Tra vulcani, lagune e tempeste di sabbia – giorno 5

San Pedro de Atacama, Chile – 7 settembre 2019

La nostra sveglia suona assordante nel silenzio della camerata di sei persone nella quale alloggiamo, sono le sei di mattina e fuori il sole sta sorgendo lento e pigro. Come lui anche noi ci alziamo lentamente e pigramente dai nostri letti, senza fare il minimo rumore e rispettando il sonno degli altri ospiti con i quali condividiamo il dormitorio. Una parte di questa frase è sbagliata, indovinate voi quale. Si, proprio la seconda. Ancora in uno stato di dormiveglia cerchiamo di scendere dai letti a castello scalino per scalino, ma falliamo nel nostro intento e finiamo per lanciarci per terra come paracadutisti. Per orientarci nel buio pesto di una camera senza nessuna finestra non abbiamo altra opzione che utilizzare le torce dei telefoni, il cui raggio di luce colpisce direttamente le facce, ormai sveglie e infastidite, degli altri backpackers. Dato che la vista è quella che è ci affidiamo al tatto e al caso per individuare i vestiti giusti all’interno dei nostri zaini, dopo qualche minuto passati a confondere le magliette con le canottiere riusciamo finalmente a vestirci e ad uscire dalla camera. La luce delle prime ore del mattino è ancora tenue, ma è sufficiente per farci intendere che siamo vestiti di merda. Comunque, stiamo per affrontare una gita nel deserto, mica dobbiamo fare colpo su qualche ragazza, va bene cosi.

Usciamo in strada e troviamo lo stesso veicolo di ieri ad aspettarci, colleghiamo subito che se il van è quello, anche la guida non potrà che essere la stessa. Ed è proprio quello che scopriamo salendo sul furgoncino (se ti sei perso l’articolo precedente clicca qui). Noi non ci siamo dimenticati di lei ma intuiamo, dalla sua espressione divertita, parzialmente nascosta da un paio di occhiali alla Willie Wonka, che anche lei non si è dimenticata di noi (anche perché saranno passate si e no 12 ore dal nostro ultimo incontro). Ci saluta augurandoci il buongiorno in italiano, ricambiamo con un caloroso “buenos dias”. E va bene, speravamo di non doverla incontrare mai più, ma oggi è un altro giorno e abbiamo davanti un tour di 10 ore, così siamo tutti decisi a lasciarci il passato alle spalle. Da ora in poi chiamerò la guida con il suo vero nome: Andrea, da non confondere con Ballo. Essendo i primi a salire a bordo, ci guadagniamo i posti in prima fila, proprio dietro di lei. Che onore. Fermi nel parcheggio nel mentre aspettiamo altri turisti abbiamo modo di conoscere anche il nostro autista: Ricardo, detto Ricardito per via della sua bassa statura: un signore dalla faccia simpatica e sveglia (si fa per dire visto l’orario), caratterizzata dai tipici lineamenti delle popolazioni andine. In pratica non è troppo diverso da un Umpa Lumpa. Arrivata la coppia di turisti che stavamo aspettando, già incontrati il giorno precedente, partiamo per caricare il resto del van facendo tappa in paese tra i vari ostelli. Nel mentre Andrea ci introduce i dettagli del tour di oggi e ci avverte della sua intensità: ci aspettano più 400 chilometri di deserto fino alla frontiera con l’Argentina: visiteremo 4 lagune nascoste all’interno dell’altopiano delle Ande a 4500 metri di altitudine, dove la “Puna” (mal di montagna) è un rischio più che concreto. Sarà una giornata lunga e impegnativa, ma siamo pronti. Gli ultimi turisti prendono posto sul veicolo occupando i rispettivi seggiolini liberi, lasciamo San Pedro e ci dirigiamo vero sud, percorrendo l’unica strada asfaltata che connette il paese con la frontiera dell’Argentina.

La ‘Carretera’ (autostrada) segue dritta ai piedi della cordigliera e dei rilievi dell’altopiano andino, lasciandosi a destra il deserto piatto e noioso che ormai conosciamo bene (di cui iniziamo a essere stanchi). Dal finestrino scorgiamo le vette perfettamente innevate dei vulcani che dominano San Pedro e che fino ad ora abbiamo sempre ammirato a distanza; ci colpiscono la loro dimensione e la loro forma, perfettamente conica, al punto che sembrano disegnati da un bambino. Questo panorama riesce a distrarci e ad intrattenerci fino all’arrivo, dopo quasi due ore di strada senza curve e senza traffico, alla prima nostra tappa: la Laguna Chaxa, famosa per i suoi ‘flamencos’, i fenicotteri rosa. Peccato che siano tutti in letargo, ne intravediamo solo un paio, per di più di un rosa sbiadito. Non ci impressionano più di tanto. Le uniche attrazioni del posto che ci colpiscono veramente sono due ragazze bionde dagli occhi azzurri, già notate sul van, apparentemente della nostra età (cosa rara, visto che finora siamo sempre stati i più giovani in giro) che appaiono davanti ai nostri occhi stanchi come un miraggio nel deserto. Nonostante il nostro abbigliamento trasandato da scappati di casa (“stiamo per affrontare una gita nel deserto, mica dobbiamo fare colpo su qualche ragazza”, cit.) riusciamo a conoscerle. Agathe e Anais, ricordatevi di questi nomi. Ricardito, nel mentre, si improvvisa chef e inizia ad allestire la colazione: biscotti, mate (no, non quello argentino purtroppo), caffè in polvere (che di caffè ha solo il nome), dulce de leche (la versione sudamericana della nutella) e l’immancabile palta (avocado per noi gringos), che qui viene spalmata ovunque come se fosse burro. Tanta roba, Ricardo ci sa fare, siamo in buone mani.

Non c’è più molto da vedere in questo posto e proseguiamo sulla strada in salita che inizia ad arrampicarsi, tra un tornante e l’altro, intorno ai rilievi dell’altopiano cileno, lasciandoci il deserto di Atacama alle nostre spalle. Lo scenario cambia improvvisamente appena raggiungiamo i 4000 metri. La vegetazione ricompare timidamente, ricoprendo a tratti le brune colline tramite bassi cespugli di erba gialla e rossa, piegati verso il terreno dalla forza del vento gelido delle Ande. Questo manto di sfumature giallognole forma un contrasto impressionante con il blu intenso del cielo e il bianco candido della neve depositatasi nella notte sulle vette nere dei vulcani, tipo zucchero a velo su un pandoro. Ai piedi di essi, come a completare questo paesaggio senza eguali, sorgono maestose le lagune altiplaniche dall’acqua chiara e cristallina, riflettendo tramite i loro specchi brillanti la luce abbagliante del sole. I colori sono così accesi che sembra quasi di osservare questi luoghi tramite un filtro di Instagram e rimaniamo senza fiato, un po’ per la loro bellezza, un po’ a causa dell’altitudine. Per fortuna nessuno di noi avverte il mal di montagna, ma siamo comunque tenuti a spostarci lentamente, tipo astronauti sulla luna, e ad evitare sforzi fisici.

Con il passare delle ore e dopo aver visitato tutti i luoghi che avevamo in programma di vedere, il clima peggiora: il vento si fa più forte ed il cielo, finora limpido e luminoso, si ricopre di nubi minacciose. Il programma non prevede certo di rimanere bloccati in un temporale sulle Ande e morire di ipotermia, così, dopo una sosta per pranzo in un villaggio di quattro case che non compare nemmeno su Google Maps, torniamo verso San Pedro, lasciandoci alle spalle i pericoli della cordigliera.

Il deserto appare tranquillo, silenzioso e innocuo dall’alto della strada che stiamo discendendo ora (la stessa dell’andata ma in direzione opposta), così ci rilassiamo e tiriamo un sospiro di sollievo. Ma ci sbagliamo. Riusciamo a scappare dalla pioggia e dalla neve della cordigliera senza problemi, però, a un centinaio di chilometri dal paese, nel bel mezzo del nulla, il vento inizia a crearci più problemi del previsto, ricoprendo l’intera strada con i miliardi di granelli di polvere e terra che compongono il deserto di Atacama. Stiamo attraversando una tempesta di sabbia, i nostri destini sono nelle mani del capitano Ricardito. Oltre che a un grande chef e una gran cartola (persona simpatica) per fortuna si dimostra anche un autista attento e serio e riesce a portarci tutti sani e salvi oltre alla zona di pericolo. Arriviamo a San Pedro stremati intorno alle 17, dopo quasi 500 chilometri percorsi a bordo di uno scomodo e stretto seggiolino di un van. Dopo avere scambiato i numeri con Anais e Agathe ed esserci organizzati con loro per vederci dopo cena, salutiamo Andrea e Ricardito per l’ultima volta e finalmente ci dirigiamo in direzione del centro per cambiare in valuta boliviana molti dei pesos che ci rimangono, visto che stanotte sarà la nostra ultima notte in Cile. Domani, infatti, partiremo per la Bolivia.

Con i nostri Bob in tasca (suona male, ma la valuta boliviana si chiama così) torniamo in ostello per una doccia veloce, mangiamo e ci prepariamo per la serata a lume di candela indossando il nostro outfit migliore, ovvero un paio di pantaloni della tuta, un pile della Decathlon e scarpe da trekking (Mauro Corona sarebbe fiero di noi). Cerchiamo di risolvere il problema dell’inferiorità numerica (le ragazze infatti sono 2, noi siamo in 3) applicando tutte le nostre conoscenze, scarse, di calcolo combinatorio e probabilità. Comunque non ci vuole un genio, la probabilità di successo, vestiti così, è 0. Ci incontriamo con le due ragazze in un bar molto caratteristico costruito all’interno di un patio delimitato da basse arcate bianche e ci accomodiamo ad uno dei tavolini esterni, illuminato dalla luce fioca di alcune candele e dalle stelle nel cielo. Questo contesto romantico è rovinato dall’inglese di Checco e dai nostri evidenti limiti comunicativi. Le due ragazze si rivelano essere molto simpatiche e alla mano, la serata si conclude velocemente dopo svariati pisco sour e qualche margarita. Salutiamo Agathe e Anais e ci diamo appuntamento a Santiago (dove loro stanno facendo l’Overseas) fra tre settimane; torniamo in ostello verso mezzanotte e crolliamo a letto in pochi minuti. Domattina all’alba un’altra grande avventura ci attende, meglio farsi trovare riposati. Ci sentiamo in Bolivia, adios!

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