Lago Titicaca, Bolivia – giorno 10

Lago Titicaca / Isla del Sol, Bolivia – 12 settembre 2019

Sono le 7 del mattino e le prime luci del giorno iniziano ad apparire all’orizzonte, oltre al cortile interno del nostro ostello, illuminando le colline di La Paz che intravediamo da lontano. Il tempo non è cambiato molto rispetto a ieri: piove, fa freddo e il sole è completamente nascosto dalle nubi grigie che dominano il cielo della città. È ora di lasciare la capitale boliviana, e non ci dispiace poi così tanto dovercene andare da qui. Anzi, a dire il vero, non aspettavamo altro. Paghiamo il conto in reception e montiamo sul bus che ci sta aspettando appena fuori, in direzione di Copacabana, la città principale sulla sponda boliviana del Lago Titicaca, il lago navigabile più alto del mondo. Non abbiamo programmi particolari per la giornata di oggi e non abbiamo prenotato nulla, probabilmente faremo una tappa sull’Isla del Sol, l’isola più grande del lago, dove alloggeremo la notte (ammesso che troviamo un ostello), per poi spostarci domani verso il confine col Perù, situato sulla sponda opposta. Sono le 8 quando partiamo, dovremmo arrivare a Copacabana verso le 12.30. Beh, visto le distanze da queste parti, 4 ore e mezza di strada alla fine non sono nulla, pensiamo. Ci sbagliamo. Ci siamo dimenticati che qui siamo in Bolivia, non esistono viaggi tranquilli, a prescindere dalle distanze.

Impieghiamo quasi 2 ore per lasciarci il traffico della periferia di La Paz e uscire dal quartiere “El Alto”, che ci appare più simile a una città che a un quartiere, viste le sue dimensioni. Il nostro bus si fa largo a fatica tra le macchine sgangherate e i numerosi motorini, rischiando di uscire di strada più volte e investire i poveri commercianti di frutta e verdura sui marciapiedi, che in questa parte del mondo sono i sostituti naturali dei guard rail. Dopo aver sfiorato due tamponamenti e qualche frontale, abbandoniamo la città. Finalmente, il peggio è passato, pensiamo. No, il peggio deve ancora venire. All’improvviso, la sicurezza dell’asfalto cede il posto all’imprevedibilità del terreno fangoso e dissestato della campagna boliviana. Il nostro bus è un veicolo piuttosto vecchio e logoro, gli interni sono scomodi e stretti, i seggiolini sono simili a quelli di un autobus urbano. Inoltre, questa struttura instabile si poggia pericolosamente su ruote e gomme mezze sgonfie e della dimensione di quelle di uno “scarabeo”, più adatte per una 500 che per un bus da 40 persone. Non capiamo come possano reggere tutto questo peso e questo ci dà l’impressione che potremmo ribaltarci da un momento all’altro. La strada che stiamo percorrendo velocemente sembra una trincea di guerra appena abbandonata: le buche, profonde almeno una decina di centimetri, la fanno da padrona ed è impossibile evitarle. Sembra di stare sulle montagne russe: su, giù, di nuovo su e poi di nuovo giù, i nostri stomaci ne risentono parecchio e la nausea arriva presto a tenerci compagnia. Il panorama, nonostante tutto, è molto suggestivo: le colline gialle dell’altopiano sono dominate in lontananza dalle vette innevate della Cordigliera Real, nascoste parzialmente dalle fitte nubi che permangono inalterate nel cielo. Durante una sosta lungo la via riusciamo a recuperare un po’ le forze e ad alleviare il mal di stomaco affidandoci alle infallibili proprietà terapeutiche delle foglie di coca infuse nell’acqua bollente (mate de coca), sostituto sudamericano dei nostri Oki, Buscopan, Moment etc.

Verso le 11.30 il paesaggio cambia e finalmente intravediamo il lago in lontananza. Per raggiungere Copacabana è necessario prendere un battello nel momento in cui la strada si interrompe, non ne siamo poi così contenti: la corrente sembra forte e le onde animano agitate la distesa d’acqua. Non è proprio l’ideale vista la nausea e il mal di pancia, ma non abbiamo alternative e ci imbarchiamo. Raggiungiamo la sponda opposta dopo pochi minuti di tragitto turbolento e movimentato, con la stessa mobilità e lo stesso equilibrio dopo 4 gin tonic, saliamo nuovamente sul bus, giunto qui tramite una piattaforma mobile riservata ai veicoli. Una mezz’oretta di strada e finalmente arriviamo a destinazione in anticipo sulla tabella di marcia: Copacabana, estamos aqui.

Nonostante il nome esotico che rimanda a Rio de Janeiro, la città non ha niente a che vedere con la località omonima in Brasile. C’è freddo, gli edifici sono la solita copia di quelli diroccati e fatiscenti di La Paz e Uyuni, la piazza è caratterizzata dalla presenza di una chiesa che non vale la pena di ricordare, il viale principale è un ammasso confuso di negozi di souvenir e ristoranti per turisti. L’unica cosa memorabile è la vista che dal porto si apre sull’immensità del Lago Titicaca. La distesa d’acqua, caratterizzata da un blu intenso e vivace, è infinita, al punto che se non sapessimo di trovarci qui ci sembrerebbe di essere di fronte all’Oceano. Il sole sembra essere scappato dalle nubi che lo inseguivano e, per la prima da quando abbiamo lasciato il Salar de Uyuni, ne intravediamo i raggi luminosi infrangersi contro lo specchio del lago, creando riflessi accecanti e accentuando il contrasto tra l’acqua e il cielo cobalto. È una bella immagine, ma abbiamo fame e ci dirigiamo in direzione del primo ristorante che troviamo, tanto sembrano uno uguale all’altro, più o meno come le case. Mangiamo la peggior zuppa di quinoa del nostro viaggio e un hamburger realizzato con il pane dei toast, e ho detto tutto. Veramente bocciato. Torniamo verso il porto per trovare una “lancha” (barca) disposta a portarci sull’Isla del Sol il prima possibile e negoziamo con il primo marinaio che troviamo, disposti a tutto pur di abbandonare Copacabana.

Lasciamo la città verso le 15, viaggiando sul tetto esterno della barca in compagnia di simpaticissimi signori argentini sulla cinquantina (chiaramente di origini italiane) che stanno affrontando l’attraversata del Sud America in moto, in stile Che Guevara e Alberto Granado. Checco ha qualche problema col giubbotto di salvataggio e non riesce ad allacciarlo correttamente, tipo Balotelli con la casacca anni fa, ed è subito oggetto di scherno da parte dei nostri allegri amici sudamericani, che da perfetti latini burloni, iniziano a fare battute in spagnolo. Ma non è il momento degli scherzi per Checco: sono ricomparse le onde e, con loro, il mal di pancia e la nausea, forse anche a causa del cibo ingerito. Brutta combo di per sé, ancora peggio se aggiungiamo un pizzico di permalosità. Li osserva con la stessa espressione di una ragazza infastidita dalle avance di un ubriaco e li fulmina letteralmente con lo sguardo, commentando con qualche parolaccia in italiano, forse dimentico del fatto che lo spagnolo non è poi così diverso dalla nostra lingua e che il “Vaff…” è conosciuto ovunque nel mondo, figurarsi in Argentina… I nostri “amigos” sembrano intendere la situazione e si scusano subito. Durante il viaggio parliamo dei temi preferiti da noi latini: calcio (sono grandi tifosi del Boca, e si esaltano subito quando gli parlo di Palacio), donne (prevalentemente Belen) e cibo (spaziamo dalle empanadas ai tortellini). Alla fine, prima di arrivare sull’isola, ci invitano pure per un “Asado” e un “mate” nella loro tenuta nella pampa argentina a dicembre. Dobbiamo declinare, ma indovinate quale sarà la mia prossima meta in Sud America…

Arriviamo sull’isola del Sol, ma del Sol (e) non c’è più traccia: le nubi hanno nuovamente ricoperto il cielo. Paradossale, ma è così. Appena sbarcati troviamo un ragazzo, in pantaloni della Juve e sui 15 anni, che ci offre una camera nel suo ostello per 5 euro; nonostante la tuta e senza aver la minima idea di come sia la stanza, decidiamo di accettare. Per arrivare sul luogo dobbiamo attraversare una scalinata composta da un centinaio di gradini, con i nostri pesanti zaini in spalla e l’altitudine ad accorciare il nostro fiato. Definirla un’impresa non è esagerato, e ci sentiamo come Rocky Balboa nel mentre ci arrampichiamo lentamente verso la cima. Arriviamo stremati sotto gli occhi divertiti dell’albergatore (chiamiamolo così) e finalmente posiamo i nostri farlocchi in ostello. Non è poi così male, poteva andarci peggio: la stanza è privata e dal balcone esterno che compone il cortile si gode di una magnifica vista sul lago e sulle montagne della Corfigliera Real in lontananza. Promosso.

Io e Ballo partiamo in esplorazione percorrendo i sentieri dell’isola, Checco decide di trattenersi in camera a causa del malessere che continua a perseguitarlo. Purtroppo il clima rovina il nostro tour: non vediamo un granché per via delle nubi, la luce del sole è scomparsa e così anche i magnifici colori del Lago si sono spenti, le strette vie sono deserte a causa della pioggia che ora è salita di intensità, trasformando il terreno in fanghiglia e melma. Raggiungiamo il punto panoramico tanto per dire di esserci stati, a 4100 metri di altitudine, per poi ritornare in ostello, dove Checco ci aspetta addormentato. Ceniamo con la solita zuppa, questa volta, a nostra sorpresa, buona, e ci mettiamo a letto verso le 23, lasciandoci cullare dal rumore delle gocce che continuano a cadere imperterrite.

Oggi è stata una giornata impegnativa, forse il lago ci ha delusi, un po’ per il meteo sfortunato, un po’ per lo stato di Checco. Comunque non era tra gli highlights di questo viaggio già prima di partire; quindi non ci siamo persi un granché dopo tutto. Domani partiremo per il Perù, il meglio deve ancora venire…

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