Sua maestà “El Chicharron”, Cusco – giorno 18

Cusco, Perù – 20 settembre 2019

Dopo 5 giorni di sveglie notturne e di trekking tra le montagne, oggi decidiamo di riposare il più possibile, lasciando al nostro fisico e al nostro cervello la possibilità di scegliere liberamente l’orario del risveglio. Niente torce elettriche ad infastidire le nostre pupille, niente strilli acuti dei cellulari, niente mate di coca servito bollente e niente mulateros: ci sveglieremo quando ne avremo voglia, come se fosse una domenica. Apriamo gli occhi verso le 11, quando il sole ormai è già sorto da un pezzo e brilla alto nel cielo limpido di Cusco, illuminando le pareti della stanza tramite i raggi che penetrano lievemente dalle tende, ancora accostate da ieri sera. Appena acquisto la lucidità necessaria per mettere in fila qualche pensiero ordinatamente e per dare un senso alle parole che mi si proiettano nella mente, realizzo, calcolando a fatica come se stessi risolvendo un’equazione di secondo grado, che abbiamo dormito quasi 11 ore consecutive. Non succedeva da prima che lasciassimo l’Italia, ma avevamo bisogno di recuperare le forze perse lungo le Ande, quindi non mi stupisco più di tanto.

Ci alziamo lentamente dal letto e, sempre con molta calma, iniziamo a risistemare le cose all’interno degli zaini, cercando di ricomporre meticolosamente le pile di mutande e calzini, accatastate ovunque nella stanza come se fossero sacchi dell’umido, anche per via della puzza oltre che per la loro sistemazione confusa. È un’operazione che ci richiede più tempo del previsto, ogni calza è spaiata e trovarne il partner esatto tra la massa disordinata è come trovare un prete in mezzo alla neve, ma alla fine riusciamo, più o meno, nell’impresa. Lasciamo la stanza solo verso mezzogiorno, quando ormai è orario di pranzo. Quella di oggi non si prospetta una giornata impegnativa: non abbiamo nessun tipo di piano, l’unico impegno da rispettare è l’incontro in agenzia per restituire i borsoni che ci hanno fornito per il Trekking Salkantay (se ti sei perso gli articoli, clicca qui); del resto ci troviamo senza nulla da fare. Evento più unico che raro nel corso di questo viaggio, l’ultima volta eravamo a San Pedro de Atacama, in Cile (se ti sei perso l’articolo, clicca qui). Il vero obiettivo di oggi è quello di riposare e rilassarci il più possibile, lasciandoci trasportare dall’aria incantevole di Cusco tra le sue vie e tra i suoi mercatini, magari comprando un po’ di souvenir per toglierci, una volta per tutte, questo pensiero insistente.

La prima difficoltà della giornata si presenta poco dopo che lasciamo l’ostello, quando dobbiamo scegliere dove e cosa mangiare. Oggi nessuno di noi se la sente di prendere una decisione, e sembra proprio che quei pochi ingranaggi arrugginiti che sostituiscono i neuroni, nel mio caso, proprio non siano in vena di mettersi in moto. Mi sono svegliato con l’idea, indelebile, del dolce far niente ben stampata in testa, e in questo momento sembra che anche il mio cervello abbia sposato questa filosofia, rifiutandosi di ragionare per più di qualche secondo. Checco, che quando si parla di cibo riesce sempre a stupirci in qualche modo, ha un’illuminazione. Dopo un po’ di minuti di riflessione interiore, si ricorda, non si sa come, di un suggerimento che ci ha fornito Aurelio (la guida) il primo giorno di trekking: El Chicharron. Qualsiasi cosa sia, viste le condizioni del momento, accettiamo la sua proposta euforici. Risolto questo problema, ci affidiamo a Google per trovare una soluzione al “dove”, tornando momentaneamente in ostello per usufruire del Wi-fi (nessuno di noi ha una sim locale con accesso a internet). Sulla mappa appare evidenziata un’itera via, piena di locali dai nomi simili e poco distante dalla nostra posizione. Andremo lì.

Giunti a destinazione capiamo che trovare un luogo dove mangiare un Chicharron non sarà difficile. Tutti i menù dei ristoranti, che affiancano interamente la strada, riportano, a carattere cubitali, la stessa immagine, lo stesso nome dei piatti e, se non bastasse a confonderci le idee, anche lo stesso prezzo. Scegliere tra uno di essi è un po’ come scegliere, a Riccione, un piadinaro piuttosto che un altro, quindi cerchiamo di capire quale dei tanti sia il più frequentato dai locali, che si distinguono in maniera evidente dai gringos, turisti, come noi. Dopo aver sondato le facce dei peruviani, cercando di interpretare le loro espressioni come un segno di gradimento, o meno, della “comida” (il cibo), arriviamo a una conclusione. Il più trafficato corrisponde con quello più sporco. Dev’essere un po’ la stessa regola universale, implicita e non scritta, che vige per i kebababbari: più il posto è lercio, più la qualità sarà migliore.

Bene, entriamo. Siamo gli unici turisti, forse perché nessuno ha avuto il coraggio di mettere piede qui, ma comunque, per come la vediamo noi, questo è già un buon segno. Il locale è arredato in maniera approssimativa, come una tavola calda anni 70, e il numero dei coperti è piuttosto basso, forse c’è spazio per una ventina di persone. Il cameriere, un signore dall’aspetto amichevole e di corporatura grossa, al punto da occupare almeno 5 dei pochi coperti a disposizione, si presenta avvolto in un grembiule bianco, talmente piccolo da sembrare un tutù e talmente sporco da sembrare un quadro di arte moderna. Ci augura il benvenuto rivolgendoci un sorriso e tendendoci la mano, sudicia e infradiciata di qualcosa che non riesco a distinguere, forse olio, forse sudore. Okay, se quello che ho detto prima è vero, questo posto merita almeno una stella Michelin, cazzo (scusate la parolaccia, ma suona meglio). Ci accomodiamo al piano superiore, sedendoci all’unico tavolino libero, mentre le famiglie di peruviani che affollano il resto della bettola, anche se chiamare bettola questo luogo significa fargli un complimento, ci osserva sorridendo. Vista la situazione, ridere non ci viene poi così naturale e spontaneo in questo momento, ma ricambiamo per cortesia. Le tovagliette di carta che sostituiscono la tovaglia sembrano essere già state utilizzate, ma non ce la sentiamo di rivolgerci al cameriere per una sottigliezza del genere, e poi non vogliamo apparire come i soliti “gringos” pignoli. Il menù, plastificato e sporco di macchie rosse (sangue o ketchup?), è incollato al tavolo, forse dalla vinavil, forse, anzi più probabilmente, dalla superficie appiccicosa del legno. Non capiamo quasi niente dell’offerta, ma nessuno di noi ha dubbi: Chicharron. “Grande o pequeno?” Ci chiede il cameriere. Noi ci guardiamo con aria di intesa e rispondiamo, in coro: “Grande, porfavor”. Abbiamo fame, la parola pequeno (piccolo) non vogliamo nemmeno sentirla più pronunciare. Da bere optiamo per qualche birra e un litro di “chicha morada” (bevanda dolciastra e violacea ricavata dal mais, tipica del Perù). Non sappiamo con precisione cosa sia il Chicharron, ma solo a pronunciarne il nome, così solenne, ci dà l’idea di essere qualcosa di molto succulento, per non dire molto grasso. Si, sicuramente non è una barretta ipocalorica. Ne abbiamo la conferma quando, dopo pochi minuti (strano), il cameriere ce li serve su un piatto di una dimensione simile a quella di un vassoio. Ci lanciamo all’assaggio, lasciando da parte le forchette e i coltelli, che qua sembrano più oggetti ornamentali. Cos’è, dunque, un Chicharron? O meglio, cosa sono I chicharrones? Costine di maiale fritte. Si, avete capito bene, sono la cosa più ipercalorica e gustosa che abbia mai sentito. Il problema è che ogni morso corrisponde a svariate centinaia di calorie e io e Ballo siamo sazi dopo il primo pezzo (ce ne sono quattro a testa). Sazi è dire poco, siamo sul punto di vomitare. Checco resiste e ingoia i pesanti bocconi di carne come se fossero patatine fritte, ma giunto alla fine della seconda porzione sembra non farcela più. Impossibile per uno che termina sempre tutto e che ha la fama di essere una buona forchetta. Si fa coraggio, questa è una sfida che non può perdere. C’è in palio l’orgoglio e il prestigio conquistatosi in anni e anni di “all you can eat” di sushi e di tigelle, una posta troppo alta. Termina il secondo e poi, a fatica, riesce a ingerire anche il terzo. Ormai è fatta, ne manca solo uno. Poi, dopo i primi morsi, vediamo una scena a cui non abbiamo mai assistito prima, e alla quale non assisteremo più. Checco smette di masticare, appoggia la costina nel piatto, ancora praticamente integra, e dopo essersi pulito la punta delle dita ci guarda con occhi seri. A rallentatore, quasi a voler scandire perfettamente ogni sillaba, sussurra una frase che non dirà mai più: SONO PIENO. Incredibile. Il chicharron ha messo a tappeto Checco, io e Ballo quasi non ci crediamo.  KO. Din-din-din. Paghiamo il conto, veramente basso vista la quantità di cibo, e usciamo barcollando per colpa della nausea dal locale, con cinque o sei chili in più rispetto a qualche ora prima. Forse avremmo dovuto optare per la porzione pequena… Comunque, tutto sommato, pranzo promosso a pieni voti, per quanto riguarda il locale…Beh, lasciamo stare.

Dopo aver consegnato le borse in agenzia e aver lasciato un’ottima recensione ad Aurelio, che se la meritava alla grande, visto soprattutto il consiglio in merito al cibo, torniamo in ostello. Il resto della giornata lo passiamo qui a giocare a ping pong e a carte, troppo affaticati per camminare tra le salite impervie di Cusco e troppo stanchi per andare a caccia di souvenir. Ballo decide di provare un’esperienza unica facendosi tagliare i capelli, ormai scomposti dopo quasi 3 settimane di viaggio, da un parrucchiere locale. Le pareti del barbiere sono adornate di quadri che ritraggono acconciature improponibili, molto simili a quelle di Vidal o altri calciatori sud americani, famosi più per la loro capacità di controllare una palla, che per la loro sobrietà e la loro eleganza. Assistiamo attentamente all’operazione e cerchiamo di convincere il ragazzo con il rasoio a seguire uno dei modelli esposti, ma Ballo se ne accorge e rifiuta l’offerta. Peccato, sarebbe stato divertente vederlo con qualche disegno sulle tempie, magari con una stellina o, perché no, un bel Chicharron…

EL PELUQUERO, IL BARBIERE

Ritirati i nostri zaini ci dirigiamo verso l’autostazione, dove speriamo (non abbiamo prenotato nulla) di trovare un veicolo in partenza per Puerto Maldonado, in Amazzonia. Arriviamo verso le 19 e facciamo i biglietti per il primo bus notturno, quello delle 21, e ci infiliamo in una piccola e angusta sala d’attesa, dove aspettiamo insieme ad altri backpacker l’arrivo del mezzo. Ci imbarchiamo puntualmente (qui, nonostante tutto, i veicoli partono sempre in orario) e ci accomodiamo sulle poltrone di prima classe a noi assegnate (si, viaggiamo in prima, ma solo perché erano gli unici biglietti rimasti e il loro prezzo era comunque bassissimo).

Domani mattina, verso le 7, dovremmo raggiungere la regione amazzonica. Dopo aver visitato deserti, metropoli, lagune, distese di sale, laghi, montagne e giungle, tra dodici ore saremo in Amazzonia, il polmone verde del pianeta. Anche questo, come Machu Picchu, è un piccolo sogno che si avvera, ed è inutile dirvi che non vedo l’ora.

Buonanotte

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