In bicicletta per Santiago, giorno 2

Santiago de Chile – 4 settembre 2019

Ci svegliamo tutti di buon’ora più per colpa del jet lag che grazie alla nostra volontà, cosa che ci consente di approfittare del clima desertico in ostello (siamo gli unici in giro) assalendo il buffet della colazione senza attirare l’attenzione, planando sulle marmellatine tipo Ben Affleck in Pearl Harbor. Dopo esserci rifocillati, raggiungiamo in metropolitana il quartiere residenziale di ‘La Reina’, situato ad est ai piedi delle Ande, dove Andrés ci sta aspettando per un giro in bicicletta durante il quale ci farà da guida tra le vie di Santiago (Andrés lavora come architetto ma è da anni che ha aperto un’attività di cicloturismo e organizza numerosi tour per il Cile, specialmente nella capitale). Ci fa accomodare in casa sua dove incontriamo Inés, sua moglie, che dopo averci offerto un caffè di benvenuto ci invita per cena insieme a tutto il resto della famiglia. Ovviamente accettiamo l’invito con molto piacere.

Gonfiate le gomme e provati i caschetti con la stessa meticolosità di un ubriaco che osserva il livello del suo drink, siamo pronti per partire. Carichi come delle molle e pronti a far valere le nostre qualità di ciclisti della domenica montiamo in sella ai nostri bolidi, entusiasti all’idea di sfrecciare per le vie di Santiago. Vamos! Andrés ci apre la strada e realizziamo subito che non sarà una passeggiata stargli dietro, ma ingraniamo il passo e teniamo duro. Passiamo la prima mezz’ora pedalando tra le piatte strade monotone dei quartieri periferici dove non c’è molto da vedere, sentendoci come Alberto Tomba nello slalom gigante, schivando le buche sui marciapiedi (più simili a crateri lunari che a normali buche) e gli autisti cileni, che prontamente ci ringraziano gentilmente con un caloroso e sentito ‘Concha tu Madre’. Penso che non sia poi così diverso da quella volta che provai a pedalare a Roma, ma si sa che tutto il mondo è paese.

Sopravviviamo alla periferia e ci addentriamo nel downtown, chiamato anche ‘Sanhattan’ (ogni riferimento a Manhattan NON è puramente casuale). I marciapiedi si convertono in ciclabili lisce come tavoli da biliardo, le Toyota e le Ford del 98 sono sostituite da Audi e Bmw ibride, la gente gira vestita in abiti eleganti, conversa in inglese ed è perfino rispettosa dei ciclisti (cioè noi in questo caso); i pochi mercati locali allestiti per strada si trasformano in supermarket moderni, ristoranti di lusso, ‘Lounge Bar’, ‘Starbucks’ e Steakhouse. Scopriamo così l’altra faccia di Santiago, quella delle grandi banche e dei grattacieli in stile londinese, che si oppone con tutta la sua forza a quella della metropoli decadente sudamericana che abbiamo conosciuto fino ad ora.  Se non sapessi di essere in Cile, probabilmente direi di essere in Europa. Questo contrasto tra ricchezza incontrollata e grande povertà, Nord America e Sud America, istituti finanziari da miliardi di dollari e chi di dollari non ne ha, lascia lo stesso sapore amaro di un Negroni miscelato male, ma è lo specchio perfetto della società cilena, caratterizzata da un’estrema disuguaglianza economica e sociale. Poca gente che ha tutto e tanta, troppa, che non ha niente. Avremo modo più avanti nel nostro viaggio di approfondire queste questioni, ora torniamo alla nostra avventura in bici.

Oltrepassiamo il fiume, secco come il Panaro ad agosto, e ci dirigiamo verso il parco urbano di Santa Lucia per una piacevole e tranquilla pedalata in mezzo al verde, dopo ore passate a inalare lo smog della metropoli. Scopriamo presto che non è proprio cosi piacevole come ci aspettavamo, non perché il parco non sia verde, ma perché si sviluppa su una montagna di 500 metri e la salita per arrivare fino alla cima sembra infinita. Non siamo preparati per affrontarla, né psicologicamente né fisicamente, ma non vogliamo fare brutta figura davanti ad Andrés, il quale sembra Don Matteo nei suoi giorni migliori mentre noi abbiamo più l’aria di un bambino insicuro su un triciclo. Fatichiamo molto ma non molliamo; pedalata dopo pedalata, imprecazione dopo imprecazione e scomposti come un intervento di Nainggolan, raggiungiamo la vetta. O almeno ciò che noi pensiamo sia la vetta, perché in realtà siamo solo a metà del tragitto. Sconfortati da questa rivelazione, abbiamo modo di recuperare le energie grazie a due specialità locali: empanadas e mote con huesillos. Le prime sono fagottini di pasta a forma di mezzaluna ripieni di carne, il secondo invece è una bibita tradizionale dal sapore dolciastro e dissetante. Promossi a pieni voti. Ci rimettiamo in sella e raggiungiamo la vetta, questa volta quella vera, stremati e sul punto di svenire, ma estremamente soddisfatti di noi stessi.

Dall’alto del Cerro (monte) Santa Lucia dove ci troviamo ora, più o meno a 600 metri d’altezza, si può godere di una vista di 360 gradi su tutta Santiago ed è il punto migliore per farsi un’idea delle dimensioni di questa città e della sua regione metropolitana, popolata da 7 milioni di persone. È impressionante: i palazzi e i grattacieli tra i quali sfrecciavamo prima e che ci avevano colpito per le loro dimensioni ora sembrano solo delle rappresentazioni in scala ridotta di sé stessi, le macchine ricoprono uniformemente le strade e le arterie principali della città quasi a creare un mantello omogeneo di colori diversi, i quartieri della periferia si estendono fino a perdersi oltre la linea dell’orizzonte, confondendosi tra di loro. A est, come a proteggere la città da possibili invasioni sorgono le Ande, con tutta la maestosità delle loro vette di 6000 metri, mentre a Ovest la Cordigliera della Costa completa il contorno di rilievi che circonda quasi completamente la città. Tutto da qui appare silenzioso e lontano dal traffico in cui ci trovavamo solo poche ore prima e a osservarla, così dall’alto, non sembrerebbe nemmeno la stessa metropoli. A ricordarci che però siamo ancora all’interno di essa, a parte i grattacieli più particolari riconoscibili da qualsiasi distanza, è questo suono costante, quasi dolce, che arriva da lontano: quello della sua gente che passeggia, che guida o che lavora per le strade. Un suono che rappresenta le pulsazioni del cuore di una città che non dorme mai, e che mai dormirà. Questa veglia continua e interminabile, per quanto romantica possa essere, ha prodotto e continua a produrre effetti devastanti sull’ambiente: l’inquinamento è un problema grosso a Santiago e da quassù è evidente. Come a spezzare quell’armonia che ho cercato di descrivere poche righe prima, una nube gialla e densa formata dall’inquinamento si posa sulle vette più alte della cordigliera andina, nascondendole completamente, definendo gli orizzonti della città e formando una sorta di aureola al di sopra di essa. Andrés si dice molto preoccupato della situazione a Santiago, il cambiamento climatico qui sta avendo un impatto fortissimo e per darcene una prova indirizza il nostro sguardo verso le Ande in lontananza. Siamo a settembre, fine dell’inverno qui in Cile, eppure le vette sono spoglie come se fosse estate (stiamo parlando della catena montuosa con le montagne più alte al mondo dopo l’Himalaya), nemmeno un filo di neve. Effettivamente se vivessimo a Santiago saremmo preoccupati anche noi.

Scacciamo questi pensieri pedalando in discesa lungo la stessa strada di prima e, col vento alle spalle, arriviamo a casa di Andrés prima del previsto, pronti per la cena con i suoi famigliari. Bella gente, buon vino e buon cibo, la serata scorre piacevolmente tra una storia e l’altra e presto giunge il momento di rientrare in ostello, dove passiamo la nostra ultima notte a Santiago. Domani lasceremo il traffico della capitale e le comodità della città per volare a nord verso San Pedro de Atacama, nel mezzo del deserto omonimo, ed è inutile dire che non vediamo l’ora. Domani inizia la vera avventura. Buenas Noches.

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