San Pedro de Atacama – giorno 3

San Pedro de Atacama, Chile – 5 settembre 2019

Rifatti gli zaini e sistemato le ultime cose abbandoniamo l’ostello e ci dirigiamo in taxi verso l’aeroporto. La mattina è fredda e piovosa e siamo tutti contenti di lasciarci queste condizioni meteo alle spalle, confidando nel sole e nel caldo torpore del deserto che ci aspettiamo di trovare al nostro arrivo a San Pedro. Ci imbarchiamo sull’aereo per Calama senza nessun imprevisto ma avvertiamo che non sarà un volo tranquillo: la pioggia si è fatta più intensa e il vento ha iniziato a soffiare forte; il capitano, come a confermare i nostri timori, ci avverte subito delle forti turbolenze che dovremo attraversare. Immaginiamo già un ipotetico finale sui titoli di giornale del giorno successivo: “Tre ragazzi morti italiani scomparsi a seguito di un’incidente aereo sulle Ande cilene, si indaga la compagnia lowcost”. Suona bene, ma per fortuna noi le Ande non dobbiamo attraversarle (le costeggeremo mantenendoci ad ovest), anche se devo ammettere che sarebbe un buon episodio di ‘incidenti ad alta quota’. I miei pensieri catastrofisti sono interrotti da diverse turbolenze e vuoti d’aria che mi riportano alla realtà, che effettivamente sembra assomigliare parecchio al primo episodio di Lost. I bambini gridano e piangono, i passeggeri che non sono impegnati a vomitare si scambiano occhiate tese e impaurite e Checco sembra ormai rassegnato al nostro triste destino. Tra una preghiera e l’altra arriviamo a destinazione, sentendoci come dei sopravvissuti a quella che ormai avevamo immaginato come una tragedia già scritta. Questo volo ce lo ricorderemo per molto tempo.

Ancora scossi e disorientati ci mettiamo in fila per un taxi in direzione del paese di San Pedro, distante circa un’ora e mezza da Calama, città che definire brutta è riduttivo, dove l’unica cosa che visitiamo è il parcheggio dell’aeroporto in attesa del veicolo pronto a partire. Il tempo è esattamente quello che ci si aspetta di trovare nel deserto (caldo e soleggiato), ovvero esattamente l’opposto rispetto a quello di Santiago stamattina, il che soddisfa le nostre aspettative e ci mette tutti di buon umore. A smorzare la nostra felicità è però la strada che percorriamo in direzione di San Pedro. Il paesaggio desertico regala le stesse emozioni di una partita qualsiasi del Chievo: si scorgono qua e là delle abitazioni incomplete, sporche, lasciate sotto il sole a morire, ma, tolte queste, tutto intorno non c’è niente. Sembra uno scenario apocalittico. L’auto procede alla stessa velocità costante come se ci fosse il pilota automatico inserito, senza accelerare né frenare, in più non incontriamo curve durante il tragitto; la strada non si evolve, non cambia, si perde in un drittone infinito ben oltre la linea dell’orizzonte definita dalle distese sabbiose di questo deserto polveroso. In meno di 3 ore siamo passati da una delle città più trafficate di tutta l’America latina a uno dei luoghi più inospitali del pianeta, dove ovviamente non c’è un’anima viva, più o meno come a Spilamberto la sera. Come se tutto ciò non bastasse a rendere questo viaggio un inferno, il taxista decide di improvvisarsi un dj giocando con il volume della musica della radio, sentendosi come David Guetta al Tomorrowland, ottenendo su di noi lo stesso effetto di un disco danneggiato di Gigi D’Alessio. Dopo quasi due ore di flauti stonati, hits reggaeton rivisitate in chiave andina (come se già di per sé non fossero una tortura) e classici degli ‘Inti Illimani’ (gruppo folkloristico cileno) finalmente intravediamo la fine della strada. San Pedro de Atacama, ci siamo.

Il paese sorge a 2000 metri di altitudine, senza nessuna logica apparente, in mezzo al deserto e sembra quasi essere messo lì per caso, tanto per spezzare la monotonia della sabbia e delle rocce che lo circondano. Arriviamo in ostello verso le 15, depositiamo gli zaini e ci incamminiamo affamati in direzione del centro, se così si può chiamare. Ai lati delle strette strade polverose del paese, animate solo da qualche turista e qualche cane randagio, dei semplici edifici bassi dipinti di bianco ospitano bar e agenzie turistiche; all’orizzonte spiccano maestose le vette innevate dei vulcani di 5000 metri che separano il Cile dalla Bolivia, confine naturale tra i due paesi e del deserto di Atacama.

Arrivando da Santiago percepiamo San Pedro come un luogo surreale e molto caratteristico dove sembra che il tempo si sia fermato, una specie oasi di pace e tranquillità lontana dal mondo esterno. Inoltre essendo la principale porta d’accesso alle lagune e ai vulcani nascosti all’interno del deserto, San Pedro è la seconda attrazione più visitata del Cile, dopo la Patagonia, ed è una delle mete preferite dei backpackers come noi. Questo lo rende una comunità di hippie e viaggiatori, giovani e meno giovani, che vagano per i suoi vicoli con i rispettivi zaini sulle spalle, creando un’atmosfera di libertà selvaggia. Pur non essendo qua per il paese in sé ma per le attrazioni naturali nei suoi paraggi, devo dire di essere felice di poter passare quasi due giorni in questo luogo e sento già una sintonia speciale nei suoi confronti. Voglio chiarire che non c’è nulla da vedere o da visitare (a parte i numerosi negozi di Souvenir e di articoli di artigianato locale) e solo un folle verrebbe qui solo per visitare il paese. La vera attrazione di San Pedro è l’aria che si respira tra le sue strade, ed è perfetta come base da cui spostarsi per le gite nel deserto (di cui parlerò più avanti).

Pranziamo velocemente con una empanada di carne nel primo bar che incontriamo lungo il tragitto e procediamo verso l’agenzia che organizzerà i tour per le due giornate che passeremo qui ed il successivo viaggio verso Uyuni, in Bolivia. Si delineano cosi i nostri piani, finora incerti, per i prossimi giorni: domani pomeriggio visiteremo la valle della luna e dopodomani faremo un tour tra le lagune dell’altopiano andino, vicino al confine con l’Argentina; l’8 settembre, tra due giorni, partiremo per la Bolivia. Un bel progetto.

Finito di contrattare e con molti meno soldi in tasca, decidiamo di tornare in ostello per rilassarci dopo questa lunga giornata. Qui, tra una cerveza e un pisco sour (drink a base Pisco, una sorta di grappa, tipico in Cile e in Peru), passiamo la serata a conoscere giovani backpackers come noi e a condividere con loro storie di viaggi e di vita, sotto il cielo stellato del deserto, davanti al calore di un camino, sdraiati su un’amaca. Non sono sicuro di sapere con certezza cosa sia la vera felicità, ma questa immagine ci va molto vicino.

Un po’ a causa della troppa birra bevuta, un po’ per l’intensità della giornata appena trascorsa, prendiamo sonno presto e senza grossi problemi. Il nostro primo giorno a San Pedro è andato, domani pomeriggio partiremo per esplorare il deserto vero e proprio. Hasta Manana chicos, rimanete sintonizzati.

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