In strada verso Uyuni – giorno 7

Da qualche parte in Bolivia – 9 settembre 2019

Ci svegliamo verso le 7.30 grazie all’aiuto dei primi raggi di sole che penetrano dall’unica finestra in fondo alla stanza. La corrente d’aria fredda sembra essersi placata, niente più spifferi gelidi e niente più fischi minacciosi, anche la temperatura ci appare decisamente più tollerabile rispetto a ieri sera. Confronto a quando ci eravamo appisolati, ora è praticamente una sauna. Il vento ha voluto lasciare le tracce del suo passaggio qui dentro e ha reso la camera simile ad una spiaggia: il pavimento, il fondo del mio letto e le coperte sono completamente ricoperte di sabbia del deserto, trasportata all’interno del nostro ostello dalle folate della notte. Welcome to Villamar beach, bienvenidos a la Playa, si fa per dire. Ripuliamo i vestiti e lasciamo presto la stanza. Facciamo colazione velocemente con qualche tazza di potente mate di coca (tè con foglie di coca, no, non cocaina) e biscotti secchi, talmente duri da rischiare di perdere gli incisivi addentandoli, ed usciamo per una passeggiata.

Siamo piacevolmente sorpresi da quello che ci troviamo di fronte: il sole splende alto in un cielo completamente sgombro di nubi, illuminando perfettamente l’altopiano desertico dove ci troviamo e le Ande in lontananza. La neve, il vento gelido e le temperature artiche sembrano ormai lontani ricordi. Realizziamo sollevati che con queste condizioni climatiche non sembra nemmeno lo stesso posto di ieri (se ti perso l’articolo precedente clicca qui). Il paese, pur mantenendo l’aria da Ghost Town abbandonato, è animato da allegri bambini che passeggiano mano nella mano con i loro genitori, forse, pensiamo, in direzione di una scuola, visto che tutti hanno con loro uno zainetto. Alcuni ci osservano in silenzio e incuriositi con i loro sottili occhi a mandorla e le loro facce simpatiche, altri ci salutano gioiosi con i loro bianchi sorrisi, scolpiti su volti scuri e gonfi, tipici delle popolazioni andine. Nonostante la povertà evidente che regna assoluta, in questo posto sperduto da qualche parte nel deserto boliviano, lontano dalla civiltà e dalle sue comodità, lontano da Internet, da Instagram e dalle playstation, dagli abiti firmati, dagli influencer e dalle auto di lusso, i bambini sembrano essere tutti felici e spensierati. Probabilmente non usciranno mai da questo villaggio, non vedranno mai le luci di una città vera e propria e passeranno tutta la vita qui, lavorando come agricoltori o allevatori, ma tutto questo a loro sembra non importare. Corrono spensierati ed euforici tra le strade polverose e spoglie di Villamar, con il sorriso stampato tra le labbra, seguiti dai genitori allegri. Questa immagine ci fa davvero bene al cuore, me la ricorderò per sempre. Improvvisamente mi rendo conto che la Bolivia mi è già entrata dentro e ha già marcato un segno importante di sé.

Avvistiamo in lontananza, poco fuori dalla strada principale, un gruppo di lama selvatici, lasciati liberi di pascolare nei dintorni nei prati spogli che ricoprono le colline limitrofe. Essendo i primi lama che vediamo, dopo una settimana in america latina, esercitano su di noi la stessa attrazione dell’open bar nei locali e delle mozzarelline fritte nei buffet degli aperitivi, così corriamo decisi e veloci verso di loro. Ci intromettiamo nel branco e passeggiamo un po’ insieme a loro, tenendoci a doverosa distanza per evitare di essere colpiti dai loro sputi, simili agli scaracci dei vecchietti, e cerchiamo di scattare qualche foto insieme, da mettere su Instagram il prima possibile. Perché ehi, i lama piacciono a tutti, è risaputo, e una foto coi lama è un must di un qualsiasi viaggio in Bolivia e in Perù, tipo Machu Picchu. Finito il nostro servizio di reportage della fauna locale, degno, se non nella realizzazione per lo meno nell’intenzione, del National Geographic, montiamo sulla jeep in direzione del Salar de Uyuni.

La strada serpeggia piatta nell’immensità della valle che si apre tra le colline dell’Altopiano boliviano, a 3500 metri di altitudine. Gli spazi sono enormi, il giallo del suolo altiplanico si perde ben oltre l’infinito, delimitato dall’azzurro intenso del cielo e dalle bianche vette delle Ande; il contrasto tra i colori è, come sempre, incredibile. Lungo la via ci fermiamo per visitare qualche composizione rocciosa naturale di forma diversa, che fatichiamo a riconoscere: la più famosa, “el camelo”, è più simile a un bollitore che a un cammello. Il nostro amico tedesco, quello che si era presentato in maniche corte la sera, si improvvisa Messner, scalando ogni roccia che gli compare davanti, vestito con abiti tecnici da montagna: clarks e cappotto elegante. Riesce comunque a sopravvivere in qualche modo, e si guadagna gli applausi del gruppo.

Pranziamo nell’unico edificio che incontriamo dopo 4 ore di strada, dove conosciamo “Primitivo Salvatierra”, un signore basso e sporco col viso scavato dal vento e dal freddo, nato e cresciuto nel deserto, dove ha sempre allevato lama. Non ha famiglia e non ha figli, la sua casa è, ed è sempre stata, una sorta di igloo di un metro e mezzo ricavato nella roccia. Dopo averci raccontato la sua storia, cioè tutto quello che ho descritto prima, e dopo aver saputo delle nostre origini italiane, ci chiede commosso e con le lacrime agli occhi, porgendoci la tenera e fragile mano, di portare un saluto al Papa da parte sua. Non sappiamo bene come reagire, ma non possiamo fare altro che accettare. Prima o poi rispetterò questa promessa.

Montiamo nuovamente sulla jeep e ripartiamo. Dopo 3 ore di strada noiosa e monotona raggiungiamo una vecchia stazione ferroviaria abbandonata, attorno alla quale sorgono edifici incompleti e danneggiati dal passaggio del tempo. Sembra di essere all’interno di una mappa di Call of duty, o sul set di “Io sono leggenda”. Qui abbiamo l’opportunità di provare delle birre artigianali boliviane, tra cui quella aromatizzata alla coca, quella alla Quinoa e quella ai fiori di cactus. Veramente buone, e soprattutto, economiche (più o meno un euro l’una, e siamo nel bel mezzo del deserto, dove i prezzi solitamente sono alti). Assolutamente promosse.

Stanchi e brilli, verso le 18.30, arriviamo all’Hotel dove passeremo la notte. E che hotel! Tutto, dalle pareti ai letti, è fatto interamente di sale (siamo nei pressi del salar de uyuni, la distesa di sale più grande del mondo, e questo è, come si suol dire, un hotel a tema)

Veramente una figata, visto gli standard ai quali ci eravamo abituati qua, questo proprio non ce l’aspettavamo, e ne rimaniamo piacevolmente sorpresi. Dopo una doccia calda, lusso, una bottiglia di vino, altro lusso, e una cena abbondante a base di ottima carne, ennesimo lusso inaspettato, ci corichiamo. Domani la sveglia è puntata per le 4.45, in modo da poter essere al salar per ammirare l’alba dalla sua distesa infinita. Non vediamo l’ora, domani ci aspetta una delle attrazioni più belle di questo viaggio.

Hasta manana chicos

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3 pensieri riguardo “In strada verso Uyuni – giorno 7

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