Salar de Uyuni – giorno 8

Salar de Uyuni – 10 settembre 2019

La sveglia suona puntuale interrompendo il nostro riposo, sono le 4.30 e i nostri letti, in questo momento, ci appaiono più confortevoli che mai. Abituati alle camerate chiassose degli ostelli, spesso sporche e strette, questo hotel ci sembra un Resort a cinque stelle e doverlo lasciare è difficile (e se fosse questa l’attrazione principale di Uyuni?); dubitiamo che nel corso del nostro viaggio riusciremo a permetterci un posto come questo. La notte è passata velocemente, troppo, e ci sentiamo come se non ci fossimo goduti tutto questo lusso al 100% (con lusso intendo una camera privata e un letto matrimoniale e non il solito letto a castello, niente di più). Comunque il Salar ci sta aspettando, ormai è ora di andare.

Lasciamo la stanza e oltrepassiamo i corridoi silenziosi con espressioni e uno stile simili a una scena famosa di ‘una notte da leoni’, cercando con le torce dei telefoni di farci strada tra il buio e tra gli zaini degli altri turisti, lasciati pericolosamente fuori dalle stanze ad arredarne le pareti esterne. Il salto a ostacoli non è la nostra disciplina preferita, specialmente a quest’ora del mattino (o della notte? Boh chi lo sa), e rischiamo di inciampare più volte camminando attentamente come un ubriaco che protegge il suo drink tra la gente. Riusciamo in qualche modo a uscirne incolumi. Freddie ci aspetta arzillo a bordo della sua jeep, ormai una coppia inseparabile, tipo Parmigiano e aceto balsamico, o più alla boliviana, quinoa e brodo. Carichiamo i nostri zaini, montiamo sul veicolo e partiamo in direzione del Salar. È ancora notte, perciò, oltre alla strada sterrata che si snoda tra le colline, illuminata dai raggi dei fanali della macchina, non scorgiamo un granché dai finestrini, e rischiamo di addormentarci diverse volte. Dopo circa mezz’oretta, verso le 6, i rilievi che formano i bordi laterali della strada scompaiono completamente dalla nostra vista…

Bienvenidos al salar de Uyuni. Ci prepariamo per il freddo che ci aspetta fuori (siamo comunque ad un’altitudine di 3500 metri, più della Marmolada per intenderci) e piano piano scendiamo dalla jeep. Più o meno con lo stesso effetto scenico di Neil Armstrong che sbarca per la prima volta sulla luna, poggiamo i piedi lentamente sul suolo della distesa di sale più vasta del mondo. Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità, circa. Il sole sta sorgendo all’orizzonte, al di sopra di montagne che sembrano lontane anni luce rispetto a dove siamo noi; piano piano il cielo, spoglio di nubi, si tinge di rosa e di azzurro. Il bianco accecante del suolo inizia a palesarsi davanti ai nostri occhi mano a mano che la luminosità aumenta, creando un contrasto magico e surreale con la volta celeste. È un sogno, come se stessimo camminando sulle nuvole, sembra quasi il set di quella vecchia pubblicità della Lavazza, ambientata in “paradiso”. L’alba più bella (e più fredda) che abbia mai visto in tutta la mia vita, poco ma sicuro. Siamo tutti senza parole, uno spettacolo del genere non ce lo saremmo mai immaginati. Con le dita dei piedi infreddolite (il sale è gelido!) e dopo aver scattato qualche foto memorabile, saliamo nuovamente sulla jeep.

Nel bel mezzo di questa piatta e uniforme distesa sorge, spuntando dal sale come un iceberg dal mare, l’imponente Isla Incahuasi, un rilievo completamente ricoperto da cactus giganti (11 metri di altezza). La raggiungiamo quando ormai il sole si è già conquistato splendente il suo posto nel cielo e paghiamo il biglietto d’ingresso, un’ingente somma di ben un euro e cinquanta centesimi. Dopo aver percorso un sentiero impervio che si snoda pericolosamente tra le sue rocce e tra le spine delle sue piante grasse, ne raggiungiamo la vetta, conosciuta per essere il miglior punto panoramico del Salar. La vista da qui è davvero incredibile: quello che abbiamo davanti sembra un oceano latteo. Le dimensioni sono incredibili, non esiste un confine, non esiste una linea chiara e netta a segnare l’orizzonte, non si vede altro che il colore bianco e accecante del sale, interrotto a tratti dalle montagne lontane che lo sovrastano. Pazzesco. 10700 chilometri quadrati di sale, una superficie vasta più o meno come l’Abruzzo. Si, avete capito bene, l’Abruzzo. Non parte dell’Abruzzo, l’intero Abruzzo. Assurdo credo sia la parola giusta.

Dopo aver fatto colazione proseguiamo lungo una strada tracciata lievemente dalle altre jeep, in cerca di un posto senza altri turisti (cosa poi non così difficile visto il luogo in cui ci troviamo) per poter fare le fotografie in prospettiva, tipico e immancabile souvenir del salar de uyuni, uno dei posti più “instagram friedly” del mondo per questo tipo di immagini. Freddie, dopo essersi dimostrato un grande autista e un bravo chef, si improvvisa direttore artistico e regista, consigliandoci le posizioni migliori per le foto più simpatiche e memorabili. Dopo mezz’ora passata a lottare contro Godzilla, a camminare sui lacci di uno scarpone come equilibristi e a fare altre cose strane e imbarazzanti da influencer falliti, più belle nell’intento che nella realizzazione, Freddie, stremato e a disagio come il marito che accompagna all’Ikea la moglie, decide che è ora di andare. Alcune delle immagini sono una figata, altre sono un flop incredibile, ma in fondo siamo soddisfatti del nostro servizio fotografico. Bravo Freddie, anche come fotografo ci sai fare.

Visitiamo il museo del sale solo per poter avere accesso al bagno, altrimenti a pagamento, ci scattiamo qualche selfie davanti al monumento della “Dakar” e alla composizione di bandiere colorate lasciate a sventolare libere nel mezzo del nulla e, dopo 6 ore nella jeep, lasciamo il Salar de Uyuni, in direzione del paese omonimo, dove terminerà il nostro tour. Prima di giungere a destinazione facciamo tappa al cimitero dei treni, dove le carcasse di vecchie locomotive e vagoni merci giacciono abbandonati sul suolo polveroso del deserto, tra i neri corvi che lo abitano. Questo viene inserito da tutte le agenzie tra gli “Highlights” di una gita al Salar de Uyuni, noi lo troviamo veramente deprimente, anche un tantino inquietante.

Pranziamo con una classica zuppa di quinoa e un’ottima carne di cui non riusciamo a identificare l’origine. Dopo mangiato, Freddie ci confessa che era una bistecca di lama, divertito dall’espressione delle nostre facce disorientate dinnanzi a quella rivelazione. Si, abbiamo appena mangiato uno di quei graziosi animali con i quali, solo il giorno prima, ci facevamo foto entusiasti, e questo, a pensarci, ci suona davvero crudele e sadico. Certo, eravamo a conoscenza del fatto che qui i lama sono, oltre che agli esponenti più famosi della fauna locale, il tipo di carne più consumata, ma scoprirlo così ci lascia un po’ spiazzati. Potevamo immaginarcelo, comunque…

Arriviamo in agenzia più o meno verso le 15 e, dopo aver salutato Freddie e gli altri ragazzi italiani, cerchiamo un mezzo disposto a portarci a La Paz il più presto possibile. Uyuni è un ammasso di case dissestate e instabili, simile a una versione più grande di Villamar, attraversate da strade sabbiose animate da un traffico irreale per un paese così piccolo: motorini, macchine sgangherate e biciclette si intrecciano velocemente tra gli incroci, ovviamente senza rispettare le precedenze. I clacson dei veicoli sono intervallati dalle urla dei bambini che passeggiano e dai numerosi cani randagi che vagano alla ricerca di cibo, i mercati di prodotti locali e le agenzie turistiche dominano le sporche vie della città. È un caos, e vogliamo andarcene al più presto. Fortunatamente troviamo un bus in partenza per le 20.30 e, senza pensarci due volte, compriamo i biglietti.

Passiamo il pomeriggio rinchiusi in uno dei pochi bar che si possono incontrare in paese, tra una birra e l’altra cerchiamo di pianificare l’itinerario dei prossimi giorni: domani saremo a La Paz, dopodomani ci fermeremo sul Lago titicaca e, se tutto andrà bene, tra tre giorni saremo in Perù. Decidiamo di non prenotare nulla, né gli ostelli né i trasporti; gli imprevisti da queste parti sono sempre dietro l’angolo e preferiamo viaggiare flessibili, lasciando che siano gli eventi a plasmare la nostra esperienza da qui in avanti. D’ora in poi non avremo piani da rispettare, viaggeremo senza nessuna pressione… Alle 20.30, puntuale come un orologio svizzero, o come un regionale trenit…ah no, il nostro bus lascia la stazione di Uyuni in direzione di La Paz. 10 ore di strada e 500 chilometri separano le due città, se tutto andrà bene, saremo nella capitale boliviana prima dell’alba, verso le 5.30 di domani mattina. Il seggiolino ci ha sorpreso fin da subito per la sua comodità, si può reclinare quasi completamente e la pesante imbottitura di pelle lo rende veramente confortevole, concordiamo tutti che non sarà difficile prendere sonno e rendere queste ore meno pesanti. Buenasnoches, nos vemos manana.

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