Raggiungendo l’Amazzonia – giorno 19 (1)

Puerto Maldonado, Amazzonia peruviana – 21 settembre 2019

Il viaggio potrebbe andare meglio. Nonostante la comodità dei seggiolini e il lusso della prima classe, non riesco a prendere sonno in nessun modo. Il bus procede veloce nel buio della notte che avvolge completamente il panorama che ci circonda, dipingendo di nero tutto ciò che si trova all’esterno del finestrino. Non ho idea di dove ci troviamo e, per via dell’assenza di un paesaggio definibile, non ho nessun punto di riferimento per orientarmi, ma intuisco dalle manovre brusche dell’autista, causa principale della mia insonnia, che stiamo sorpassando la cordigliera muovendoci in direzione nord-est, lungo l’unica autostrada che collega Cusco a Puerto Maldonado. La mia testa viene trasportata dalle strette curve a gomito da una parte all’altra del guanciale della poltrona, come se stessi seguendo una partita di tennis, definendo perfettamente la direzione della strada e seguendone l’evoluzione lungo le montagne. Destra, poi sinistra, poi di nuovo destra, e poi di nuovo sinistra, e così per altre decine di volte in poche ore. Chiudo gli occhi verso le 2, nel pieno di queste turbolenze aggressive, e li riapro appena la luce dell’alba raggiunge le mie pupille, circa verso le 6 di mattina. Il panorama, ora illuminato dai pochi raggi di sole che filtrano dalla coltre di nubi che ricopre il cielo, è cambiato completamente. Le rocce delle Ande che costeggiavano il percorso hanno lasciato posto alle palme e alla verde vegetazione della foresta, le curve si sono sciolte come una corda lasciata penzolare da un albero, trasformando il tracciato contorto della “Carretera” (autostrada) in un lungo e interminabile drittone. Controllo la posizione su Google Maps, sbirciando dal telefono di un passeggero seduto davanti a me: siamo in Amazzonia, più o meno a due ore di distanza dalla nostra destinazione finale.

Arriviamo a Puerto Maldonado in perfetto orario, poco prima delle 8 di mattina, dopo 12 ore di bus. Il nostro primo dubbio sull’Amazzonia riguarda il clima: noi, infatti, abbiamo passato quasi i tutti i giorni di questo viaggio (ad esclusione di Santiago e della seconda parte del trekking Salkantay) ad altitudini comprese tra i 2000 e i 5000 metri, quindi siamo abituati a temperature rigide e secche. Qua la zona climatica è quella tropicale, e per giunta siamo anche nella stagione secca (in realtà ora sta piovendo, anche se leggermente). Questo significa solo una cosa: caldo e umido, più o meno come la Pianura Padana ad agosto, e noi, visto che l’estate infernale padana è terminata da poco, ne faremmo volentieri a meno. Passare da una massima di 15 gradi ad una di 35/38 nel giro di una notte, un po’ ci spaventa. Ma siamo fortunati, appena mettiamo piede fuori dal bus realizziamo che non è così male come ci aspettavamo: la temperatura sembra perfetta, forse per via della pioggia, forse perché è ancora mattina e il sole si nasconde tra le nubi. Comunque, per adesso, è tollerabile.

Puerto Maldonado, estamos aqui

Recuperiamo gli zaini e ci dirigiamo verso il parcheggio dell’autostazione, che vista da qui sembra più un avamposto militare abbandonato nella giungla: l’edificio, ampio e spoglio, sorge alto tra l’erba incolta del terreno. È animato solo da numerosi cani randagi spelacchiati e malconci, accompagnati nella loro solitudine eterna da stormi svolazzanti di moscerini e di insetti, oltre che da pochi senzatetto dal viso coperto e dai piedi scalzi, che si riposano sulle panchine arrugginite. Speriamo di andarcene al più presto, ieri ci siamo accordati via mail con i ragazzi del “lodge” dove alloggeremo e, teoricamente, dovrebbero venirci a prendere tra poco. Il concetto di tempo in Perù è completamente diverso dal nostro, e il “poco”, o il “presto” sono le indicazioni più vaghe e generiche che si possano ricevere da queste parti. Per quanto riguarda la prima, se siete fortunati, potrebbe significare pochi minuti, ma generalmente, nel 99% dei casi, è un concetto che si applica direttamente alle ore. Per quanto concerne la seconda, il “presto” (pronto)…Beh, qui non sanno proprio cosa voglia dire, potremmo intenderlo come un “tra un po’”, o come un “quando mi va”, e capite anche voi che tra i due c’è una bella differenza. Specialmente se, come nel nostro caso, vi affidate alla sistemazione più economica che trovate su AirBnb…Sarà una lunga attesa.

Aspettiamo, accomodandoci sui nostri zaini ingombranti, nel parcheggio principale della stazione. Sono le 8 e mezza, e l’appuntamento era fissato per le 8, ma del ragazzo ancora nessuna traccia. Gli altri turisti che viaggiavano sul nostro stesso bus, e gli unici in giro da queste parti, piano piano se ne vanno sui taxi a loro riservati, accompagnati da signori sorridenti che sorreggono cartelli con i nomi degli ospiti stampati in grassetto su eleganti fogli plastificati, più o meno come in aeroporto. Mi guardo in giro, ormai siamo in pochi, in sei per l’esattezza, ma nessuno di quei pochi cartelli che vedo riporta i nostri cognomi, e anche i taxisti sembrano essersi tutti dimenticati di questo luogo. Dopo poco, anche gli altri tre ragazzi che ci tenevano compagnia e che mantenevano vive le mie speranze se ne vanno a bordo del loro veicolo. Bene, ora siamo soli.

All’improvviso, dalla strada deserta spunta un ragazzo a bordo di una moto da cross, ovviamente senza casco a proteggere il viso. Non ha cartelli con sé e non c’è nessun taxi a seguirlo (questo succede quando prenotate le soluzioni lowcost), ma né noi e né lui abbiamo dubbi: è il nostro salvatore. Si presenta in spagnolo, a quanto pare non mastica una parola di inglese, e ci fa segno di attendere. Ancora? Non abbiamo già aspettato abbastanza? Ah, ormai sono le 9 comunque. A supportarlo, dopo una decina di minuti, arriva un veicolo sgangherato sul quale ci invita a prendere posto, cosa che facciamo con una rapidità fuori dal comune, dovuta alla nostra voglia di andarcene da qui. L’autista abbandona la stazione e si addentra tra le vie della città di Puerto Maldonado, dove non c’è veramente nulla da vedere o da descrivere, e arriviamo al fiume, il Rio “Madre de Dios” (si, lo so che l’avete letto con la stessa voce di Lele Adani), dopo pochi minuti. Ad aspettarci, sulla lancia a motore, troviamo lo stesso ragazzo della moto di prima, che ci aiuta a salire a bordo e si presenta con più calma: Bryan. Mucho gusto. Checco sembra non avere imparato nulla dalla sua esperienza al Lago Titicaca di qualche settimana fa (se ti sei perso l’articolo fai clic qui), e fatica a incastrare gli arti nel giubbotto di salvataggio, confondendo lo spazio per le braccia con il foro per il mento e il collo, impiegando svariati minuti per sistemarsi completamente, tra le risate del resto dell’equipaggio (Io, Ballo e Bryan). Terminato questo spettacolo, si fa per dire, salpiamo in direzione del lodge, nascosto nel bel mezzo della giungla. L’imbarcazione è stretta e slanciata, dalla forma simile a quella di una lunga canoa, e procede lentamente lungo il corso d’acqua marrone, privo di una corrente vera e propria e animato solo dalle onde provocate dal passaggio delle altre barche, tutte simili alla nostra. Noi siamo seduti a bordo dell’unica panca che fiancheggia completamente lo scafo, protetta dalla pioggia incessante da una tettoia di legno colorato, sulla quale sventola una bandierina sbiadita del Perù, simile per dimensione a quelle che si mettono negli hamburger come stuzzicadenti. Le porzioni di terra che costeggiano il fiume precipitano direttamente al suo interno, come se fossero i muri di un canale artificiale, trascinandosi appresso la fitta vegetazione che le ricopre.

Dopo una quarantina di minuti la lancia vira improvvisamente a sinistra, rivolgendo la prua verso una delle poche baie che sorgono ai margini del fiume. Sbarchiamo e ci arrampichiamo oltre la parete fangosa che separa l’acqua dal suolo terrestre, percorrendo i ripidi gradini della scalinata situata appena oltre il porticciolo. Il lodge è diviso in varie zone: quella residenziale (a sinistra), quella della cucina che funge anche da refettorio (a destra) e quella dei bagni (al centro), e sorge lungo un’aerea pianeggiante adiacente al rio. È composto da una serie di palafitte e capanne in legno di dimensioni diverse, ognuna collegata all’altra da un sentiero ghiaioso che si snoda tra le palme e i banani del giardino. L’edificio più grande è quello che ospita la zona comune, arredato con qualche tavolino e un paio di divani impolverati; mentre le abitazioni, contraddistinte grazie a un numero posto all’ingresso e posizionate sul lato che costeggia il corso d’acqua, sono tutte della stessa dimensione. Tutto il complesso è interamente circondato dalla vegetazione, fitta e impenetrabile, della selva. Gli unici suoni che si percepiscono, oltre al rumore dei nostri passi, al battito del nostro cuore e al nostro respiro, sono i canti allegri degli uccelli dai colori accesi e vivaci, che svolazzano liberi nel cielo incontaminato della natura selvaggia. L’aria è pervasa da un profumo floreale intenso, dolce, proveniente da piante tropicali che non penso di aver mai visto prima d’ora e che non saprei nemmeno riconoscere, ma che spiccano tra le altre per via delle loro sfumature sgargianti. Il posto è veramente surreale e sembra di essere all’interno di un romanzo di Gabriel Garcia Marquez, dove la magia e la realtà si confondono tra loro.

Bryan ci serve la colazione nella zona comune e ci spiega che al momento siamo gli unici ospiti del lodge. Ce ne eravamo accorti anche noi: oltre a lui e a un paio di pappagalli verdi e blu, che ci osservano incuriositi dall’alto dei loro trespoli, qui non c’è anima viva. Ci porge un foglio sul quale sono riportate tutte le escursioni che possiamo fare e lo analizziamo attentamente, in modo da capire come organizzare nella maniera migliore i prossimi giorni. Ci sono veramente tante attività proposte, dalla più tranquilla come la visita alla riserva naturale o alla passeggiata notturna nella selva, alla più estrema come la pesca di piranha o l’assunzione di ayahuasca, droga pesante, con gli sciamani dell’Amazzonia. Ci piacerebbe farle un po’ tutte, specialmente l’ultima che ho citato (dopotutto sarebbe un’esperienza da raccontare), ma il problema è che ognuna di esse è tanto bella quanto cara, e prendere una decisione in questo momento, per via della varietà dell’offerta, è un po’ come decidere quale tatuaggio farsi in spiaggia, quando il tatuatore apre il libro, voluminoso, dei suoi disegni. Alla fine, lascio decidere agli altri, facendo una delle cose che raramente riesco a fare: adeguarmi. Niente ayahuasca (sigh, dovrò accontentarmi delle foglie di coca), ma siccome siamo amanti del brivido e dell’adrenalina, inseriamo la pesca di piranha nella lista come prima scelta, per oggi pomeriggio. Oltre a questa aggiungiamo anche la visita alla riserva naturale “Tambopata” (che faremo domani), la visita a una “hacienda” locale (orto) dove sono coltivati i prodotti tropicali (stamattina), e, come ultima, la visita agli animali della giungla, salvati dalle mani dei narcotrafficanti e dei contrabbandieri (dopodomani). Il menù è completo. Prezzo? 200 euro. Si, ve lo avevo detto che era caro…

Tra pochi minuti partiremo alla scoperta della giungla, ma le nostre avventure necessitano di tante righe per essere narrate, quindi è meglio che concluda ora l’articolo per evitare di dilungarmi troppo.

Adios

2 pensieri riguardo “Raggiungendo l’Amazzonia – giorno 19 (1)

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