Rischiando la vita in Bolivia – giorno 6

Da qualche parte in Bolivia – 8 settembre 2019

La sveglia suona stridula e ininterrotta per qualche secondo prima di porre fine al nostro sonno tranquillo. Sblocco il telefono per zittirla e controllo l’orario, rischiando di accecarmi con la luminosità dello schermo: 5.30. E’ domenica mattina, ed è inutile dire che normalmente sono più abituato ad andare a letto a quest’ora piuttosto che a dovermi svegliare. Lasciamo la camera con i nostri pesanti zaini in spalla e due taniche d’acqua da 10 litri l’una (per i prossimi tre giorni non incontreremo negozi dove comprarla) e abbandoniamo l’ostello verso le 7, tra il silenzio e il buio del paese ancora dormiente. Ad aspettarci lungo la via principale troviamo lo stesso van che ci ha accompagnato nei giorni precedenti in giro per il deserto, questa volta senza Andrea e Ricardito. (leggete l’articolo precedente se ve lo siete persi). Carichiamo le nostre cose a bordo e partiamo imboccando l’unica strada che attraversa San Pedro in direzione della Bolivia. A separarla dal Cile e a delimitarne il confine sono i rilievi maestosi e i vulcani imponenti che compongono la cordigliera delle Ande, oltre i quali è situata la frontiera tra i due paesi, più o meno a 4500 metri di altitudine, tra il ghiaccio e la neve delle montagne. A sudovest i territori innocui della regione desertica e calda (non oggi) di Atacama, a nordest l’inospitalità e l’ostilità delle fredde Ande boliviane. Praticamente è come il Trono di Spade, e noi oggi supereremo la barriera come Jon Snow. Speriamo di non incontrare i bruti dall’altra parte, anche se credo che Checco ci andrebbe d’accordo e non avrebbe problemi a confondersi con uno di loro. (Checco, scherzo, lo sai)

Il tempo è decisamente più freddo degli altri giorni, il cielo è ricoperto da grosse e cupi nubi minacciose, la pioggia caduta nella notte ha lasciato le sue tracce per terra, trasformando la sabbia e la polvere in fanghiglia e melma. La nebbia del mattino si posa fitta e bassa sul paesaggio brullo del deserto, circondando i bassi edifici che incontriamo lungo la via, occultandone i tetti e nascondendo il sole, che oggi sembra si sia dimenticato di sorgere. Il deserto di Atacama si è praticamente trasformato, nel giro di una notte, nella migliore versione della Pianura Padana a novembre. La cosa strana è che i cileni sostengono che questo sia il luogo più arido e soleggiato della terra (secondo molti di loro, qui non piove da 300 anni) e gli piace ricordarlo spesso attraverso slogan memorabili, che in questo momento riteniamo veritieri e affidabili come le pubblicità di Pornhub. O siamo sfortunati noi, oppure i cileni raccontano un sacco di balle per attirare turisti in questi luoghi, o forse entrambe le cose. Le condizioni meteo sono più per una giornata alla “netflix and chill”, magari sdraiati su un’amaca bevendo litri e litri di caldo mate di coca, piuttosto che per un’escursione a 5000 metri sulle Ande, ma ormai siamo qua e niente potrà fermarci. Bolivia, stiamo arrivando.

E invece no. La frontiera è chiusa a causa delle forti intemperie che si stanno abbattendo sulle Ande e del ghiaccio che ostacola il passaggio del valico di montagna. Lo scopriamo con sorpresa trovando la strada sbarrata e sorvegliata da qualche ‘carabineros’, (militare) appena fuori da San Pedro. Ci basta uno sguardo ai rilievi ricoperti da nere nubi omogene per capire che la situazione è seria e pericolosa. Dopo aver osservato l’orizzonte e aver sentito le informazioni ufficiali sulle condizioni meteo lassù, non siamo proprio nel mood per rischiare: rimanere bloccati a 5000 metri non rientra nei piani di questo viaggio e siamo tutti d’accordo che la morte per ipotermia non dev’essere così piacevole come esperienza. Speriamo quindi, vista la situazione, di poter tornare presto in ostello al caldo e al sicuro e ritentare il viaggio domani. Ma no, i cileni non sono della nostra stessa idea, purtroppo. Ci inseriamo nella lunga coda di van uguali al nostro e camion targati Perù, confidando nelle capacità delle autorità locali di risolvere la situazione al più presto. Ma hei, siamo in Sudamerica, qui la parola ‘presto’ non esiste nemmeno sui dizionari. Aspettiamo pazientemente all’interno del van, dove Luis, l’autista e signore di una certa età, non perde l’occasione per raccontarci l’intera storia del Cile, con la stessa passione di un Umarell che osserva un cantiere. Sono le 8 di mattina, stanotte abbiamo dormito si e no 5 ore, siamo bloccati in mezzo al freddo del deserto e dio solo sa cosa ci aspetta oggi: potete immaginare quanta attenzione prestiamo al racconto di Luis. Esprime comunque un parere controverso che intendiamo piuttosto bene su Pinochet e gli anni della dittatura, una sorta di corrispondente spagnolo del nostro “Quando c’era lui i treni partivano in orario” e “Ha fatto anche cose buone”. Boh, convinto te. Facciamo colazione in strada con pane, palta, dulce de leche e gas di scarico dei camion: la colazione dei campioni, i nostri polmoni ringraziano. Alle 8.30 ci comunicano che la frontiera aprirà alle 9, rientriamo nel van pronti per partire. Non succede nulla, l’orario slitta dalle 9 alle 10, poi alle 10.30 ed infine alle 11. Finalmente le transenne poste ai lati della strada per bloccare il passaggio dei veicoli vengono tolte ed udiamo un deciso e chiaro “vamonos” da parte dei militari. Bene, ora posso dirlo davvero: Bolivia stiamo arrivando. Ora come ora staremmo bene anche qui, ma stiamo arrivando.

Inizialmente non incontriamo grossi problemi e sembra andare decisamente meglio del previsto, non piove e, nonostante le nuvole, il tempo sembra reggere bene. Inoltre, la dritta strada asfaltata si staglia tranquilla e noiosa tra la piattezza monotona del suolo desertico che ci stiamo piano piano lasciando alle spalle, senza nessun pericolo apparente. Ci rilassiamo, ma siamo ancora a 2000 metri, dobbiamo arrivare a 4500. Questa calma non durerà molto, anzi, questa è proprio la quiete prima della tempesta. La situazione infatti cambia drasticamente quando intraprendiamo la prima salita, ripida e piena di curve a gomito che si aprono sul nulla, verso la frontiera. La neve cade forte dal cielo e, insieme a quella depositatasi in precedenza sui rilievi, viene spinta dal fortissimo vento, che prima d’ora sembrava una minaccia lontana, contro i finestrini del nostro sfortunato van, come se ci trovassimo all’interno di una di quelle famose palle natalizie fatte a carillon. La visibilità diminuisce drasticamente, la temperatura, già fredda prima, cala di almeno qualche grado, il gelo riesce in qualche modo a irrompere all’interno del veicolo, come per darci un assaggio di quello che ci aspetta fuori; l’altitudine, al contrario, cresce sempre di più, così come l’intensità delle scosse del vento e del suo lamento inquietante. 3000, 3500, 4000, 4500 metri sul livello del mare, ormai ci siamo. Siamo partiti da un deserto, ora ci sembra di essere arrivati in Antartide, in poche ore lo scenario è passato da un estremo all’altro, senza vie di mezzo. La frontiera cilena, più simile ad un avamposto militare che a un ufficio, sorge all’improvviso davanti ai nostri occhi, delimitando il termine della strada asfaltata e segnando così la fine del Cile. Firmiamo qualche scartoffia e dopo qualche timbro sul passaporto usciamo dalla dogana. Adios, Chile, ci vediamo tra tre settimane…

Abbandoniamo il van e Luis in territorio neutro, in uno spiazzo ai piedi di un gigante vulcano, dove ci aspetta la nostra guida, Freddie, e la rispettiva jeep per questi 2 giorni e mezzo tra le Ande. Ci dirigiamo, con i nostri volti congelati dal vento artico, tipo l’immagine finale di Jack Nickolson in Shining, verso la frontiera boliviana, un vecchio edificio in muratura, sulla cui facciata principale appare sbiadita la scritta “Bienvenidos en Bolivia”. Benvenuti in Bolivia. Il tempo non sembra darci lo stesso messaggio, ma siamo finalmente in territorio boliviano. Questo vuol dire che, da qui in poi, per i prossimi giorni, non incontreremo nessuna strada asfaltata, nessun segnale d’indicazione e nessun’anima viva a parte i nostri compagni di viaggio (con i quali condivideremo le jeep) e, forse, qualche lama. In un edificio che sembra sul punto di crollare per via della tempesta mangiamo qualcosa che il mio palato, a causa del freddo e del raffreddore, non riesce a identificare, e montiamo presto sulla jeep di Freddie.

Il meteo ci concede una breve tregua di un’oretta (nel senso che smette almeno di nevicare) mentre percorriamo le sponde di due delle lagune altiplaniche più famose della Bolivia: quella blanca e quella blu. Vorrei scrivere che sono magnifiche e spettacolari ma purtroppo non posso farlo, questo perché, per colpa delle nuvole basse e della nebbia che riducono la visibilità quasi a zero, non abbiamo la possibilità di ammirarle nel modo giusto e, sfortunatamente, possiamo solo immaginarcele come appaiono sulle cartoline.

Il tempo inizia a peggiorare quando arriviamo nei pressi del deserto di Salvador Dalì. Normalmente questo è un luogo magico e incantevole ed uno dei posti più fotografati di tutta la Bolivia, ma non oggi, non con queste condizioni climatiche. Oggi, ora, sembra un inferno. Non vorremmo essere mai arrivati fin qui. Pur essendo protetto parzialmente dai vulcani della cordigliera alle sue estremità, i suoi confini laterali si aprono scoperti verso l’altopiano, facilitando il passaggio delle correnti ventose delle Ande, lasciandolo, fragile e indifeso, in balia della loro forza gelida e inarrestabile. Da qualche parte indefinita nel mezzo di questo deserto inabitato e difficile da raggiungere, a 4800 metri sul livello del mare, senza nessun contatto con il mondo esterno, con una temperatura di meno 8, la nostra macchina, sola, si muove lentamente seguendo una strada apparentemente invisibile e confusa, ricavata dai segni delle altre jeep passate in precedenza. Riusciamo, per la prima mezz’ora, a scorgere la base dei vulcani che lo delimitano, poi più nulla. La visibilità svanisce fino a scomparire all’improvviso, per via delle folate di vento che indirizzano la neve e la sabbia contro i finestrini. La nostra vista riesce a distinguere solo gli interni del veicolo. Oltre i vetri della jeep il panorama esterno è scomparso: niente più vulcani, niente più deserto, niente di niente; tutto è stato sostituito da un unico muro bianco, come se i vetri fossero stati dipinti di questo colore. Avete mai letto “Cecità” di Saramago? Ecco, lui descrive molto bene in questo libro ciò che vediamo, o meglio, non vediamo ora: un immenso mare di latte. In un posto simile sarebbe difficile orientarsi normalmente anche col sole, ora è veramente impossibile, un po’ come muoversi in un’enorme stanza completamente buia senza nessun punto di riferimento. Niente cartelli, niente lampioni, niente asfalto, niente segnale Gps, niente traffico (ovviamente). Il nulla, non proprio il luogo migliore per perdersi in una tempesta di sabbia e neve. Sentiamo la macchina arrancare mentre prova ad arrampicarsi faticosamente sul suolo nevoso invisibile ai nostri occhi, in chissà quale direzione di chissà quale posto. Per quanto ne sappiamo noi, è possibile che stiamo solo girando intorno allo stesso punto: destra, sinistra, avanti, indietro, ogni manovra ci appare uguale alla precedente. La situazione è seria, se dovessimo rimanere bloccati qui, in un luogo senza est né ovest, senza nord né sud, non saprei come potremmo uscirne… Checco e Ballo sembrano della mia stessa idea, siamo tutti veramente spaventati. La coppia brasiliana che condivide il veicolo con noi ci rivela di non avere mai visto la neve prima, i loro volti sono una copia dell’urlo di Munch. Freddie conduce con apparente tranquillità la jeep, fino a quando un ‘mierda, es un infierno’, pronunciato forse con un tono più alto del voluto e del dovuto, interrompe il silenzio surreale che si è creato in questi minuti, creando ancora più panico tra noi passeggeri.

Non so come, ma così come questo bianco è venuto, all’improvviso, dopo ore infinite di inferno e terrore, scompare. Il clima è ancora ostile ma il vento si è finalmente calmato, la neve è tornata a depositarsi tranquilla sul terreno, la sabbia ha lasciato posto alla terra e la strada è ricomparsa magicamente. Abbiamo passato il deserto. Siamo vivi. Intorno a noi non c’è nulla, ma è comunque un nulla più rassicurante di quello di prima: rocce, qualche bruna e spoglia collina e qualche immancabile vulcano, le cui rispettive vette sono nascoste dalle nuvole che continuano imperterrite a ricoprire il cielo. È ora di dirigerci verso l’hotel, o l’ostello, o qualsiasi cosa sia, visto che non abbiamo ricevuto molte informazioni in merito. Speriamo solo che sia un posto caldo, il resto non conta.

Arriviamo in un posto dove sorgono un paio di edifici malmessi e qualche casa diroccata. Sembra essere un paese (un assembramento di più di due edifici è sufficiente per essere chiamato paese, da queste parti), Freddie conferma la nostra intuizione con un cenno del capo. È il primo che incontriamo in Bolivia, dopo 7 ore in una jeep, verso le 18.30, poco prima del tramonto, e non sembra così bello. Bienvenidos en Villamar. Se lo cercate su Google non troverete niente a parte qualche foto del deserto che lo circonda, così come non troverete la sua posizione sulle mappe, perlomeno non quella precisa. Sembra un paese abbandonato a seguito di qualche evento catastrofico, in stile Ghost Town americano, di cui tutti, compreso Dio, ammesso che esista un dio nell’indomito deserto boliviano, sembrano essersi dimenticati della sua misera esistenza. Comunque, una dei due edifici che abbiamo intravisto prima si scopre presto essere il nostro alloggio per stanotte. Dormiremo qui, a quasi 4000 metri. Non ci aspettavamo certamente il Gran Hotel, ma visto da fuori l’ostello non ci invoglia molto ad entrare: le pareti sono semplici mura che nessuno si è mai preso la briga di dipingere, il tetto è costituito da un paio di strati di lamiera ed eternit (si, eternit), che sembrano appoggiati lì a caso, non certo la cosa migliore visto il vento che tira. Comunque, considerata la temperatura rasente allo zero, non è il momento di giocare ai “4 hotel” e perdere tempo coi giudizi, non siamo mica Bruno Barbieri, così ci decidiamo presto ad entrare. Come spesso accade in questi casi, da dentro è ancora peggio che da fuori, ed è tutto un dire. L’ostello, se così si può definire, è una cella frigorifera, l’unica stufa presente, messa lì più per bellezza che per necessità, ci osserva spenta dal centro del salone mentre rischiamo di ibernarci, prendendosi gioco di noi con la sua presenza illusoria. Il vento freddo penetra da ogni parte, creando vortici gelidi, più simili a vere e proprie correnti artiche che a semplici spifferi. Fa davvero un freddo cane, nessuno di noi ha il coraggio di togliersi la giacca e svestirsi, a parte un ragazzo tedesco che si presenta indifferente in maniche corte guardandoci spaesato, mentre lo osserviamo stupiti, come se fossimo noi quelli strani. Ceniamo con un pasto perfettamente in linea con il posto: pasta fredda e scotta. Bocciato, bocciatissimo. Dopo mangiato ci perdiamo in piacevoli chiacchiere con i ragazzi italiani che viaggiano nell’altra jeep della nostra agenzia e presto arriva il momento di coricarsi. Con ancora addosso i vestiti indossati durante la giornata e cinque chili di coperte a proteggermi dal freddo crollo a letto, lasciandomi cullare nel sonno dai fischi minacciosi del vento.

Oggi abbiamo veramente rischiato grosso e purtroppo abbiamo visto molte meno cose del previsto, speriamo che domani il meteo possa cambiare. Buenasnoches.

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