovviamente all’autista. Cerco di scacciare questo pensiero ascoltando un po’ di musica. Il problema è che, oltre ai Nirvana, ai Foo Fighters e ai Pearl Jam (primo album, quello più grunge di tutti), non ho scaricato altre playlist (grande Leo), e Smell like teen spirits o Even Flow non sono certe state scritte con l’intento di essere riprodotte come ninna-nanne. Decido di estrapolare dagli album i pezzi più adatti per appisolarsi, ma come potete benissimo immaginare, sono pochi, forse tre o quattro. Ascolto questa sorta di Lp per un’ora, poi, dopo aver imparato a memoria praticamente tutti i testi come se fossero dei mantra, capisco che non sarà la voce di Eddie Vedder a farmi prendere sonno. Spengo il telefono, sperando con questo gesto di riuscire a spegnere anche il cervello, che sta agendo come una fucina di pensieri incontrollati e sconclusionati, fantasticando su ogni elemento che mi passa per la testa. “Ma poi che cazzo significa Smell like teen spirit?” “Ma Dave Grohl saprà suonare anche il clavicembalo?” “Se non si è veramente suicidato, chi ha ucciso Kurt Cobain?” “Chi ha incastrato Roger Rabbit?” Ah no, questo non centra… Torno ad osservare il buio fuori dal finestrino, reclinando il sedile il più possibile. Senza rendermene conto, come spesso accade quando si smette di cercare qualcosa, mi addormento, con ancora il ritornello di “Black” stampato in mente.Doodoo-doo-doo-doodoodoo…”

Apro gli occhi mentre il sole sta sorgendo in lontananza, oltre i rilievi dell’autostrada che stiamo percorrendo. Un cartello, che spunta dal nulla come un fungo nel bosco, ci ricorda che siamo a cento chilometri da Cusco. Il paesaggio è tornato ad essere quello che ben conosciamo. La fitta vegetazione della giungla, piatta e verde, ha lasciato il posto alle spoglie e ostili montagne della regione andina. La strada si apre su un territorio pianeggiante dove lavora qualche contadino, fiancheggiato a destra da un’imponente parete rocciosa e a sinistra da un torrente impietoso, oltre al quale, a qualche centinaio di metri di distanza, si erge maestosa l’altra parete della valle. Proprio come previsto, arriviamo a destinazione alle 8. Quando si viaggia in Sudamerica è praticamente impossibile avere delle certezze. Perché praticamente? Perché almeno una certezza, per fortuna, c’è: i bus sono SEMPRE in orario. Proprio come in Italia, no? Qui Flixbus fallirebbe in meno di un anno.

Appena scendiamo dal veicolo, un taxista ci viene incontro e ci invita a salire in macchina. Chiedo il prezzo e mi propone una cifra decisamente troppo elevata (mi ricordo ancora quanto abbiamo speso all’andata) e inizio a contrattare. “No asi amigo no puedo”. In Perù è più facile trovare un discendente diretto degli Inca che un tassametro. Per farvi capire meglio: I Quero (ultimi discendenti degli Inca) vivono in un villaggio che non compare nemmeno sulle mappe, sperduto a 5000 metri tra le Ande. Ho detto tutto. Le mie abilità, apprese dopo tanti anni di esperienza in Romagna con i vucumprà, non fruttano nessun risultato. Il taxista non molla l’osso e rimane fisso sul suo prezzo originale. Pur avendo studiato spagnolo commerciale alle superiori, ora le uniche parole che mi vengono in mente sono quelle che ho imparato guardando narcos. “Plata o plomo, ustedes eligen”. No forse non mi conviene dirlo. Per evitare di perdere tempo desisto e accetto la sua offerta. Vamos.

Arriviamo in ostello verso le 9. Lasciamo gli zaini e ci accordiamo per il tour in quad che faremo questo pomeriggio nella Valle sacra degli Inca, organizzato da un’agenzia locale e prenotato prima di partire per l’Amazzonia. Il ritrovo è fissato intorno alle 15, perciò abbiamo tutta la mattinata libera. Ci incamminiamo verso il centro, che ormai, essendo questo il nostro terzo giorno a Cusco, conosciamo come se fosse Spilamberto (se ti sei perso l’articolo in cui parlo di Cusco, clicca qui). A parte i numerosi musei o gli interni di qualche chiesa, che non prendiamo nemmeno in considerazione, non ci rimane più nulla da visitare o da vedere, così per passarci il tempo, ci dedichiamo alla divertentissima attività della ricerca di souvenir. Evvai, non vedevo l’ora. Passo da un negozio all’altro con lo stesso entusiasmo del marito che accompagna la moglie a fare shopping. Di domenica. Quando c’è la serie A. E quando la squadra del cuore gioca in casa, la partita più importante del campionato. Insomma, se non l’aveste capito, comprare souvenir non mi piace. Soprattutto qui, dove si può trovare qualsiasi cosa, ad un livello che a confronto un negozio dei cinesi è una bancarella di un mercatino. La mia intenzione era quella di acquistare un poncho e un cappello, ma alla fine compro solo un paio di calamite (un regalo sempre atteso, come le mutande a natale) e posticipo il resto a quando saremo ad Arequipa. Tanto c’è ancora tempo, penso. E poi, trovare un poncho in Perù è come trovare un paio di RayBan o un costume a Riccione.

Quando sono le 12 e iniziamo ad essere affamati, forse casualmente, forse più come risposta ad un richiamo animalesco del nostro corpo, ci imbattiamo nel mercato centrale, che prima d’ora non avevamo mai visitato. È sicuramente il luogo più caotico che abbia mai visto in sud America, una sorta di combinazione tra il traffico di La Paz, in Bolivia, e quello di Santiago, in Cile. Entrando ho come l’impressione che tutta la popolazione di Cusco, anzi di tutta la regione, si sia accordata per riunirsi qui alla stessa ora, riversandosi in massa tra gli spazi stretti che separano un banco dall’altro, ostruendone il passaggio come se fossimo ad un concerto. Anzi, mi correggo, come se fossimo a Machu Picchu (se ti sei perso l’articolo su Machu Picchu, clicca qui). Riusciamo a farci strada tra la folla e raggiungiamo una bettola, dove ordiniamo un piatto “pequeno” di Chicharron e ceviche, accompagnati con patate e mais. La cameriera ci chiede, scrutando i nostri corpi con attenzione, se non preferiamo la porzione grande, insistendo come una nonna quando il nipote non ne vuole sapere di terminare il piatto di tortellini. Eh no, non ci cascheremo nuovamente, devo ancora digerire la porzione di 4 giorni fa. Anche Checco è d’accordo, mi comunica con lo sguardo che non ha intenzione di ripetere quell’esperienza (clicca qui se ti sei perso l’articolo). Ballo idem. La piccola va benissimo, le dico. “Però, se guardandomi ha pensato il menu grande fosse più giusto per me, forse non devo apparire così in forma come credo, viste le dimensioni da queste parti…” Poi mi ricordo che con me c’era anche Checco, che ha guardato più lui che me e che sono l’unico del gruppo a “parlare” spagnolo, così questo dubbio si dissolve. Tutto chiaro ora. Il cibo, ottimo, arriva nella quantità giusta. Quando terminiamo di mangiare siamo perfettamente sazi: non troppo da non riuscire ad alzarci dal tavolo, non troppo affamati da chiedere il dessert. Si, lo so che normalmente c’è sempre spazio per il dolce, ma questa regola non vale in Perù. Non con sua maestà El Chicharron.  Dopo aver pagato un conto irrisorio, talmente basso da sembrare più una mancia per la cameriera che la somma di tutto il cibo ordinato (notate che è un commento, non un lamento), lasciamo il mercato e torniamo in ostello. 

La puntualità in America latina è un concetto applicabile solo ai conducenti dei bus, il resto della gente non ne conosce il significato. Infatti, la guida che sarebbe dovuta arrivare alle 15, arriva con mezz’ora di ritardo, ovviamente senza scusarsi. Veniamo caricati sulla sua piccola macchina insieme ad un altro turista, un gigante neozelandese di due metri che fa fatica a incastrare la sua figura poderosa nel veicolo, e partiamo in direzione del “valle sagrado”, la valle sacra. Il traffico di Cusco è impazzito. Ci eravamo dimenticati, nella pace armoniosa dell’Amazzonia, quanto fossero pericolose le strade da queste parti (clicca qui se ti sei perso gli articolo sull’Amazzonia). Come per ricordarci che qui, ogni volta che si sale in macchina si corre il rischio di finire vittime di un incidente, accade un fatto strano. Siamo coinvolti in un sinistro stradale. Prima di lasciare la città, l’autista, a seguito di un piccolo tamponamento (così lieve da non essere avvertito da nessuno di noi), si ferma e scende per la dichiarazione amichevole. “Pendejo!” attacca l’offeso. “Pendejo de mierda” risponde l’altro. “Concha tu madre, pendejo” torna all’attacco il primo “Concha la tuya, pendejo” si difende quell’altro. I due, senza fare assolutamente nulla oltre che ad insultarsi, continuano così per altri cinque minuti, poi ognuno torna sulla propria auto, come se non fosse successo niente. A quanto pare, darsi dei coglioni a vicenda è la versione peruviana della nostra costatazione amichevole. Sono un po’ deluso, visto come si erano messe le cose io mi aspettavo almeno un’accoltellata, un montante ben piazzato, o una sprangata con il crick… Ok forse ho guardato troppo Narcos (comunque stavo scherzando). Poco prima di ripartire, mentre la nostra guida sta girando la chiave di accensione, l’altro autista scende dal suo veicolo e sferra un calcio alla gomma posteriore destra, vicino alla mia portiera, accompagnando il suo gesto atletico con un grido, ormai inequivocabile. “PENDEJO!” Non riesco a trattenere le risate, ma forse rido perché ho paura, non saprei. La guida, ricordandosi che ha dei passeggeri intorno, dimostra tutta la sua professionalità e decide di porre fine al dibattito pacificamente. Ingrana la retromarcia e indirizza il posteriore del veicolo verso l’uomo, cercando di pestargli il piede col quale ha sferrato il calcio, dirigendo lo pneumatico verso la suola della scarpa. L’uomo lo schiva per poco, balzando sul marciapiede alla sua destra, tra la perplessità dei passanti. “Pendejo” sussurra il nostro uomo. Certo che a livello di insulti, qui non avete molta fantasia, eh. Dopo aver evitato altre grane, quando siamo ormai a un centinaio di metri dal luogo dell’incidente, anche se mi pare un po’ esagerato chiamarlo così, l’autista torna in sé. Si volta e ci guarda con un’espressione un po’ stralunata, forse realizzando solo ora che anche noi eravamo in macchina quando ha tentato di investire l’altro “pendejo”. No tranquillo, non lo scriveremo su TripAdvisor, no te preocupes. È stato divertente. E lasciatelo dire: sei proprio un bel pendejo, amico.

La seconda parte della giornata la racconterò nel prossimo articolo, siccome ha bisogno di più spazio per essere narrata. Adios!

6 pensieri riguardo “Paura e delirio a Cusco – giorno 22 (1)

    1. Bellissimo! Dev’essere stata un’esperienza unica. Io sono stato in Cile, Bolivia e Perù, ma la Colombia è sulla lista da tempo… Comunque si, oltre che ai paesaggi meravigliosi, anche le gente è incredibile. Una volta là, non vorresti più tornare a casa…

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      1. io ho fatto Messico, Bassa California, Guatemala, Honduras Belize,Yucatan..90 Milà km in autostop..nel 1994-95..
        Venezuela 3500 km in barca e cavallo..per finire su un catamarano doppio a girarmi tutto Los Roches..
        poi tante altre avventure..
        adesso e 20 anni che giriamo l’Italia.. avendo due figlie da crescere..ma adesso vediamo dopo il Coronavirus cosa fare..io opterei per il cammino di Santiago..farli tutto in 36 giorni…per poi passare ad uno dei due sogni della mia vita..la Francigena da
        Londra a Santa Maria di Leuca…
        l’altro è girarmi il mondo a piedi.spero dopo la pensione di avere le forze..

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      2. Che figata!!! Tanta, tanta roba! Gran crosta, dev’essere stata un’esperienza assurda… Si quando si è giovani come me, senza impegni particolarmente ostacolanti, è molto più facile trovare del tempo per partire. Comunque abbiamo la fortuna di di vivere in paese fantastico da questo punto di vista, e immagino che viaggiare in camper sia comunque un’avventura, a prescindere dalla meta. Il cammino di Santiago è qualcosa da fare almeno una volta nella vita, ma anche la Francigena intera non è da meno… Speriamo di tornare a viaggiare presto, io cerco di continuare a farlo con la mente, scrivendo qui, ma mi rendo che è tutta un’altra cosa… Dai tieni botta!!!

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