Trekking Salkantay (2), Perù – Giorno 15

Da qualche parte sulle Ande peruviane – 17 settembre 2019

5.30, martedì mattina. Il nostro sonno tranquillo viene interrotto dalla sagoma confusa di un uomo che irrompe rumorosamente nella nostra tenda. Spaventati, ci liberiamo dal peso opprimente dei nostri sacchi a pelo e scattiamo in piedi immediatamente, tipo le teste dei pagliacci nelle scatole, e sbattiamo la testa sul soffitto in legno, di fronte alla presenza incombente dell’estraneo, resa ancora più minacciosa dalla sua ombra dipinta sulla parete della tenda. I raggi di luce della torcia elettrica che regge nella sua mano destra illuminano il suo volto e, solo grazie a loro, riusciamo a riconoscere l’ospite inquietante: è uno dei signori che guidano i muli incaricati di trasportare i nostri fardelli su e giù per le montagne. Ci sorride amichevolmente e ci augura il buongiorno in spagnolo, offrendoci del caldo mate di coca dal termos che regge nella mano opposta, ricordandoci che tra mezz’ora dovremo lasciare l’accampamento ed esortandoci a preparare le nostre borse nuovamente. Beh, saranno anche le cinque e mezza di mattina, ma la combinazione tra questa sveglia insolita e turbolenta e l’energia dell’infuso che beviamo risveglia completamente le nostre energie. Tramite la parete trasparente, mentre mi gusto il sapore amaro delle foglie di coca ascoltando un po’ di musica jazz, scorgo le ultime stelle della notte spegnersi piano piano e lasciare posto all’azzurro chiaro del cielo, lievemente illuminato dai primi timidi raggi del sole che lentamente sorge sulla valle. Veramente non male come buongiorno. Sistemiamo le nostre cose all’interno dei borsoni e lasciamo la tenda.

Raggiungiamo il gruppo per la colazione, nella grande sala in muratura che sorge poco oltre al nostro accampamento. Arriviamo per ultimi e dobbiamo accontentarci di qualche biscotto e una fetta di torta da dividere per tre. Male, ma come se non bastasse, notiamo che i nostri rivali norvegesi hanno preso posto di fianco alle ragazze svedesi e stanno conversando con loro in una lingua che non riusciamo bene a identificare e, ovviamente, a comprendere. Qualsiasi lingua sia, sicuramente di origine scandinava, sembrano tutte e due piuttosto interessate e non ci rivolgono nemmeno uno sguardo quando entriamo nella stanza. Norvegia in vantaggio, ma questa partita si svolge in più giornate, andata e ritorno, e loro giocano pure in casa, quindi sono penalizzati dalla regola dei due goal in trasferta, la stessa della Champions. Bene, quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare. Recupereremo. Per dimenticare, provo a conversare un po’ con il ragazzo inglese dall’aria simpatica, ma sono le sei di mattina e incontro troppe difficoltà nell’ordinare le poche parole che mi vengono in mente in questo momento, così desisto dal mio intento e lascio palare lui, facendo finta di ascoltarlo attentamente, non capendo una singola parola di ciò che mi dice. A porre fine a questo siparietto renziano e imbarazzante è Aurelio, annunciandoci che è ora di andare. Bando alle ciance, ci aspetta la giornata più intensa del trekking.

L’itinerario di oggi prevede un percorso di 22 chilometri e di una durata stimata attorno alle 10 ore: per la prima parte della giornata cammineremo in salita, affrontando un dislivello di 600 metri per arrivare ai piedi del Nevado Salkantay, poi aggireremo la montagna e ce la lasceremo alle spalle, discendendo per tutto il resto del percorso tra gli alberi e la vegetazione dell’umida e fitta giungla peruviana. Checco, mano a mano che Aurelio ci fornice i dettagli, si fa sempre più irrequieto e agitato. Probabilmente, quando ha accettato di venire in Sud America con me, non si sarebbe mai aspettato di dover affrontare delle esperienze del genere (e io non glielo avevo mai rivelato) e forse si era fatto trarre in inganno dalla posizione geografica e dagli stereotipi sull’America latina, pensando di incontrare luoghi esotici, come spiagge deserte, dove potersi rilassare bevendo Mojito tutti i giorni. No, non proprio così, lo siento (mi dispiace). Se avesse saputo che in tre giorni avrebbe affrontato 1500 metri di dislivello sulle Ande tra i 4000 e i 5000 metri, probabilmente ora non sarebbe qui con me. Questo trekking non è semplice per me che amo fare attività in montagna, per lui, che non ha mai fatto esperienze nemmeno sugli appennini, trovarsi qui dev’essere veramente difficile. Per darvi un’idea più concreta del suo disagio: Checco sta al trekking come Nainggolan sta all’astemia e alla sobrietà, o Feltri ai locali lgbt. Capisco il suo disappunto, ma decido di non parlargli per evitare di peggiorare ulteriormente la situazione tra noi, già abbastanza tesa di per sé in questo momento.

Partiamo verso le 7, con Aurelio che apre la strada al gruppo. La prima ora non è particolarmente impegnativa e procediamo tutti compatti, più o meno allo stesso ritmo, fino a quando non raggiungiamo la radura ai piedi del Salkantay, sempre più maestoso e immenso mano a mano che ci avviciniamo. Da qua in poi sarà tutta salita.

La guida ci mostra il sentiero che si ramifica in lontananza, oltre a una delle prime tre colline che dovremo superare, indicandoci, con i suoi bastoncini da trekking, il percorso giusto da seguire. Ci ricorda nuovamente che non sarà facile (non ce n’è bisogno, mi è sufficiente osservare la strada snodarsi ripida tra le rocce per rendermene conto) e ci porge una manciata di foglie di coca, da masticare per resistere alla fatica e ai dolori dell’altitudine. Pesco nel suo sacchetto e me ne ficco subito una decina in bocca appena inizio a camminare in salita, sperando che effettivamente possano fare effetto e possano darmi un po’ di forza. Mastico come se fossi Violetta della fabbrica di cioccolato, trito le foglie, sempre più pastose col passare del tempo, come se le mie mandibole fossero una pressa idraulica, ma non succede nulla. Anzi, oltre alle gambe che tremano per via del dislivello, ora anche i miei muscoli facciali, per via di questa attività ossessiva e della calce che si è formata nella mia bocca, mi fanno male al punto da immobilizzare la mia espressione come se fossi una mummia. I norvegesi, sicuramente aiutati dalla loro stazza, camminano disinvolti e sciolti, come se stessero semplicemente cercando margherite in un prato. Oggi sarà più difficile di ieri, ma mi basta questa immagine per recuperare il vigore che la coca non è riuscita a darmi e stringo i denti. Si fa per dire, visto la mia paralisi facciale quasi totale. Checco, che a causa delle mie distrazioni avevo perso di vista, mi sorpassa, tra il mio stupore, arrampicandosi determinato tra le rocce fuori dal sentiero, superando la coppia di scandinavi e conquistando trionfante la prima posizione. Vorrei urlargli qualcosa, ma sono troppo affaticato per sprecare del fiato e non voglio rischiare di accendere un’inutile discussione a distanza, così me ne sto zitto e continuo a camminare a testa bassa. Passo dopo passo, supero la prima collina.

Dopo un briefing veloce col resto del gruppo e una pausa per recuperare le energie, ci rimettiamo sul sentiero e ripartiamo lentamente. Ora, magicamente, come se tutta la coca masticata in precedenza iniziasse a produrre i sui effetti in questo momento, sento che nel mio corpo cambia qualcosa. Le gambe, indolenzite e tremanti, si sciolgono come due ghiaccioli lasciati sotto al sole; il mio respiro, affannoso per via dell’altitudine, torna ad essere quello di sempre, come se i miei polmoni fossero un pallone e fossero stati appena gonfiati con un compressore. Sono invincibile, mi sento praticamente come Thanos dopo l’ultima gemma dell’infinito. Io sono ineluttabile. Allungo il passo e supero i due norvegesi lungo una salita piuttosto ripida, portandomi in pole position. Mangiate la polvere, vichinghi. Cammino velocemente senza guardarmi indietro e seminando il resto del gruppo, fissando costantemente la parete innevata della montagna che spunta alla mia destra e si ingigantisce mano a mano che procedo lungo il sentiero, rivelandosi ben più grande rispetto a come appariva dal campo base. Dopo un’ora molto meno faticosa di quanto pensassi, per via della grande quantità di coca masticata, raggiungo la cima della terza collina (la seconda l’ho passata senza praticamente accorgermene, tanto ero attratto dal panorama), dunque la fine della salita.

Il nevado Salkantay si manifesta di fronte ai miei occhi stanchi in tutta la sua enormità e in tutto il suo splendore. La parete rocciosa, innevata nelle sue zone più alte, si innalza maestosa verso il cielo, stagliandosi irregolarmente oltre le nubi. Ho la fortuna di essere qui da solo, mi sono lasciato alle spalle anche tutti gli altri turisti che ho incontrato lunga la via, e riesco a godere a pieno della magia misteriosa di questa montagna solenne. Dopo poco tempo, a spezzare la mia solitudine meditativa, arrivano anche Ballo e Checco, gioiosi e soddisfatti dell’impresa. Ci stendiamo su una roccia nel mentre aspettiamo il resto del gruppo, che arriva dopo una mezz’oretta, guidato dai due norvegesi sfiancati e stremati. Le ragazze svedesi ci raggiungono e ci rivolgono un sorriso. Gol per gli azzurri, italia di nuovo in vantaggio. Ho giocato sporco, è vero, ma tanto non dovremo sicuramente fare il test antidoping.

Aurelio si assicura premuroso delle nostre condizioni e, dopo essersi accertato che stiamo tutti bene, ripartiamo per raggiungere il rifugio dove mangeremo, situato a un paio di chilometri dal valico dove siamo ora. Lo raggiungiamo dopo un’ora di discesa e consumiamo il pranzo velocemente, divorando affamati ogni cosa ci capita sotto gli occhi. Per la prima volta da quando siamo partiti per il trekking riesco a farmi forza, anche forse grazie alla coca, e inizio una conversazione con le svedesi, presentando loro, da bravo amico, anche Checco e Ballo. Scopro così che sono due sorelle e una di loro, la più piccola delle due che ha la mia stessa età, studia economia, proprio come me. Tutte queste coincidenze sono sufficienti per farmi immaginare una potenziale relazione d’amore, ma i norvegesi, bastardi, non sono d’accordo, e irrompono nella nostra conversazione parlando nella loro lingua, comprensibile solo alle ragazze, tagliandomi così fuori dai loro discorsi e facendomi tornare coi piedi per terra. Questo non è il momento di perdersi in fantasie astratte, questo è il momento di agire. Ma è troppo tardi, ormai sembra si siano già messi a ridere e scherzare tra loro. Male, la partita torna in parità.

Ripartiamo per terminare l’itinerario di oggi e raggiungere il nuovo accampamento nella giungla. Dopo le fatiche di questa mattina e la salita infinita verso il Salkantay, l’idea di camminare in discesa per 4 ore non ci sembra poi così malvagia, anzi, suona quasi piacevole. Ma ci sbagliamo. L’umidità che invade l’atmosfera mano a mano che scendiamo d’altitudine è insopportabile, il caldo si fa sempre più opprimente, i primi “mosquitos” (zanzare) iniziano ad apparire fastidiosi sulla nostra pelle sudata; le pietre sconnesse che formano il sentiero ci fanno perdere l’equilibrio e ci fanno scivolare col sedere per terra più volte, rischiando di precipitare oltre il dirupo, verso il fiume che compone questa valle. Tutto, ora, è ricoperto dal verde della giungla, non si intravede più una roccia che si salvi dall’invasione della vegetazione inarrestabile. Per la prima volta da quando abbiamo lasciato Santiago, ci troviamo al di sotto dei 2000 metri, e la sensazione è veramente strana. Passare da un clima e un ambiente alpino a una giungla tropicale nel giro di poche ore è veramente spossante. I piedi iniziano a dolere, ogni ora che passa ci chiediamo quanto sia distante ancora l’accampamento e siamo talmente stanchi che anche la vista delle ragazze svedesi non ci smuove più di tanto, e ho detto tutto.

Come per magia, all’improvviso, poco prima del tramonto, raggiungiamo la base. Oggi non siamo fortunati come ieri e ci toccherà dormire in una normalissima tenda da campeggio, con un po’ di paglia sul tetto, troppo poca per contenere delle possibili precipitazioni, ma tanta quanto basta per ricordarci quanto fossimo fortunati ieri a godere di quella comoda palafitta. Ah, non è tutto. Come se giocare in trasferta non bastasse, la Dea bendata ha deciso di complicarci ulteriormente la vita e truccare la partita in favore dei scandinavi, offrendo loro una tenda adiacente a quella delle svedesi, situata all’estremità opposta del campeggio rispetto alla nostra posizione. Niente, più passa il tempo, più diventa complicata per noi… La vedo grigia.

Beviamo qualche birra con Liam, il ragazzo inglese, e altri ragazzi olandesi che abbiamo conosciuto meglio durante la discesa nella giungla. Comprendo molto poco di quello che mi dicono, loro idem, ma grazie all’alcool e al clima felice riusciamo a lasciarci queste sottigliezze linguistiche alle spalle, comunicando animatamente del più o del meno, come se tutti capissimo tutto, quando in realtà nessuno capisce un bel niente. Ceniamo tutti insieme scherzando sulla giornata appena passata e decidiamo di intrattenerci fino a tardi a “tomar” (bere), ma, nonostante le mie speranze, le svedesi preferiscono lasciare il resto del gruppo e abbandonano il cerchio felice, dirigendosi solitarie nella loro tenda. Ecco, la mia serata più o meno finisce in questo momento. Troppo stanco per rimanere sveglio e troppo demoralizzato per fare festa, abbandono il resto dei ragazzi (tra cui, almeno, ci sono ancora i norvegesi, altrimenti sarebbe veramente stato troppo per me) e vado a letto anche io.

 Oggi è stata una giornata molto intensa, domani dovremmo riuscire a rilassarci un po’ lungo il cammino. Machu Picchu, comunque, è sempre più vicino. Buonanotte.

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