Isla del Sol (con poco Sol), Bolivia – giorno 11

Isla del Sol, Bolivia – 13 settembre 2019

Ci svegliamo bruscamente a causa dei fischi del vento agitato che penetra inarrestabile dalle esili pareti della stanza, inondandola di aria gelida. Non è proprio quello che definirei un buongiorno e più che una camera d’ostello sembra una cella frigorifera, solo ora capiamo perché abbiamo pagato 5 euro. Sotto a qualche strato di calde coperte, grazie alle quali riusciamo a evitare di trasformarci nell’uomo di Otzi, realizziamo che il clima non è migliorato rispetto a ieri sera, anzi. La pioggia si è fatta più intensa e non c’è traccia del sole in cielo, completamente ricoperto di nubi, così come l’acqua del Lago, che fino a ieri riuscivamo a intravedere dalla finestra. Si chiama Isla del Sol, ma Londra a confronto sembra Miami… Comunque, nonostante tutto, Checco sembra essersi ripreso dal mal di testa e la nausea di ieri, il ché ci solleva leggermente il morale.

Il proprietario dell’ostello, oggi vestito con la tuta del Milan (dev’essere un po’ confuso), si offre di portarci lui stesso “el desayuno”, la colazione. Per la prima volta nella mia vita, da quando ho iniziato a viaggiare come backpacker (17 anni), ho l’occasione di concedermi il lusso del servizio in camera, e ovviamente ne approfitto, visto che prima d’ora è sempre stata una cosa da film per me. Anche perché, considerato il meteo, se dovessi uscire io per prenderla, probabilmente opterei per il digiuno. Il sapore caldo del mate di coca ci rinvigorisce e ci dà la forza per alzarci finalmente dal letto e sistemare gli zaini. Oggi è la giornata delle prime volte e, oltre alla colazione in camera, per la prima volta nel corso del nostro viaggio un ospite finora sconosciuto inizia a manifestarsi più palese che mai: la noia. Non parlo della noia naturale, inevitabile e ovvia, che si prova quando si devono affrontare lunghe tratte in bus, in aereo o in macchina, attraverso deserti o spazi immensi dove c’è poco da vedere; parlo invece della noia deprimente, malinconica, logorante, profondamente irritante causata dall’assenza di cose da fare o di piani stimolanti. Bloccati qui, su quest’isola praticamente desertica, senza nessuna connessione a internet, dove la pioggia incessante, il vento artico e il freddo pungente la fanno da padrona, non possiamo fare altro che sederci e attendere che arrivi presto il pomeriggio, e con lui la barca per Copacabana. Dopo 11 giorni intensi e vissuti sempre al 100% oggi dobbiamo rallentare. Realizzo così che nei viaggi, in qualsiasi viaggio e in qualsiasi parte del mondo così come nella vita di tutti i giorni, è impossibile vivere sempre tutte le giornate al massimo: la noia, quell’ospite inquietante che tutti noi vogliamo evitare, arriverà sempre, prima o poi. Il trucco risiede nel nostro atteggiamento e nel modo col quale decidiamo di affrontarla: accettarla è il primo modo per conviverci pacificamente, rimuginare è deleterio per la mente e il morale. Alla luce di queste considerazioni, decidiamo di fare un giro verso il porto. Se eravamo tristi prima, ora, guardando le onde del lago infrangersi contro i sassi e le rocce del bagnasciuga nel silenzio della spiaggia, ci sentiamo ancora peggio. Il contesto è più deprimente di una canzone di Lana del Rey. Consiglio personale: se siete giù di morale, un lago potrebbe peggiorare le cose (ma forse sono le condizioni meteo, boh). Sono le 11 e dovremo attendere fino alle 15.30. 4 ore e mezza non sono poi molte, ma a noi sembrano veramente infinite, specialmente perché l’unica attività alla quale ci dedichiamo per ingannare il tempo è quella di far rimbalzare i sassi sull’acqua, ottenendo, peraltro, risultati pessimi.

Decidiamo di consumare il pranzo in ostello e mangiamo una buona “trucha a la plancha” (trota ai ferri, specialità tipica del Lago Titicaca), servitaci, e probabilmente anche cucinata, dallo stesso ragazzo della colazione di stamattina, ora vestito con pantaloni diversi, forse di una squadra locale (in due giorni ha cambiato più squadre di Ibra comunque). Dopo esserci rifocillati torniamo nuovamente verso il porto, dove dovrebbe arrivare la barca. Se ieri ci avessero detto che oggi avremmo pregato per rimettere piede a Copacabana (città più brutta dopo Uyuni) molto probabilmente non ci avremmo creduto, ma ora è esattamente così. Non vediamo l’ora di raggiungere la sponda boliviana del lago e salire al più presto sul bus per il Perù.

Dopo un’attesa interminabile, alle 15.30, intravediamo la barca attraccare e scaricare i turisti che la affollano. Saliamo e, visto il mal di mare di ieri, decidiamo di prendere posto all’interno, accomodandoci su una delle numerose panche colme di passeggeri e ingombranti giubbotti di salvataggio. Appena lasciamo l’isola il cielo inizia ad aprirsi ed il sole torna ad apparire splendente, dando finalmente un senso al nome ‘Isla del Sol’ e burlandosi di noi e della nostra sfortuna dall’alto della sua posizione. Sono sicuro che con le giuste condizioni meteo questo posto debba essere incredibile, ma ormai è troppo tardi…

 Il viaggio è decisamente più piacevole rispetto a quello di ieri per me e Checco, ma non per Ballo, che dopo poco essere salpati inizia ad avvertire nausea e mal di pancia. Il Lago Titicaca anche oggi ha mietuto la sua vittima. In un’ora e mezza Copacabana, ormai la nostra Itaca, inizia a materializzarsi piano piano all’orizzonte; prima ne intravediamo le case confuse, poi le strade, le insegne luminose dei bar e dei ristoranti ed infine i pochi pontili che costituiscono il porto dove attraccheremo. Ci siamo.

Il bus, lo stesso di ieri, ci aspetta parcheggiato poco oltre al porto della città, alle 17.30 lasciamo Copacabana e raggiungiamo la frontiera in un’ora scarsa, trovandola ormai sgombra di traffico. Scambiamo in “soles” (valuta peruviana) i nostri “bob”, timbriamo i passaporti, firmiamo qualche modulo, cambiamo la posizione delle lancette dell’orologio (un’ora in meno) e oltrepassiamo l’arco in muratura che marca il confine della Bolivia mentre il sole tramonta all’orizzonte. Bienvenidos en Perù. Gracias. Visto gli eventi che hanno caratterizzato la nostra permanenza in Bolivia, non era così scontato che arrivassimo fino a questo punto. Ma siamo vivi, e soprattutto, siamo estremamente felici di essere in Perù.

Cambiamo veicolo e partiamo in direzione di Puno, la principale città peruviana sulle sponde del Lago Titicaca, dove ceneremo e basta (rabbrividiamo al solo pensiero di fermarci un’altra giornata sul lago) per poi muoverci verso Cusco. Non scorgiamo un granché della strada di campagna che percorriamo per via del buio della sera, così la mia attenzione si sposta su Ballo, che sembra non essersi ripreso del tutto dal malessere che lo aveva colpito sulla barca. Il suo colore della pelle lo conferma: è pallido come un cadavere, in perfetta sintonia col bianco delle tendine e dei poggiatesta del bus. Sarà un lungo viaggio per lui, provo ad aiutarlo offrendogli una tachipirina, sperando che possa guarire presto. Fuori riprende a piovere più forte di prima e l’impressione che abbiamo è che più ci avviciniamo a destinazione più l’intensità della pioggia aumenta, fino a diventare un diluvio a tutti gli effetti nel momento in cui arriviamo a Puno e dobbiamo scendere. Tempismo perfetto. Le vie della città sono completamente allagate, l’acqua arriva ben oltre il livello delle suole delle nostre scarpe, il marciapiede è tutto un saliscendi, al punto da sembrare più un torrente di montagna in piena, le macchine sfrecciano sull’asfalto infradiciandoci i vestiti e le grondaie sfociano imbizzarrite sulle nostre povere teste come cascate (ma Iguazù non è in Argentina?). Arriviamo al ristorante bagnanti, gocciolanti e molto sconvolti. Non abbiamo altra scelta che toglierci le scarpe e le calze e mangiare a piedi nudi, servendoci della lunga tovaglia per mascherarli nel modo migliore possibile, stando attenti però a non appoggiarli sul pavimento gelido della stanza. È un’impresa sfiancante, ma riusciamo a portarla a termine con successo. Ceniamo con una banale zuppa annacquata, in linea con le strade fuori, una bistecca insipida e un dolce indefinibile. Bocciato, ma nelle condizioni in cui siamo, ci accontentiamo. Dopo aver percorso lo stesso tragitto di prima (e con le stesse condizioni), torniamo in bus. Ci aspetta una notte di viaggio verso nord, domattina dovremo arrivare a Cuzco per le 6, speriamo di riuscire a dormire. Oggi è stata la giornata più brutta e demoralizzante da quando siamo arrivati in sud america, siamo tutti contenti che sia finalmente giunta al termine. Buonanotte, hasta manana chicos

One thought on “Isla del Sol (con poco Sol), Bolivia – giorno 11

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...