Trekking Salkantay (3), Perù – giorno 16

Da qualche parte nella giungla peruviana – 18 settembre 2019

6 di mattina, il canto soave degli uccelli e il raggio della torcia elettrica del “mulatero”, ormai la nostra sveglia di questi giorni, ci spingono fuori dai nostri comodi sacchi a pelo. Bevo il mate di coca che mi porge gentilmente il signore, che in italiano definiremmo come l’uomo degli asini (in spagnolo suona decisamente meglio), e mentre assaporo il calore dell’infuso amaro facendolo raffreddare nella mia bocca, ascolto il suono selvaggio della natura che ci circonda. Gioia per il mio palato e musica per le mie orecchie, questo sì che è un risveglio sensoriale. Le piazzole del campeggio iniziano ad affollarsi col passare dei minuti e, col sorgere del sole, mano a mano che le tende si svuotano, si formano anche le prime pile di borse e borsoni, disposte su un telo trasparente per proteggerle dal suolo bagnato di rugiada, pronte per essere caricate sui muli e trasportate a destinazione entro la fine della giornata. Bene, noi stiamo ancora cazzeggiando mezzi addormentati, da una parte sappiamo che dovremmo darci una mossa, dall’altra l’idea di alzarci definitivamente dal soffice materassino che ricopre il suolo non ci suona così allettante… Tramite la cerniera lasciata aperta che si affaccia sul campo vediamo passare le ragazze svedesi di fronte a noi, in direzione dell’edificio dove viene servita la colazione, e, magicamente, come attratti dalla forza inarrestabile di un magnete, scattiamo sull’attenti e ci lanciamo energicamente fuori dalla tenda, inciampando sui nostri zaini e cadendo sul prato esterno con la faccia a pochi centimetri dalle loro scarpe. Performance orribile degli azzurri che regalano il vantaggio alla Norvegia, questa proprio non ci voleva…

EL MULATERO, AKA IL SIGNORE DEGLI ASINI

Noi facciamo colazione bevendo una tazza di latte e mangiando qualche fetta di torta, gli inglesi del gruppo (3 in totale), in perfetto stile britannico e consapevoli dell’importanza del primo pasto della giornata, optano, con un sorriso da alcolisti anonimi, per una birra da mezzo litro. Alle 7 di mattina e a stomaco vuoto, andiamo bene. Dopo aver visto questa scena, mi sento molto meno alcolizzato di prima, questo è sicuro. Aurelio ci spiega l’itinerario di oggi mentre siamo tutti riuniti a tavola, rassicurandoci che sarà molto più facile di ieri. E per fortuna, visto che i miei piedi sembrano essersi assottigliati lungo la discesa per via dello sfregamento tra loro e la suola delle mie scarpe, simile a una grattugia per la mia povera pelle. Cammineremo per una decina di chilometri lungo il sentiero che si snoda tra la fitta vegetazione della giungla, poi saremo caricati da un veicolo e raggiungeremo il luogo dove pranzeremo. Da li in poi, noi tre dovremo salutare il resto del gruppo (che si tratterrà lungo il sentiero un’altra giornata) e ci dirigeremo verso Aguas Calientes, il paese che sorge alla base di Machu Picchu, camminando lungo il tracciato di una ferrovia per una decina di chilometri. Tutto chiaro, ma realizziamo solo ora (non che prima non lo sapessimo, ma semplicemente non ci avevamo mai pensato) che abbiamo soltanto mezza giornata per concludere qualcosa con le due ragazze svedesi, il ché ci sembra veramente impossibile. Tic-tac, tic-tac, ogni minuto che passa è un’occasione persa. Siamo ai supplementari.

Imbocchiamo il sentiero ghiaioso che incontriamo appena lasciato il campeggio, il sole splende nel cielo e fa decisamente più caldo di ieri, così, dopo due settimane di maglie termiche e felponi da montagna, riesco a rivivere l’ebrezza piacevole delle maniche corte, finora un lontano ricordo. Ma con l’umidità che c’è qui, anche le maniche corte sono eccessive… I due norvegesi sembrano abbiano avuto la mia stessa intuizione e si tolgono anche la maglietta, esibendo compiaciuti un fisico da modelli di Abercrombie e legandosi i capelli biondi oltre il collo. Ora, io, col mio modesto fisico da sollevatore di polemiche (in inverno) e di lettini (in estate), contro di loro sicuramente non posso competere su questo piano, così decido di lasciare perdere, sperando che ai mosquitos piaccia il sangue scandinavo. Io e Checco camminiamo fianco a fianco lungo il facile sentiero, circondato ovunque da piante tropicali, alberi strani dai frutti colorati, felci di dimensioni incredibili, rocce invase da muschi e liane penzolanti. Benvenuti a Jurassic Park. Proprio come ci aveva anticipato Aurelio, il cammino, privo di dislivelli memorabili, è facile e poco impegnativo e non ha nulla a che vedere con ciò che abbiamo affrontato nei giorni precedenti, a livello di intensità. Gli unici ostacoli a cui dobbiamo prestare attenzione sono i muli che corrono su e giù con i fardelli in groppa, qualche ponte in legno instabile e un paio di cascate che sfociano direttamente sulla strada percorribile, creando pozzanghere fangose, dove sguazzano, in punto di morte, i numerosi insetti che abitano questi luoghi fiabeschi. Procediamo tranquilli, conversando piacevolmente del più e del meno con il resto del gruppo. Ah, i norvegesi, mano a mano che la vegetazione si è infittita, hanno deciso di rimettersi la maglietta, ma sembra non essere stato sufficiente. Infatti, noto divertito che si stanno grattando gli addominali come due gorilla e deduco che si, ai mosquitos latini piace il freddo sangue del nord europa. Se la sono cercata…

Dopo qualche ora ci fermiamo per una sosta in una finca locale, ovvero una sorta di tenuta di campagna, dove una famiglia di agricoltori si occupa da anni della produzione biologica di frutti succulenti della giungla, in particolare di avocado (che qui si chiama palta) e di granadilla (una sorta di maracuya, più dolce). Ovviamente non ci lasciamo sfuggire l’occasione e assaggiamo tutto quello che ci viene offerto. La qualità è altissima, l’esplosione di sapori nel nostro palato è ai livelli della bomba di Hiroshima, mentre normalmente in italia, specialmente gli avocado insipidi, arriva a fatica ai livelli di un Mefisto. Tanta roba, questa è sicuramente una degli “highlights” di questo trekking.

Dopo esserci rifocillati e con un leggero mal di pancia per via del troppo cibo ingerito, ci rimettiamo in marcia verso il luogo concordato con l’autista del veicolo che ci porterà al paese di Santa Teresa. Il sentiero non cambia molto rispetto alla prima parte: il percorso è parzialmente ricoperto da piante di forma e colori diversi, formati da sfumature psichedeliche; è delimitato ai lati da basse palme e da banani dalle foglie enormi e sgocciolanti. Il canto degli uccelli, non saprei identificarne la specie, persiste ininterrotto e inonda l’aria calda della giungla di una magia mistica e misteriosa. Guadiamo il fiume in una zona asciutta alla nostra destra e ci portiamo sulla sponda opposta, dove continua il sentiero. Raggiungiamo una brulla radura dopo una lunga salita interminabile e, mentre aspettiamo che arrivi il bus, ci dedichiamo a una delle nostre attività preferite: la siesta. Bello fare i trekking, ma ogni tanto anche riposare non è poi così male. Sdraiati sulle amache all’ombra delle palme, bevendo fresco “hugo de granadilla” (succo di granadiglia, dolce e dissetante), osserviamo un gruppo di peruviani locali giocare a carte e insultarsi tra di loro in spagnolo, un po’ come gli anziani nei bar italiani. Paese che vai, usanza che trovi, ma qui non è poi così diverso. Consapevole che tra poche ore dovremo lasciare il gruppo, provo a comunicare con una delle due ragazze svedesi, quella con cui avevo parlato di più ieri, ma non mi sembra poi molto interessata, così desisto e lascio cadere la conversazione nel vuoto del silenzio della giungla. Ormai la partita è finita, la vedo sempre più grigia, purtroppo. E, come a confermare il mio presagio, il cielo inizia a coprirsi di grosse nubi grigi: Il cielo NON è azzurro sopra al Perù. Game Over. Triplice fischio.

Arriva il veicolo. Indovinate quale? Se avete letto gli articoli precedenti ormai non dovrei nemmeno dirvelo. Si, il solito van, oggi più sgangherato del solito (il che è tutto un dire). Ci “accomodiamo”, tra virgolette perché non siamo poi così comodi qui, schiacciati lateralmente contro il finestrino della portiera scorrevole da un paio di ragazzi olandesi; Checco va davanti, quasi in braccio all’autista, e partiamo. Ormai siamo abituati alla guida spericolata dei peruviani e dei boliviani, ma nonostante questo, ogni volta che c’è da prendere una macchina da queste parti non ci sentiamo mai troppo tranquilli, perché abbiamo come l’impressione che potrebbe succedere qualsiasi cosa da un momento all’altro (con qualsiasi cosa intendo precipitare nel burrone o scontrarsi con un altro mezzo). Raggiungiamo Santa Teresa dopo un’ora di curve a gomito affrontate agli ottanta chilometri orari, tra la nostra paura, le nostre preghiere e il divertimento dell’autista. Bene, anche questa volta siamo sopravvissuti.

Pranziamo con il resto del gruppo con del “ceviche” di pesce (pesce crudo sostanzialmente) e, tra una chiacchiera e l’altra, il momento dei saluti arriva presto. Addio ragazze svedesi, è stato bello, anche solo aver parlato con voi è stato un piacere. Addio norvegesi, non ce la farete mai nemmeno voi, ne sono sicuro, ma è stato veramente fantastico farvi mangiare la polvere sulle montagne. Addio Liam, ragazzo inglese, avrei voluto poter conversare di più con te, ma le mie conoscenze linguistiche, messe ancora di più in difficoltà dalla tua pronuncia di merda, non lo hanno permesso. Addio Aurelio, grazie per averci sopportato in questi giorni e avermi introdotto ai piaceri della coca (si sherza, eh).

 Abbandoniamo il resto del gruppo e ci uniamo con altri ragazzi che, come noi, si tratterranno un giorno in meno rispetto al programma originale (normalmente sono 4 giorni di trekking, noi ne facciamo 3 per via del poco tempo a disposizione). La nuova guida, un signore dai capelli lunghi e scuri e dal viso incattivito, caratterizzato da denti sporgenti e dagli occhi scavati, si presenta come “The king of the mountain”: il re della montagna. In effetti, a osservarlo meglio, così fiero e autoritario, un po’ l’aria da re inca ce l’ha. Torniamo sul van e raggiungiamo l’Hidroeletrica dopo un’ora. Da qui comincia l’ultima parte del trekking: solo 10 chilometri di piatta ferrovia ci separano da Aguas Caliente. Molti decidono di raggiungerla in treno, ma noi no, noi cammineremo imboccando il sentiero, indicato da un cartello enorme che riporta, a caratteri cubitali, la scritta “Way to Machu Picchu”. Non possiamo sbagliare. E invece sbagliamo, perdendoci lungo una via deserta, per poi tornare indietro e trovare quella giusta dopo pochi minuti.  Non è un percorso impegnativo, ma le nostre gambe, reduci dagli sforzi indicibili dei giorni passati, iniziano a dolerci presto e fatichiamo più del previsto mentre camminiamo lungo il sentiero ai piedi della ferrovia che si fa strada nella giungla. Raggiungiamo il paese dopo un paio d’ore, poco dopo il tramonto.

Aguas Calientes è un ammasso di hotel, ostelli, ristoranti, bar e negozi di souvenir, concentrato, compatto, tra le sponde del fiume che attraversa la valle. Tutto quello che c’è qui ruota attorno a Machu Picchu, quindi non c’è nulla che non sia stato costruito per soddisfare le esigenze delle migliaia di turisti che ogni giorno arrivano da tutto il mondo. In sostanza, non c’è assolutamente nulla da fare o da visitare. Il nostro hotel è brutto, fatiscente e sporco, ma per la prima volta dopo 2 giorni abbiamo la possibilità di dormire in un letto, e non è poi così male tutto sommato. Ceniamo qui insieme al resto del gruppo, mentre la guida ci fornisce le indicazioni per domani e ci consegna i nostri biglietti per Machu Picchu. Dopo 3 giorni fantastici di trekking tra panorami incredibili, quasi mi ero dimenticato perché l’avessimo fatto e quale fosse la destinazione finale. Ma ora, con i biglietti in mano, realizzo tutto. Domani visiteremo una delle attrazioni più fotografate di tutto il mondo, una delle 7 meraviglie, e mi viene la pelle d’oca al solo pensiero, anche se ancora faccio fatica a crederci. Buonanotte.

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