Machu Picchu, Perù – giorno 17 (1)

Machu Picchu, Perù – 19 settembre 2019

Mi sveglio di soprassalto per via dello strillo pungente della sveglia del telefono, appoggiato su un comodino instabile a pochi centimetri dal mio povero e sofferente padiglione auricolare. Cerco a tastoni gli occhiali, posti sullo stesso mobile del cellulare, colpendo un po’ a casaccio e rischiando di fare crollare tutto l’ambaradan con la forza delle mie manate sul legno fragile. Recuperata la vista grazie alle lenti che compensano la mia miopia, spengo la sveglia, dando tregua alle mie orecchie imploranti e interrompendo quella che, fino ad ora, era la mia canzone preferita. Guardo le lancette illuminate sul quadrante dell’orologio che spiccano lucenti nel buio intenso della stanza: 6 di mattina. Oggi è giovedì e, visto quello che stiamo per fare, forse sarà il miglior giovedì della nostra vita. In realtà ho come l’impressione che ogni giorno di questo viaggio si sia fatto posto tra le pagine dei “giorni migliori della mia vita”, ma oggi siamo all’apice della nostra esperienza sudamericana: oggi visiteremo Machu Picchu. Ci basta questo pensiero per alzarci definitivamente dal letto e per suscitare, lungo le nostre schiene nude e i nostri avambracci scoperti, una scia di brividi di euforia. Accendo la luce e scosto le tende sporche e logore che limitano la visuale sulla strada principale del paese, su cui si affaccia l’unica finestra della nostra camera. Il panorama è diviso in due parti: per metà, nella parte più bassa, sbucano le tende sporgenti dei negozi di souvenir che sorgono alla base del nostro hotel; dalla parte superiore si scorgono i numerosi turisti, urlanti e disordinati come un branco di scimmie (senza offesa alle scimmie), in fila mentre aspettano il bus per Machu Picchu. Noi, un po’ per evitare questa mandria di volgari gringos irrispettosi dell’ambiente che li circonda, un po’ per essere coerenti con le avventure dei giorni precedenti, abbiamo deciso che lo raggiungeremo a piedi. Tanto, dopo aver superato le Ande camminando, non abbiamo più paura di niente (Checco non sembra poi così d’accordo, ma in qualche modo riusciamo a convincerlo).

Lasciamo l’hotel e ci dirigiamo verso l’inizio del sentiero, percorrendo, insieme ad altri bakcpackers come noi, l’unica strada sterrata che da Aguas Calientes si snoda verso le verdi montagne della giungla che circondano completamente il paese. Il tempo non è il massimo, anzi, se lo definissi brutto non sarebbe esagerato: il cielo è quasi completamente ricoperto di nubi e, rispetto a ieri, si è rinfrescato parecchio, forse per via della pioggia della notte, che sembra comunque in procinto di ricominciare a cadere. Non è il momento per farsi scoraggiare dalle condizioni meteo, qui le cose possono cambiare velocemente e, comunque, anche se dovesse piovere, abbiamo l’impermeabile. Su col morale! Non sarà il clima a rovinare questa esperienza, su questo concordiamo tutti (cosa che non succedeva da un po’, tralaltro).

Tutti felici arriviamo al bivio che segna l’inizio del percorso riservato ai pedoni, dove un paio di guardie scherzose e amichevoli, un po’ come tutti i peruviani da queste parti, con l’aria talmente autoritaria da assomigliare più a boyscout che ad agenti di polizia, ci controllano il passaporto e i biglietti. Ci augurano il buongiorno e, dopo scrupolosi controlli simili a quelli degli steward distratti allo stadio, ci lasciano passare, indicandoci la direzione che dobbiamo prendere per incontrare il sentiero che si arrampica sul monte dove sorge Machu Picchu, a 2400 metri (noi siamo attualmente a 2000). Ringraziamo e ci incamminiamo nuovamente, mentre il sole inizia a sorgere lentamente alle nostre spalle.

Il sentiero è composto prevalentemente da una lunga e dritta scalinata di gradini irregolari e alti, interrotta solamente dai numerosi tornanti della strada che si snoda lungo il monte, percorsa unicamente dai bus carichi di turisti e da qualche camminatore che non ha molta confidenza con il dislivello. Stairway to heaven, penso. Non è così facile come ci avevano detto e ci aspettavamo ben altro, ma non è certo il momento per rinunciare, così ci facciamo forza e proseguiamo, cercando di focalizzarci sull’immagine di Machu Picchu che ci aspetta al termine di questo calvario interminabile. Le nostre gambe implorano pietà, dopo 4 giorni di trekking su e giù per le Ande sembrano ormai giunte al capolinea, e le sento dolere sempre più forte ogni passo che faccio; i gradini sembrano crescere di dimensione con l’aumentare dell’altitudine, i miei polmoni fanno così fatica che mi sembra di essere in apnea, il mio fiato sembra conteggiato, come se stessi respirando attraverso una bombola e avessi terminato la quantità d’ossigeno a mia disposizione, ogni respiro che faccio sembra essere l’ultimo. Il tempo sembra essersi fermato per via della fatica che stiamo facendo mentre ci arrampichiamo scompostamente, le tempie pulsano, le ginocchia tremano, ogni volta che incrociamo la strada speriamo di essere finalmente arrivati, ma puntualmente la scalinata spunta beffarda tra le piante. Mano a mano che saliamo di altitudine il paesaggio cambia e iniziano a intravedersi, tra gli spiragli della fitta vegetazione che ci circonda, i rilievi appuntiti che sorgono, ricoperti ovunque dalla flora della giungla, attorno al paese di Aguas Calientes, che ora appare come un ammasso di tetti confusi. Ormai dovremmo esserci…

E ci siamo. Finalmente, dopo un paio di crampi ai polpacci e una miriade di imprecazioni, intravediamo la fine della scalinata. Sbuchiamo, stremati e in punto di svenire, in un piccolo piazzale rettangolare e asfaltato, costeggiato ai lati da bar, ristoranti e negozi di souvenir, affollato all’inverosimile dai turisti che scendono a calci e spintoni dai bus, inondando, come se già non lo fosse, questo piccolo parcheggio, come uno tsunami di gente. Le guide si avvicinano in cerca di clienti come venditori ambulanti sulla spiaggia, i visitatori sventolano gioiosi i loro biglietti in aria, come se fossero i biglietti vincenti della lotteria; c’è chi si mette in posa per una foto e chi si fa dei selfie assurdi con i selfie stick (si, anch’io pensavo fossero scomparsi). È veramente un caos. Dopo essermi goduto questo spettacolo raccapricciante a distanza, mi metto in fila per entrare all’interno sito. Sono le 8, la guida ci sta aspettando all’interno. Accedere a Machu Picchu potrebbe essere un interessante esperimento sociologico e psicologico se siete interessati a questi argomenti, ma per me è la manifestazione del delirio dei comportamenti dell’uomo quando si trova in massa, come di fronte all’oper bar. Gente che si spinge per guadagnare un posto migliore, gente che si insulta in varie lingue, bambini schiacciati che rischiano di venire calpestati dalla forza del gruppo che si muove omogeneo, gente che prova a oltrepassare i distratti. Più o meno come fare la fila a Gardaland ad agosto, per darvi un’idea di questa follia.

Dopo 10 minuti riesco a passare i tornelli, sono dentro. Checco e Ballo mi raggiungono in pochi minuti e, insieme, imbocchiamo il sentiero principale del sito, situato a pochi metri dai cancelli d’ingresso. Il percorso è stretto e, essendo l’unico percorribile in questo momento indifferentemente dalla direzione, ovviamente è molto trafficato da entrambi i lati, ma riusciamo comunque a lasciarci la maggior parte della folla alle nostre spalle allungando il passo, nonostante il male alle gambe. Alla nostra destra la montagna termina in uno strapiombo infinito, contornato ovunque si posi lo sguardo dalle incredibili montagne della giungla, le cui vette, ricoperte in tutti i lati dalla vegetazione omogenea, sono parzialmente nascoste dal basso manto di nubi grigie che si è posato uniforme nel cielo, donando al paesaggio un’aria misteriosa e fiabesca.  Sembra veramente di essere ad un metro dal cielo, o di essere protagonisti di qualche romanzo fantasy. Ma il bello deve ancora arrivare. Il sentiero si ramifica in più parti dopo pochi passi e noi, che camminiamo senza una direzione particolare, cercando di evitare il più possibile gli altri turisti, optiamo per una salita, talmente deserta, che sembra essere riservata a noi. All’improvviso, come se tutto ciò non fosse già abbastanza mistico e magico di per sé, il sentiero termina, precipitando in una discesa invisibile dalla nostra prospettiva, proiettandoci di fronte un’immagine che non dimenticherò mai. La prima cosa che vedo, per via della sua dimensione maestosa e della sua forma famosa e inconfondibile, è la montagna che domina la città: Huayna Picchu. Sorge esattamente al centro della mia vista. La sua cresta indomita, simile per la forma alle pagine di un libro aperto, abbraccia la cittadella su entrambi i lati, seguendone perfettamente la forma e completandola come se fosse la cornice di un quadro, perdendosi poi nel vuoto della valle, precipitando tra il verde della vegetazione. La cittadella, formata dai resti di edifici scoperchiati e arroccata sulla cima del piccolo rilievo dominato da Huayna Picchu, si sviluppa su diversi livelli, intagliati sulla superficie piatta della montagna e disposti in ordine decrescente mano a mano che si sale di altitudine: i più vasti alla base, i più piccoli in cima, più meno come le torte nuziali fatte a strati. È veramente incredibile, sembra di trovarsi dentro a una cartolina, ma è un piccolo sogno che si avvera. Questo posto è molto meglio di quanto me lo immaginassi, e le mie aspettative erano molto alte. Ho passato i mesi precedenti a questo viaggio a osservare fotografie, cercare post su instagram, guardare documentari, leggere guide, ma niente è come essere qua ora. Ho la pelle d’oca e forse (dico forse perché sono talmente ammaliato che non mi rendo conto di quello che succede attorno a me) mi scappa anche qualche lacrima. È veramente un posto magico.

A spezzare l’incantesimo, purtroppo, sono le migliaia di turisti che affollano il sito, anche se questo già lo avevamo intuito. Tentiamo di farci fotografare dal punto migliore, dalla Casa del Guardiano. Ovviamente non siamo gli unici ad aver avuto questa idea e così ci troviamo presto a dover fare la fila (con caratteristiche simili a quelle di prima), tra aspiranti fashion blogger e influencer, osservando le loro pose imbarazzanti e poco originali. Oltre a questo, le strade della cittadella, strette, dissestate (anche se estremamente ben conservate) e visitabili tramite un unico percorso obbligatorio, sono simili alla 5th Avenue di New York durante i saldi invernali, per via della folla che si incanala tra di esse. Dopo un po’ decidiamo di inoltrarci nella città e abbandonare il punto panoramico, avvicinandoci al dedalo infernale che ho appena descritto. Ci ritroviamo presto a camminare a un ritmo non troppo diverso da quello di una processione, schivando alla Matrix i bastoncini da selfie rivolti pericolosamente ad altezza d’uomo; facendo foto rovinate dai cappelli che spuntano dalle teste di ognuno (indossare un cappello è necessario per entrare a Machu Picchu?) e prestando più attenzione alla sopravvivenza che alla spiegazione della guida, non capendo quasi nulla di ciò che vediamo. La magia di prima è scomparsa completamente, sembra quasi che tutta la popolazione di Cusco si sia riversata qui, in questo momento. L’impressione che ho è simile a quando viaggio in un vagone della metropolitana estremamente affollato, senza spazio di movimento e con poco ossigeno respirabile a mia disposizione. Si, non è poi un granché in effetti. Visitiamo le tre zone principali di Machu Picchu (non troppo diverse l’una dall’altra tutto sommato) in un paio d’ore e, al termine del tour guidato, verso mezzogiorno, siamo costretti a uscire (qui vige una regola strana: chi intraprende il percorso con la guida, ha a disposizione solo due ore di visita, al termine della quale è tenuto ad abbandonare il sito). Siamo tristi perché sappiamo che ormai quello che potevamo vedere l’abbiamo visto, e, sinceramente, sento di non essermelo goduto a pieno, seppur non per colpa mia; da una parte però sono felice di lasciarmi questa folla imbizzarrita alle spalle e di poter tornare a muovermi, e a respirare, liberamente.

In questa giornata succederanno ancora molte altre cose che necessitano di tante righe per essere narrate, per cui ho deciso che per l’articolo di oggi mi fermerò qui, in quanto, se decidessi di dare loro lo spazio che si meritano, e considerata l’attuale lunghezza di questo scritto, ne uscirebbe una pagina troppo lunga. Domani riprenderò da questo punto. Adios.

10 pensieri riguardo “Machu Picchu, Perù – giorno 17 (1)

    1. Grazie mille, mi fa molto piacere che tu abbia apprezzato l’articolo e le foto. Si, il posto è veramente unico, peccato per la folla inarrestabile (c’è poco da fare purtroppo, concordo pienamente con ciò che hai detto tu).

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  1. Questa perla è proprio uno dei miei grandi sogni. Ho vissuto in Cina per due anni e mezzo, ho viaggiato per molti Stati in Asia ma il Perù è un chiodo fisso. Mi sono fatta un sorriso sulle labbra quando hai descritto i troppi turisti che “rovinano” l’emozione sul luogo: ti capisco in pieno ma credo anche di aver fatto una scorta di abitudine avendo vissuto a lungo in una città con 24milioni di abitanti. Complimenti per i viaggi ed i contenuti che condividi 😘

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    1. Ciao!! Si, descrivere Machu Picchu a parole non è stato per niente facile, ho cercato di fare del mio meglio perché potessi trasmettere qualcosa ed il fatto che ti sia scappato un sorriso mi fa veramente molto piacere. 🙂 Però! Io non mi sono mai spinto ad oriente, ma mi piacerebbe moltissimo. Dove sei stata di preciso?

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