Hasta la vista, amazzonia – giorno 21 (2)

Questa è la seconda parte dell’ultimo articolo sull’Amazzonia. Se te lo sei perso fai clic qui

Verso le 13 arriviamo al lodge senza nessun imprevisto. Pranziamo in solitaria, del gruppo di spagnoli non c’è nemmeno l’ombra ed il posto sembra tornato ad essere quello del primo giorno. Lo abbiamo conosciuto così e lo lasceremo così, ma con un sacco di ricordi in più e molti più episodi da raccontare (cosa che ho cercato di fare, spero proficuamente, in queste pagine). Finito di mangiare ci prepariamo per lasciare il lodge. Rifacciamo gli zaini sistemando i vestiti all’interno, ammucchiati sui letti come gli indumenti stropicciati di un grande magazzino. È un’attività impegnativa: i nostri zaini sembrano essersi rimpiccioliti, come quando si sbaglia il lavaggio di una maglietta, mentre la massa dei vestiti si è fatta decisamente più voluminosa, più gonfia. Improvvisiamo una partita a tetris incastrando le mutande e le calze con molta precisone all’interno della tasca interna, riempiendo ogni millimetro dello spazio a nostra disposizione. Dopo diversi tentativi riusciamo nell’impresa. Come le canottiere dei camionisti, di taglie troppo piccole visti i corpi che proteggono, anche gli zaini sembrano sopportare un peso decisamente troppo elevato per la loro capacità. Sofferenti, danno l’impressione di essere sul punto di esplodere da un momento all’altro, come ordigni imprevedibili. Proviamo a metterceli sulle spalle per testare la loro resistenza. Per via del peso mal distribuito lungo la schiena la mia spina dorsale è sul punto di rompersi in due parti, come la struttura di un arco in legno troppo tesa, ma il tessuto dello zaino, sospeso a mezzo metro di altezza dal pavimento, sembra reggere. Ora la domanda è una sola. Reggeremo noi? Sembra di trasportare un macigno. Camminando con il busto piegato in avanti, cercando di opporre maggiore resistenza alla forza che ci tira verso il pavimento, siamo molto simili agli schiavi dell’antico Egitto, quando erano obbligati a lavorare alla costruzione delle Piramidi. Nonostante io abbia fatto diversi anni di scout, mi rendo conto che ho ancora molto da imparare in merito a come gestire gli spazi e i pesi nello zaino. Comunque, forse per giustificarmi o forse per via dell’esperienza, credo che ci sia una legge universale che domina questa attività. Come è impossibile riprodurre l’acconciatura di un parrucchiere a casa con le proprie mani, credo che sia impossibile, dopo tre settimane di viaggio, riportare la valigia/zaino alla sua situazione iniziale. “Ma come cazzo ho fatto a farci stare tutto così facilmente? Eppure all’inizio non pesava così tanto…” Arriverà sempre un momento in cui ve lo chiederete, osservando, spiazzati e un po’ perplessi, la sua immagine deforme. Sempre.

Liberiamo la stanza verso le 14.30 e ci rilassiamo in giardino in attesa che Bryan ci riporti in città, a Puerto Maldonado. Mentre osservo le imbarcazioni scorrere lentamente sul fiume, lasciandosi alle loro spalle una scia d’acqua spumosa e animando l’ambiente con il ronzio dei loro motori, vengo pervaso, inspiegabilmente, da un senso di tristezza. Dopo qualche minuto capisco tutto. Mi mancherà la selva, mi mancheranno i suoi tesori inestimabili, i suoi frutti tropicali (ora so che ogni banana che mangerò, o ogni avocado che assaggerò, non saranno altro che delle spiacevoli imitazioni di quelli che ho provato qua), mi mancheranno le sue scimmie scherzose. Mi mancherà svegliarmi nel mezzo della natura selvaggia, incontaminata, dove l’intervento nauseabondo dell’uomo è stato arrestato dalla vegetazione impenetrabile, dai canti degli uccelli colorati e dall’odore dolce e incantevole dei fiori tropicali. Mi mancherà questa sensazione di libertà primitiva, assoluta, ancestrale, e mi mancherà godermi il sole della giungla sdraiato su un’amaca, bevendo succo fresco di Pina (ananas), ascoltando il rumore rilassante del fiume e del vento. Vorrei poter stare più tempo qui, per godermi questa spensieratezza più a lungo. Nessun impegno, nessuno stress, nessun rapporto con il mondo esterno, nessuna fretta…Si, non male come vita, forse ci metterei una firma. “Sole, un sacco di palme, nessuno che ti rompe i coglioni, che ti dice cosa devi fare” Mi sembra di sentire Giovanni in “Tre uomini e una gamba”. Ma questo non è il Costa Rica, questo è il Perù, e domani saremo nuovamente a Cusco. Poi ci sposteremo a sud, verso Arequipa. Il viaggio è ancora lungo. Dover lasciare l’Amazzonia è veramente dura, ma per fortuna il pensiero delle avventure che ci aspettano nei prossimi giorni ci solleva. Forse, se dovessi tornare a casa ora, starei qui e strapperei il biglietto…

È ora di andare, penso tra me e me. “E’ ora di andare.” Ripete Bryan, quasi come se mi stesse leggendo nel pensiero. Carichiamo i nostri pesanti fardelli sulla barca, facendo attenzione a distribuire bene il loro peso sullo scafo, poi saliamo sulla lancia per l’ultima volta. Dopo essere salpati rivolgo lo sguardo in direzione del lodge e lo osservo mentre scompare lentamente dalla mia vista, inghiottito dalla giungla che lo circonda. Più avanziamo verso la città più la selva si riduce, sostituita dai casolari in cemento della periferia, che sorgono come un ammonimento nei nostri confronti. “Attenzione: state tornando nel mondo reale”. Quando sposto lo sguardo dalla poppa alla prua me ne rendo conto, e dentro di me spero che possa accadere qualcosa simile a quello che ci è successo stamattina. “Magari rimanendo impantanati qui da qualche parte perderemmo tempo, e di conseguenza perderemmo anche il bus per tornare a Cusco, quindi potremmo tornare nuovamente al lodge per un altro po’ di tempo, e rilassarci nuovamente sull’amaca bevendo succo di pina”. Ovviamente non succede niente di tutto ciò, e arriviamo al porto verso le 17. Ad attenderci, poco oltre al molo, troviamo lo stesso taxi dell’andata.

Salutiamo Bryan e saliamo sul veicolo. Dopo esserci accomodati l’autista ci chiede dove siamo diretti. Si, bella domanda questa. Dov’è che siamo diretti precisamente? Nessuno di noi lo sa in realtà, non ci eravamo ancora posti questo problema. Il bus partirà alle 21.30, quindi tra più di quattro ore, e dobbiamo trovare una soluzione per riempire questo spazio di tempo, ma non abbiamo la minima idea di dove andare. Noi temporeggiamo, come se stessimo affrontando un’interrogazione di matematica, guardandoci senza dire una parola. L’autista diventa sempre più insistente, come se avesse fretta di partire, e ci rivela la sua agitazione rivolgendoci occhiate frenetiche. Il silenzio si carica di tensione, il taxista, sempre più infastidito dal nostro mutismo, sembra essere sul punto di farci scendere dal veicolo con la forza. Mi chiede se vogliamo andare alla stazione dei bus, quella simile ad un avamposto abbandonato (ne avevo parlato in questo articolo). No, non c’è dubbio che io aspetti tutte queste ore in un posto del genere, pieno di soggetti loschi, per di più immerso nel buio della sera. Se volessi essere accoltellato, esperienza che non avrei piacere di provare, quello sarebbe il posto giusto. La mia risposta lo infastidisce ulteriormente, inizia a tamburellare con le mani sul volante, mettendomi ancora di più a disagio. Poi ho un’illuminazione. “Plaza de Armas!” Non sono assolutamente sicuro che questo posto esista realmente, non so nemmeno come sia fatta Puerto Maldonado, figuriamoci se conosco il nome delle sue vie. Però, dopo 3 settimane in America latina, ho imparato che ogni città, a prescindere dalle sue dimensioni e dalle sue caratteristiche, ha la propria Plaza de Armas, che normalmente è la piazza principale. Un po’ come in Italia ogni paese ha una sua chiesa, non ci si può sbagliare. L’autista mi guarda soddisfatto, poi esclama un sonoro “vamos” ed ingrana la marcia, allontanandosi dal parcheggio del porto. La mia intuizione era giusta, per fortuna…

Parcheggio del porto, in mezzo al nulla

La piazza della città rispetta esattamente le caratteristiche di ogni altra piazza Sudamericana che porta questo nome, ma a differenza di altre non si può certo definire bella. La forma è quadrata, così perfetta che sembra essere stata impressa con uno stampino sul terreno. Al centro dello spiazzo spoglio, costeggiato da palme rigogliose, sorge un campanile azzurro e bianco, simile a un’enorme matita mal temperata e adornato con 4 orologi, posti ognuno su una delle 4 pareti. Il perimetro è interamente delimitato dai bassi edifici fatiscenti, alcuni sono sbiaditi per via del tempo e delle intemperie, altri non hanno mai incontrato la vernice e le loro facciate non sono altro che un insieme di mattoni grigi, tenuti insieme grazie a qualche strato di cemento. Alla base di queste strutture pericolanti sorgono una serie di bar e ristoranti, segnalati da insegne a led che illuminano, con una cadenza irregolare, l’ombra delle strade deserte ai lati della piazza. Visti da fuori non li si può certo definire invitanti, e probabilmente, se non fossimo in queste condizioni, non entreremmo mai in nessuno di essi, ma piuttosto che girare con 20 chili di zaino sulle spalle siamo disposti a tutto.

 Notiamo un cartello, simile a quelli apribili dei gelati, che attrae la nostra attenzione, come un’oasi nel deserto: “Casa de la cerveza”, casa della birra, quindi un modo più carino e più breve per dire “Casa di alcolisti anonimi”. Però! Questo posto sembra essere fatto apposta per me, come una fake news è fatta apposta per i cinquantenni su Facebook (si scherza, eh). Se fossi un pellegrino, questa sarebbe la mia Santiago de Compostela, il mio santuario. Estasiato come un bambino che si trova a Disneyland per la prima volta, entro nel bar. Checco e Ballo mi seguono con espressioni preoccupate e attente, come quelle di una coppia di genitori che si trova a controllare le azioni del figlio, in un contesto potenzialmente pericoloso. Hanno capito tutto: questo per me è un contesto REALMENTE pericoloso. Sarebbe come portare uno appena uscito dalla riabilitazione al Cocoricò, e loro, grazie all’esperienza e a tante serate insieme, lo sanno. A causa dell’orario a parte un paio di soggetti che sembrano appena scappati dal Sert, la barista, e qualche operaio che sta svolgendo dei lavori sul soffitto, il bar è vuoto. Ci accomodiamo a un tavolo e ordiniamo da bere: “Tres cusquenas por favor” (la cusquena è la birra di Cusco). Le birre arrivano accompagnate da qualche popcorn, talmente duri da sembrare di plastica, dopo pochi minuti. Il volume della musica, riprodotta tramite due casse della dimensione e dalla forma simile a quelle dei rave party, è decisamente troppo alto vista la quantità di persone all’interno del locale e, soprattutto, visto l’orario (è ancora pomeriggio). Siamo costretti ad alzare i nostri toni di voce per comunicare tra di noi, facendo vibrare le nostre corde vocali come le pareti in legno del bar, scosse dai bassi incontenibili della radio. La playlist riprodotta è talmente tamarra che a confronto quella dei baracconi sembra una sinfonia di Beethoven, spazia dal reggaetton più moderno ai grandi classici della musica popolare peruviana. E non so cosa sia peggio. Per sopravvivere a questa tortura non posso fare altro che continuare a bere, almeno questa è la scusa che utilizzo con Ballo e Checco per giustificare il mio alcolismo irrefrenabile. Verso le 19, dopo diverse “cusquenas” e quando il bar inizia a popolarsi di individui dall’aspetto losco e piuttosto ostile, trasformandosi in un set di Narcos, usciamo e cerchiamo un ristorante dove mangiare qualcosa. Troviamo un posto che offre carne della carne alla griglia a un ottimo prezzo. Mangiamo bene e tanto, quindi siamo tutti soddisfatti.

Alle 20.30 abbandoniamo la piazza e ci dirigiamo, in taxi, verso l’autostazione. Facciamo il biglietto del bus per Cusco e attendiamo gli ultimi minuti seduti su una panchina, in compagnia di altri viaggiatori e di qualche cane randagio che si aggira in cerca di cibo. Come sempre da queste parti, il veicolo arriva in orario e ci imbarchiamo senza nessun imprevisto. Un altro, l’ennesimo, viaggio notturno di queste settimane ci aspetta. Domattina saremo nuovamente a Cusco, poi visiteremo la valle sacra degli inca e la sera partiremo in direzione di Arequipa, l’ultima città che vedremo in Perù prima del nostro rientro in Cile.

La stazione degli autobus di Puerto Maldonado

Adios Puerto Maldonado, adios Amazonia. Buonanotte

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