Trekking Salkantay (1), Perù – giorno 14

Da qualche parte sulle Ande peruviane – 16 settembre 2019

Lunedi, 5 del mattino. Anche oggi, come ieri, siamo costretti a svegliarci prima dell’alba, mentre il buio avvolge completamente la stanza e il silenzio regna incontrastato nell’ostello ancora dormiente. Fortunatamente siamo riusciti a riposare e a recuperare un po’ delle energie perse ieri durante il nostro trekking (se ti sei perso l’articolo clicca qui), anche se, alzandomi dal letto, avverto ancora un po’ di dolore fastidioso ai polpacci e ai quadricipiti. Comunque passerà, ora non è sicuramente il momento giusto per pensarci. Lasciamo i nostri zaini ingombranti in ostello e carichiamo tutto il necessario utile alla sopravvivenza per i prossimi 4 giorni nei borsoni fornitici dell’agenzia, in modo tale da evitare di portare del peso inutile con noi lungo il cammino. Le nostre gambe soffrono già abbastanza a doverci sorreggere, così decidiamo di accontentarci di pochi vestiti: un paio di pantaloni, un paio di magliette e un pile, qualche mutanda e qualche calzino di riserva, tanto per stare sul sicuro. Poca roba, ma tanta quanto basta per sopravvivere. Bene, non sappiamo ancora cosa ci aspetta in questi giorni, ma siamo pronti a tutto. Abbandoniamo l’ostello e ci dirigiamo verso l’agenzia.

Arriviamo puntuali al raduno fissato per le 5.30 e saliamo sul van (si, sempre dello stesso tipo, ma ormai non dovrei nemmeno specificarlo). Mentre prendiamo posto sul veicolo, la guida, un signore dai lineamenti tipici del Perù anche se con la pelle più chiara rispetto alla norma, inizia la sua presentazione in inglese, ma siamo troppo stanchi per prestare attenzione e l’unica cosa che intendiamo chiaramente è il suo nome: Aurelio. Mucho gusto, piacere di conoscerti. Appena partiamo, Checco, che fino a pochi secondi fa mi sembrava tranquillo e rilassato, come se avesse realizzato solo ora quello che dovremo affrontare, inizia a dare segnali di preoccupazione e ad agitazione tramite la sua espressione, simile a un “Ma chi cazzo me lo fa fare?” Io, Checco, e vedrai che sarà una figata. Provo a spiegarglielo sorridendo entusiasta, ma non mi pare convinto, anzi. Ho peggiorato le cose. Se vuoi scendere, o ora o mai più, ma vedrai che te ne pentirai. Decide di rimanere con noi, ma so che oggi sarà una giornata difficile per lui. Provo a rassicurarlo, ma le mie parole non fanno altro che aumentare il suo disagio, così decido che d’ora in avanti rimarrò zitto per tutta la durata del viaggio.

Raggiungiamo il paese andino di Mollepata dopo 3 ore di strada, tra ponti pericolanti e tornanti a strapiombo sulla valle, sempre più immensa mano a mano che saliamo di altitudine. Facciamo colazione in un bel bar del “pueblo” (villaggio), contendendoci le poche marmellate a nostra disposizione con gli altri viaggiatori e con un pappagallo molesto che si aggira minaccioso, beccandomi le gambe e infilando i suoi artigli nelle mie scarpe. È uno scontro all’ultimo sangue, tipo Rocky e Ivan Drago, ma alla fine riesco ad avere la meglio sull’animale. Ko tecnico, hai scelto la gamba sbagliata da attaccare. Troppo impegnato nella lotta contro l’uccello, tra l’ilarità generale, arrivo al buffet quando ormai ne è già stata fatta razzia, così devo accontentarmi di quello che è rimasto: qualche fetta di pane e una banana. Questa giornata non è iniziata proprio nei migliori dei modi, ma per fortuna noto subito qualcosa che riesce a migliorarla immediatamente: una coppia di bellissime ragazze dai capelli biondi e dagli occhi azzurri, presumibilmente del nord Europa. Due angeli praticamente. Come se questa visione non bastasse, scopro presto, osservando come se fossi Sherlock Holmes i borsoni che hanno appresso e notandone le somiglianze coi nostri, che saranno tra le nostre compagne di viaggio per questi giorni. Anche Checco sembra riprendersi dopo questa rivelazione.

 Terminata la colazione, torniamo sul van e, dopo un’ora, raggiungiamo il termine della strada e l’inizio del sentiero. Il meteo è ottimo: il cielo è limpido e sgombro di nubi per la maggior parte, il sole splende e la temperatura non è né troppo calda né troppo fredda, quindi ideale per un trekking in montagna. Fermi nel piazzale del parcheggio, in una posizione dalla quale si intravedono le due montagne innevate che spiccano maestose in lontananza, Aurelio ci fornisce le ultime indicazioni sulla giornata di oggi. Al primo bivio che troveremo, più o meno tra un chilometro, gireremo a sinistra e ci dirigeremo verso la Laguna Humantay (4200), camminando in salita per un paio d’ore la raggiungeremo poco prima di pranzo. In seguito discenderemo lungo la stessa strada e, una volta giunti al bivio, imboccheremo il sentiero di destra, verso il campo base dove mangeremo e alloggeremo, ai piedi del “Nevado Salkantay” (montagna di 6200 metri che da nome al trekking). Facciamo un giro di presentazione generale del gruppo, la nostra famiglia per i prossimi giorni, formato da una dozzina di persone, ma ovviamente mi dimentico i nomi di tutti dopo pochi secondi, compreso quello delle due ragazze, che però confermano i miei sospetti dichiarando di essere svedesi. Comunque siamo gli unici italiani, gli altri sono tutti del nord europa, e come se non bastasse siamo anche i più piccoli, così ci guadagniamo subito l’interesse degli altri viaggiatori, un po’ per l’età, un po’ per la nazionalità. Un ragazzo inglese che sta viaggiando solo, di cui ricorderemo il nome in seguito, prova a comunicare con noi, ma la sua pronuncia è simile alla mia dopo 5 gin tonic, e ci suona incomprensibile a tutti. Facciamo quello che si fa in questi casi: sorridiamo e annuiamo con qualche Yes Yes da Magic English, assolutamente poco convincente. Lui se ne accorge e decide di rimandare la conversazione a più tardi, allontanandosi da noi, in fondo dispiaciuti. È il momento di andare, il sentiero inizia a essere piuttosto trafficato. Lasciamo le sacche in mano ai conducenti dei muli che le porteranno direttamente al campo base (se avessimo saputo che non avremmo dovuto portarle noi avremmo preso sicuramente più cose) e ci prepariamo per partire. Zainetti in spalla, Aurelio apre la strada, vamonos!

La prima ora del trekking è tranquilla ed è utile per sgranchirci le gambe, ancora un po’ appesantite dalla scalata alla montagna arcobaleno di ieri. Il sentiero procede senza dislivello fino al bivio di cui ci ha parlato Aurelio, poi la situazione cambia. A sinistra, dove giriamo noi, il percorso si perde lungo il terreno dissestato di una ripida collina, arrampicandosi in salita per diverse centinaia di metri, fino a scomparire oltre a una serie di formazioni rocciose che dominano la vetta del rilievo. Oltre ad esse, spunta maestosa la roccia irregolare e interamente ricoperta di neve della montagna che nasconde la laguna verso la quale ci stiamo dirigendo. Sarà tosta e Checco, che sembrava essersi ripreso, torna a inquietarsi e inizia a insultarmi, in quanto, secondo lui, dal momento che l’ho trascinato in questa esperienza, il colpevole di questa situazione sono io. Provo a calmarlo e a rassicurarlo, ma mi attacca come un Pitbull affamato attacca la sua preda, così lascio perdere. I trekking non sono la sua attività preferita, l’abbiamo capito.

Inizia la salita: il dislivello è notevole, il fiato è corto, le gambe tremano sempre più forte e ci sembra che potrebbero cedere da un momento all’altro; Checco è sempre più sconvolto ogni metro che fa, Ballo oggi è il più in forma di tutti e guida il gruppo in lontananza. A farci forza e a distrarci dagli indicibili sforzi che stiamo compiendo, per fortuna, è il panorama sulle due ragazze svedesi che procedono graziose con un passo da gazzelle, poco distanti da noi. Due ragazzi norvegesi del nostro gruppo, due stanghe scandinave di due metri e dal volto tipicamente vichingo, che credo abbiano i nostri stessi gusti in merito di femmine, si prendono gioco di noi mentre proviamo a conversare senza fiato con le loro, quasi, compatriote. Italia vs Norvegia. Se volete la guerra, la guerra avrete. Spinti da questa motivazione e agguerriti come non mai raggiungiamo la Laguna Humantay per primi. Gol per gli azzurri: Italia 1, Norvegia 0. Palla al centro bastardi.

Il panorama è veramente da brividi. No, non parlo delle ragazze stavolta. La laguna sorge in una conca tra le montagne ed è sovrastata lungo tutta la sua sponda posteriore da una scura e verticale parete rocciosa, la cui cima completamente innevata sfiora i 6000 metri d’altitudine. Il colore dell’acqua, reso ancora più nitido dalla luce raggiante del sole e dal bianco della neve del rilievo al suo fianco, è composto da sfumature irregolari ed eterogenee di azzurro chiaro, blu cobalto, verde e giallo. Questo è l’ennesimo posto da sogno e magico di questo viaggio e ne rimango letteralmente incantato. Siamo in Perù da soli tre giorni e abbiamo già visto tre meraviglie (si, Cusco è una meraviglia), non male. All’improvviso sento una voce chiamarmi dall’alto di un rilievo poco distante dalla mia posizione, alzo la testa, confuso e disorientato, e noto una figura sbracciante in lontananza: è Checco. Fino a mezz’ora fa sembrava un cane bastonato e si lamentava sofferente ogni metro, ora si è improvvisato Messner e si è arrampicato in autonomia lungo il crinale della montagna che si affaccia direttamente sul lago, raggiungendo il punto panoramico più alto. Le ragazze svedesi lo notano e sorridono. Raddoppio degli azzurri, Venturelli porta il risultato sul 2 a 0.

Verso mezzogiorno iniziamo a scendere e ci dirigiamo, stanchi, verso il campo dove mangeremo e alloggeremo, imboccando la strada a destra del bivio. Il peggio è decisamente passato, la strada ora è in discesa e più breve di prima. Inoltre il programma non prevede più niente per la giornata di oggi, così avremo tutto il tempo per riposarci una volta giunti a destinazione. Arriviamo all’accampamento stremati e affamati, bruttissima combinazione. Ma, come se già non bastasse a renderci nervosi, scopriamo che stanotte dormiremo in una tenda, all’interno di un sacco a pelo. Per me, lupetto e esploratore, è una cosa abbastanza normale, così come per Ballo, che ha già fatto diversi trekking in passato. Indovinate, invece, chi non ha mai fatto un’esperienza del genere? Si, non c’è bisogno che ve lo dica. Questa proprio non ci voleva per il nostro povero Checco, che in poco tempo si trasforma in una versione di Vittorio Sgarbi degli anni d’oro e inizia a imprecare contro tutti e tutto. Nemmeno la vista delle svedesi riesce a calmarlo e, quando loro lo vedono in queste condizioni fuori dalla tenda, rimangono un po’ disorientate. Autogol, la Norvegia accorcia il vantaggio: 2 – 1.

Pranziamo velocemente e poi ci riposiamo sui comodi materassini all’interno della nostra tenda, che sembra più assomigliare a una palafitta per via della sua costruzione. La struttura, sorretta da pali conficcati nel terreno, è costruita interamente in legno ed è a forma triangolare. Per accedervi bisogna affidarsi ad una scaletta composta da 3 scalini; la parete anteriore, che si affaccia sul panorama della valle, è formata interamente da tre pannelli di vetro trasparente, di cui uno, il più grande e l’unico di forma rettangolare, è stato intagliato per ricavarne la porta d’accesso. Il tetto, spiovente, è interamente ricoperto di paglia. Definirla una semplice tenda è riduttivo, non solo per queste sue caratteristiche, ma anche per la sua comodità. Per non parlare della sua posizione, in mezzo alla natura incontaminata delle Ande. Tanta roba. Forse se chiedete a Checco riceverete un feedback diverso…

Concludo la giornata con uno dei tramonti più belli della mia vita, ammirando in solitaria il sole appoggiarsi oltre alle montagne e colorare di arancione l’immensa parete innevata del Nevado Salkantay, in parte nascosta dalle nubi che penetrano basse tra le insenature della valle. Qui sento veramente qualcosa di magico…il mix di emozioni che sto provando ora è degno di una ricetta Iba (international Bartenders Association).

Mi sento libero, qualsiasi cosa voglia dire.

Mi sento vivo. E, cazzo, quanto è bella la vita.

Mi godo il silenzio delle Ande dopo il tramonto e poi raggiungo il resto del gruppo per la cena. Mangiamo mentre ascoltiamo, molto interessati, le storie di Aurelio sulla cultura Inca e le tradizioni peruviane (più avanti approfondirò certi temi, ma non ora), poi decidiamo di andare a letto. Però, come spesso accade in Perù, le sorprese devono ancora terminare, anche se ormai sono le 22 e la giornata si può dire finita. Mentre torniamo verso la tenda nel buio della notte, ci accorgiamo che il manto nero del cielo è completamente invaso da stelle lucenti e splendenti, simili a migliaia di piccoli soli, che si posano e brillano su di esso come le paiette di un vestito in discoteca. Oltre a questo contorno niente male, anche la scia limpida della Via Lattea si manifesta evidente sopra alle nostre teste infreddolite, ricordandoci, se mai ce lo fossimo dimenticati, visto le meraviglie osservate in questi giorni, che siamo ancora sulla Terra e che tutto ciò è reale. Riusciamo ad ammirare questa meraviglia anche all’interno della nostra tenda, grazie al vetro trasparente della sua parete, e ci addormentiamo felici con questa visione stampata bene nella mente.

Domani sarà il giorno più impegnativo dei tre, è una delle poche cosa che ricordiamo della spiegazione iniziale. Ci sarà da divertirsi… Buonanotte.

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